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LE IMPIRARESSE

 

LE IMPIRARESSE 

 

“Anche nei lavori muliebri l’industria delle conterie fu tenuta in gran pregio, specialmente anni or sono. … E pensando al grande commercio delle perle, pel quale Venezia ha fama mondiale, ed ai diversi usi a cui vengono destinate, corre il pensiero a chi con tanta pazienza le passa tutte pel filo. S’intende parlare di quella piccola industria tanto diffusa fra le nostre popolane, che vien chiamata quella dell’impira perle o dell’impiraressa. … L’impiraressa che si dispone al lavoro, prende una matassa intera, la taglia per aprirla, … Da una parte il filo viene passato per la cruna degli aghi, si fa un nodo e si attortiglia il capo, (se fa un gropo e se intorcola el cao) e dal lato opposto si unisce la fine della matassa, formando una specie d’occhiello detto asola. Tutti gli aghi infilati, che dal numero di 40 possono arrivare fino al numero di 60 si tengono con le tre prime dita della mano destra, formando un ventaglio, cioè la palmeta, che viene immersa velocemente nella sèssola riempita di perle. … Meschino è il guadagno delle impiraresse pensando alla fatica materiale di queste poverette, che dall’alba a tarda ora di notte stanno sedute con la sessola sulle ginocchiaOltre che lavorare in casa, vi sono scuole apposite per le giovani impiraresse, dove la direttrice, la mistra, non soltanto insegna alle sue allieve, ma anche le paga. … (Irene Ninni, L'Impiraressa, Longhi e Montanari, 1893).

 

Quello delle impiraresse o impiraperle era un antico mestiere artigianale praticato a Venezia, soprattutto nei sestieri di Castello e Cannaregio, ma anche nell’isola della Giudecca e a Murano. Oggi esistono ancora impiraresse che cercano di tenere in vita l’antica tradizione, attualizzandola con realizzazioni creative di vario tipo, ma, proprio per questo, le loro esigenze e le loro attività sono diverse da quelle delle impiraresse di un tempo.

Mantano ha incontrato una delle odierne impiraresse in Calle de la Mandola, 3805A, a Venezia: una signora molto interessante che lavora nell’ambiente artistico del suo negozio – laboratorio, arredato con drappi rossi, espositori e specchi con cornici dorate, manufatti di diverso tipo e ciotoline ricolme di perline dai mille colori. Marisa Convento, nata a Marghera, veneziana d’adozione e appassionata collezionista di perle veneziane antiche, dopo un veloce saluto e una breve autopresentazione, si è preoccupata di ascoltare le domande che le venivano rivolte e di rispondervi esaurientemente, raccontando del suo lavoro e della storia della sua arte.

Ha spiegato che impiraresse (dal veneziano impirar > italiano “infilare”) erano  chiamate le signore che, tra l’Ottocento e il Novecento, avevano il compito di raccogliere su lunghi aghi perline di vetro prodotte a Murano, facendole, poi, scivolare nei fili di cotone inseriti nella cruna degli aghi stessi. Quando i fili erano colmi di perle, venivano sfilati dall’ago e richiusi su se stessi, formando collane che venivano impacchettate in mazzi con un numero prefissato di fili e un peso di mezzo chilo. “Il lavoro dell’impiraressa era dunque legato semplicemente all’infilatura delle perle a scopo trasporto”, – ci tiene a sottolineare Marisa – per evitare che, cadendo, si spargessero a terra e per garantirne dimensioni e qualità; per esempio per dimostrare di non essere orbe (termine veneziano > italiano “cieche”, cioè senza foro).

A lavoro ultimato, le collane assemblate venivano ritirate dalla fornace che pagava l’importo dovuto alla mistra (termine veneziano > italiano “maestra”) e che prontamente consegnava un nuovo carico.

La mistra era una figura femminile di imprenditrice che faceva da intermediaria fra le impiraresse e le vetrerie che fornivano le perle. Era lei che reclutava le lavoranti, ne organizzava l’attività (qualche volta anche in un suo laboratorio), riceveva dalle fornaci le casse di perle, il cui peso poteva raggiungere persino i novanta chili, e le consegnava alle donne per l’infilatura che doveva essere portata a termine in fretta: ogni settimana, infatti, venivano consegnate nuove quantità di perle e ritirate quelle precedentemente infilate . Era sempre lei, inoltre, a dare la paga alle lavoranti, in base al numero di mazzi completati e all’ammontare del compenso ricevuto dalla fornace, a cui detraeva una parte, tenendola per sé.

Le perle riconfezionate successivamente in mazzetti più piccoli e più maneggevoli, che servivano anche come unità di misura monetaria, venivano vendute a mercanti spagnoli, portoghesi, inglesi, francesi, olandesi, che, recandosi nelle nuove terre  esplorate, le scambiavano con oro, avorio, pietre preziose, pelli, spezie, seta e addirittura anche con schiavi.

Questa prassi fu seguita fino agli anni Sessanta del secolo scorso, dopo di che l’industria delle conterie pian piano perse il mercato e scomparve anche la figura tradizionale dell’ impiraressa.

Oggi le conterie non vengono più prodotte a Venezia, ma in molti altri paesi, come Repubblica Ceca, India, Taiwan, Giappone, dove tutte le fasi del lavoro, compresa l’infilatura, sono meccanizzate.

Le perle destinate a formare le collane si chiamavano conterie e potevano essere anche di piccolissime dimensioni. Si ricavavano da cannucce di vetro, bianche o dai colori vivaci, ed erano contenute nella sèssola, sorta di vassoio di legno, di varia misura e con il fondo concavo, costruito in casa, in genere dal marito.

Durante il lavoro che richiedeva grande pazienza ed era molto faticoso, le donne stavano sedute per moltissime ore, tenendo la sèssola sulle ginocchia.

 

Per velocizzare la produzione, aumentando così il numero dei mazzi pronti per la consegna, le impiraperle (altro modo di chiamare le impiraresse) tenevano in mano contemporaneamente molti aghi lunghi, spuntati e di varia grossezza, ognuno con il suo filo.

Le più brave riuscivano a gestire anche sessanta – ottanta aghi: li tenevano fra le dita di una mano, a ventaglio, e li immergevano nella massa di conterie contenute nella sèssola, riempiendoli abilmente con l’aiuto dell’altra mano e facendo scorrere le perle lungo i fili.

I fili usati dalle impiraresse erano sottili, dal momento che venivano utilizzati soltanto per impacchettare e trasportare le perline; oggi, invece, servendo per la creazione di gioielli ed altri oggetti, devono essere più robusti e, per facilitare il loro impiego, si ricorre a qualche espediente, come quello usato dalla nostra Marisa: crea un anellino, –infilando una piccola quantità di filo nella cruna dell’ago, e dentro l’anellino così ottenuto – “piccola estensione della cruna” – fa passare il filo da riempire con le perle.

Spesso le impiraresse cominciavano a lavorare ancora bambine (dieci, dodici anni) – ha sottolineato Marisa emozionata, mentre mostrava la vecchia foto di una bambina di circa dieci anni e faceva notare la povertà documentata dallo scatto – e andavano avanti fino a tarda età. Nelle belle giornate si riunivano in calli e campielli, aggiungendosi con la loro immagine alle note caratteristiche dell’ambiente veneziano.

Quasi tutte le impiraresse lavoravano a domicilio, pochissime in un laboratorio o dentro le stesse fabbriche di conterie ed erano pagate a cottimo; si calcola che intorno a fine Ottocento – inizi Novecento ve ne fossero in attività circa cinque o sei mila, ma, non essendo state registrate da nessuna parte, non se ne conosce il numero preciso.

La retribuzione piuttosto misera e il lavoro ingrato, in condizioni terribili, soprattutto per chi lavorava in laboratorio, fecero sì che nel 1904 alcune di loro si organizzassero per scioperare.

La produzione delle conterie fu molto importante dopo il 1797; dopo, cioè, la caduta della Repubblica di Venezia, quando declinò la produzione del vetro soffiato, in seguito ai provvedimenti presi durante la dominazione francese prima e durante quella austriaca successivamente. “Le perle veneziane” – ha detto Marisa – “non devono essere considerate un’arte minore, rispetto al vetro di Murano, ma un virtuosismo della lavorazione del vetro – date le dimensioni notevolmente più piccole rispetto agli altri oggetti”.

Con il volto incorniciato da morbidi boccoli argentati e con occhi chiarissimi dietro l’originale e simpatica montatura delle lenti, Marisa ha continuato a parlare di colonie e di commerci coloniali, di baratti e del valore monetario delle antiche conterie; di contatti con popoli sconosciuti allettati dalle perline coloratissime e dei tentativi di missionari, esploratori e mercanti di stabilire anche per mezzo di esse relazioni amichevoli nelle nuove terre, facilitandone così in molti casi la successiva colonizzazione.

Sebbene oggi il lavoro artigianale sia stato soppiantato da quello industriale e molte perle non vengano più prodotte dalle vetrerie veneziane e muranesi, tuttavia, l’impiraressa Marisa, assieme ad altre sue colleghe, cerca di far sopravvivere un artigianato di alta qualità che produce capolavori; lei stessa anzi utilizza ancora perline originarie muranesi di fine ottocento o dei primi decenni del Novecento che erano rimaste invendute nei magazzini o che si è procurata dalle ex colonie in America, dove ancora ne sono rimaste dai vecchi commerci e dove vengono utilizzate per restaurare antichi ornamenti.

Con soddisfazione, alla fine dell’incontro ha mostrato una scatolina rossa che tiene in vetrina e che contiene un bel medaglione di vetro anch’esso rosso, su cui è inciso un leone “in maestà” (in moleca) dorato: è il premio che ha ricevuto dal comune di Venezia il 25 Aprile scorso, giorno di San Marco; ne è contenta, perché la sua dedizione viene ricompensata, e con orgoglio ci ha anticipato che quest’arte tradizionale, che ha fatto conoscere nei vari continenti la bellezza delle coloratissime perle veneziane, nata fra la fame e la povertà delle donne del popolo e alimentata dalle espansioni e dai commerci coloniali di fine Ottocento – inizio Novecento, sta per essere riconosciuta e protetta dall’UNESCO.

 

 

 

Di seguito qualche momento delle sue spiegazioni e delle sue dimostrazioni

 

Lavorazione, produzione e commercio delle perle

Il commercio delle perle veneziane

I lavori di Marisa

Il messaggio di Marisa

 

 

                                                                                                                        © Antonina Orlando 31 Maggio 2018

 

 

 

LE IMPIRARESSE

 

 

 

SI PREPARA LA PRIMA GUERRA MONDIALE 3

SI PREPARA LA PRIMA GUERRA MONDIALE 3

L’ambiente socio – politico – economico in cui nasce la Prima Guerra Mondiale

PARTE TERZA:

L'ITALIA verso l'IMPERIALISMO – L’EMIGRAZIONE – La TUNISIA

 

L’Ottocento industrializzato e imperialista in sintesi

 

 – L’Ottocento fu il secolo del grande sviluppo industriale, della colonizzazione e dell’imperialismo

Mentre in Italia si susseguivano gli avvenimenti che avrebbero portato all’unificazione della penisola, le grandi potenze europee, ormai industrializzate, formalizzavano i possedimenti coloniali, già da molto tempo sotto il loro controllo economico, e occupavano numerosi altri territori con interventi militari sia in Africa che in Asia e nel Pacifico. Il dominio su tante colonie così ricche da poter fornire materie prime e così utili da poter essere mercati per le industrie della madrepatria nonché piazze per nuovi investimenti, accresceva il potere degli Stati imperialisti non solo economicamente, ma anche politicamente. Infatti, tale dominio conferiva loro il “prestigio” necessario per influire sulle scelte politiche ed economiche internazionali.

Gli Europei, inoltre, strumentalizzando le teorie di Darwin, si considerarono all’apice dell’evoluzione sociale e culturale e ritennero gli altri popoli arretrati e primitivi: esseri da civilizzare e da mettere in mostra, al pari di animali esotici, in zoo umani in occasione delle esposizioni europee.

  – e anche il secolo delle comunicazioni e dell’accelerazione degli spostamenti:

  1. Fu migliorato, per esempio, il telegrafo, con cui nel 1844 l’americano S. Morse, riuscì a collegare Baltimora e Washington, e che dal 1896 G. Marconi fece funzionare senza fili; fu inventato il telefono; furono mandate in onda le prime trasmissioni via radio, dopo i primi segnali inviati da Marconi oltre Atlantico nel 1901.
  2.  
  • Nel 1825 entrò in funzione la prima linea ferroviaria, fra Stockton e Darlington (Inghilterra); nel 1826 – 30 Stephenson costruì la ferrovia Liverpool – Manchester; nel 1839 nacque la prima ferrovia italiana, la Napoli – Portici; nel 1902 la Transiberiana fu in grado di unire l’Europa con il porto di Vladivostok, sul Mar del Giappone, mentre intanto fra il 1870 e il 1910 veniva quadruplicata l’estensione della rete ferroviaria mondiale.
  • Contemporaneamente si aprivano nuove rotte di navigazione e facevano la loro comparsa i battelli a vapore, a cominciare dalla nave statunitense Sirius e dalla britannica Great Western che nel 1838 attraversarono l’Atlantico senza vele e con la sola forza del motore a vapore. Anche in Italia, sulle soglie degli anni ’40, apparvero le prime società di navigazione; fra esse: la “Società dei battelli a vapore siciliani”, fondata da un gruppo di capitalisti, di cui facevano parte Beniamino Ingham e Vincenzo Florio che successivamente fonderà per conto proprio l’impresa di navigazione “I. e V. Florio”

Il secolo XIX fu caratterizzato ancora dal commercio, dal liberalismo, dalla nascita del movimento operaio e dalle relazioni fra Stati. Tutto ciò in un clima europeo complessivamente pacifico.

 

L’Italia, il contesto europeo e le emigrazioni

L’Italia rimaneva fra gli ultimi Stati nella corsa alle colonie. La spiegazione è semplice, dato che fino al 1861 (1870, se consideriamo il suo ingresso nelle terre dell’ex Stato Pontificio)  essa era un insieme di Stati, divisi non solo dalla situazione politica, ma anche da quella finanziaria e infrastrutturale. Appena unificata, il suo bilancio era piuttosto vacillante a causa delle spese militari, sostenute durante le guerre risorgimentali, e di quelle necessarie per l’ammodernamento delle infrastrutture … e non aveva uno sviluppo industriale: le condizioni in cui versava la ponevano necessariamente fuori dalla gara per la conquista di colonie. Tuttavia, a partire dagli anni ’70 le industrie iniziarono un cammino di crescita, sviluppatosi poi, significativamente, dagli anni ’80 in avanti, in particolare dalla fine della depressione del 1873 – 1896.

A questo punto, anche gli Italiani cominciarono ad avvertire i problemi causati dalle conseguenze negative dell’industrializzazione.

La produzione di beni quantitativamente superiori alla richiesta dei mercati e di conseguenza invenduti da una parte e il costo di merci e derrate alimentari provenienti dall’estero, soprattutto dall’America, divenuto concorrenziale grazie alla navigazione a vapore, ai miglioramenti della navigazione a vela e alla disponibilità di navi enormi – i bastimenti – che attraversavano l’Oceano rapidamente, permisero prezzi contenuti che misero in crisi l’agricoltura.

Venne a mancare il lavoro ed ebbe inizio la grande emigrazione dalle campagne verso le fabbriche della città oppure verso l’estero.

La grande emigrazione italiana verso l’America ebbe inizio nell’Italia settentrionale, a seguito della grave crisi degli anni ’70. Essa interessò prevalentemente il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e il Piemonte.

Da lì, dopo il 1880, si estese massicciamente nell’Italia meridionale e insulare, da dove, nei decenni precedenti, molti emigranti erano partiti verso mete più facilmente raggiungibili, come il Nord Africa.

Si trattava di un’emigrazione definitiva, nel contesto di una gigantesca espansione degli Europei in Africa, Asia, Pacifico.  

A facilitare l’emigrazione verso l’America, furono le nuove tecnologie che permisero la costruzione di navi a scafo metallico, sempre più capienti, e la diminuzione di costi e di pericoli.

 

La situazione in Sicilia

 

In Sicilia le emigrazioni assunsero proporzioni sempre più impressionanti con lo scorrere degli anni. Fra le molteplici cause, come la sovrappopolazione, dovuta al miglioramento delle condizioni socio – economiche del Paese, e la diffusione del capitale industriale nelle Americhe e nelle colonie europee dell’Asia e dell’Africa, dove si crearono moltissimi posti di lavoro non qualificati, un ruolo significativo va attribuito anche alla mancata riforma agraria. La riforma agraria, se attuata, avrebbe potuto dare origine alla stipula di nuovi contratti agricoli, in assenza dei quali i contadini si trovavano in balia dei latifondisti, e avrebbe potuto portare ad una importante riduzione dei dazi doganali, i quali, favorendo le colture più povere, come il grano, danneggiavano quelle specializzate, quali vino, olio, frutta e ortaggi. A tutto ciò si aggiungeva un diffuso analfabetismo che pregiudicava la partecipazione di larghissima parte della popolazione alle decisioni nazionali lasciate così ai ceti istruiti. La maggior parte della popolazione, infatti, era analfabeta e la riforma elettorale, approvata dal Parlamento nel 1882, non poteva allargare di molto la sua partecipazione alla vita politica, dal momento che, pur innalzando il numero degli aventi diritto al voto, continuava ad escluderne molti fra operai e contadini. La legge del 1882, infatti, considerava elettori tutti gli uomini, a partire dai 21 anni d’età. Essi dovevano essere in grado di poter pagare almeno un’imposta di 19 lire o dovevano aver frequentato i primi due anni della scuola elementare. Nella vita reale, dunque, tale legge produsse pochissimi cambiamenti e molto spesso non ne fu neppure conosciuta l’esistenza, pur segnando un’evoluzione rispetto a quella dello Stato piemontese estesa a tutto il Regno d’Italia: in base ad essa era necessario essere in possesso di cittadinanza italiana, godere dei diritti civili e politici, avere compiuto 25 anni di età, saper leggere e scrivere e pagare un’imposta diretta di almeno 40 lire.

 

 

 L’arrivo in Sicilia di Garibaldi e i suoi primi provvedimenti

 

 L’arrivo di Garibaldi in Sicilia risvegliò l’antica speranza della divisione della terra. Egli,  infatti, in qualità di dittatore dell’isola, il 2 giugno 1860, su suggerimento di Crispi, emanò un decreto, firmato dallo stesso Crispi, per cui ad ogni combattente per la patria – cioè a chi avesse combattuto con i garibaldini – sarebbe stata assegnata una quota di terra dei demani comunali, in attesa di ripartizione:

Decreto dittatoriale 2 giugno 1860

 

GIUSEPPE GARIBALDI

Comandante in Capo le forze nazionali in Sicilia

DECRETA
art. 1 – Sopra le terre dei demani comunali da dividersi, giusta la legge, fra i cittadini del proprio comune, avrà una quota certa senza sorteggio chiunque si sarà battuto per la patria. In caso di morte del milite, questo diritto apparterrà al suo erede.

art. 2 – La quota di cui è parola all'articolo precedente sarà uguale a quella che sarà stabilita per tutti i capi di famiglia poveri non possidenti e le cui quote saranno sorteggiate. Tuttavia se le terre di un comune siano tanto estese da sorpassare il bisogno della popolazione, i militi o i loro eredi otterranno una quota doppia a quella degli altri condividenti.

art. 3 Qualora i comuni non abbiano demanio proprio vi sarà supplito con le terre appartenenti al demanio dello Stato o della Corona.

art. 4 – Il Segretario di Stato sarà incaricato della esecuzione del presente decreto.

 

Il decreto non teneva conto, però, di un diritto preesistente: era stato stabilito, infatti, che in ciascun comune i beni demaniali avrebbero dovuto essere divisi e assegnati, con sorteggio, fra i cittadini che ne avessero avuto diritto.

Era una legge che si rifaceva alla Costituzione concessa alla Sicilia nel 1812 dal re Ferdinando – III di Sicilia, IV di Napoli e I delle Due Sicilie, – su richiesta degli Inglesi presenti nell’isola. Essa riguardava anche l’abolizione del feudalesimo, abolizione accettata dagli stessi baroni.

Purtroppo, la divisione delle terre, pur sancita dalla Costituzione, non fu mai messa in opera e generò aspri conflitti per la definizione dei confini, per l’esistenza di diritti consuetudinari, non sempre riconosciuti o dimostrabili, ecc. Così nel 1841 Ferdinando II stabilì nuove procedure e affidò il compito di dividere e assegnare i terreni alle amministrazioni locali.

D’altro canto, Garibaldi e i suoi collaboratori, pur mostrando di voler risolvere i problemi dei contadini, non avevano intenzione né di sconvolgere i rapporti di proprietà, né di anteporre i problemi sociali alla lotta contro i Borboni. E così le terre baronali non furono toccate.

Molti democratici, fra cui Crispi, comprendevano le difficili condizioni dei contadini, ma sebbene avessero bisogno anche del loro aiuto, temevano maggiormente il venir meno dell’appoggio dei grandi proprietari, ai quali dovevano dimostrare di saper affrontare le agitazioni in atto e di saper proteggere le loro proprietà.

Il compito di Garibaldi dittatore fu, dunque, quello di ristabilire l’ordine anche con la forza; perciò furono emanati decreti specifici, riguardanti l’istituzione di tribunali militari sia per i reati militari che per quelli civili e fu introdotta la pena di morte non solo per l’omicidio, ma anche per il furto, per il saccheggio e per alcuni crimini contro l’ordine pubblico.

Al provvedimento di Garibaldi seguirono, dunque, manifestazioni violente in diversi punti della Sicilia. I risvolti più drammatici e sanguinosi si registrarono nei paesi etnei di Biancavilla e di Bronte. Qui, migliaia di contadini, ormai esasperati dalla mancata divisione delle terre, il primo agosto del 1860 invasero le strade e, mentre a nessuno veniva più permesso di uscire dalla città, assaltarono municipi, case, proprietà private e anche i beni dell’amministrazione della Ducea di Nelson.

 

La Ducea risaliva al 1799, quando re Ferdinando, a causa dell’ingresso delle truppe francesi a Napoli e della successiva proclamazione della Repubblica Partenopea, fuggì a Palermo a bordo della nave ammiraglia Vanguard di Nelson. Il re per ricompensare l’ammiraglio, lo nominò duca di un’estesa tenuta a Bronte. Né Nelson, né i suoi discendenti Bridport, che la ereditarono, videro mai quel feudo.

Gli Inglesi, di fronte della ribellione del primo agosto 1860, chiesero a Garibaldi di ripristinare l’ordine. Garibaldi, in partenza per Napoli e Roma, incaricò Nino Bixio.

Quest’ultimo ebbe il compito di intervenire per risolvere la situazione a Bronte e per riportarvi la tranquillità anche more bellico. Bixio che, oltre ad essere un generale come Garibaldi, era anche presidente del Tribunale di guerra, si comportò come tale, occupando militarmente il paese, procedendo all’arresto dei presunti colpevoli, processandoli senza possibilità di difesa e condannandoli a morte mediante fucilazione. Il fatto fu considerato rappresaglia e suscitò indignazione, causando gravi conseguenze per lo stesso Garibaldi.

 

Di seguito alcuni brani da “La libertà” in cui Verga fa riferimento a quanto accaduto in quei giorni:

“…

Il giorno dopo si udì che veniva a far giustizia il generale, quello che faceva tremare la gente. Si vedevano le camicie rosse dei suoi soldati salire lentamente per il burrone, verso il paesetto; sarebbe bastato rotolare dall'alto delle pietre per schiacciarli tutti. Ma nessuno si mosse…

Le donne strillavano e si strappavano i capelli. Ormai gli uomini, neri e colle barbe lunghe, stavano sul monte, colle mani fra le cosce, a vedere arrivare quei giovanetti stanchi, curvi sotto il fucile arrugginito, e quel generale piccino sopra il suo gran cavallo nero, innanzi a tutti, solo.

… Questo era l'uomo. E subito ordinò che glie ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono. Il taglialegna, mentre lo facevano inginocchiare addosso al muro del cimitero, piangeva come un ragazzo, per certe parole che gli aveva dette sua madre, e pel grido che essa aveva cacciato quando glie lo strapparono dalle braccia. Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa.

Dopo arrivarono i giudici per davvero, dei galantuomini cogli occhiali, arrampicati sulle mule, disfatti dal viaggio, che si lagnavano ancora dello strapazzo mentre interrogavano gli accusati nel refettorio del convento, seduti di fianco sulla scranna, e dicendo – ahi! – ogni volta che mutavano lato.

Il processo durò tre anni, nientemeno! tre anni di prigione e senza vedere il sole. Sicché quegli accusati parevano tanti morti della sepoltura, ogni volta che li conducevano ammanettati al tribunale.

Di faccia erano seduti in fila dodici galantuomini, stanchi, annoiati, che sbadigliavano, si grattavano la barba, o ciangottavano fra di loro. Certo si dicevano che l'avevano scappata bella a non essere stati dei galantuomini di quel paesetto lassù, quando avevano fatto la libertà. E quei poveretti cercavano di leggere nelle loro facce. Poi se ne andarono a confabulare fra di loro, e gli imputati aspettavano pallidi, e cogli occhi fissi su quell'uscio chiuso. Come rientrarono, il loro capo, quello che parlava colla mano sulla pancia, era quasi pallido al pari degli accusati, e disse: – Sul mio onore e sulla mia coscienza!…

Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: – Dove mi conducete? – In galera? – O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c'era la libertà!…”

 

La riforma agraria in realtà non interessava né ai poteri politici né ai grandi latifondisti – espressione politica della Sicilia a Roma – “la rappresentanza parlamentare siciliana era quasi totalmente costituita da grandi proprietari terrieri … e da grandi professionisti.” 1

Essi, ministerialisti, facilmente erano in grado di evitare che la riforma venisse attuata, grazie anche ai voti che in cambio assicuravano ai governi centrali.

 

“… i soli atti ad avere e usare influenza ed autorità di qualunque genere erano i membri della scarsissima classe abbiente insieme con quei pochi che alla mancanza di ricchezza supplivano colla svegliatezza di mente e coll’astuzia, e fra loro, quelli che s’erano acquistata e sapevano conservarsi la preponderanza. … [A siffatta] classe dirigente … lo Stato italiano affidò … l’amministrazione del patrimonio pubblico … si rimise nelle mani loro per conoscere i lamenti, i bisogni, i desiderii dell’intera popolazione dell’Isola. … nella pratica si sottopose alla loro autorità; perché deve fare i conti con i desiderii e le domande dei deputati, ai quali dal canto loro conviene appoggiarsi sulla classe influente dell’Isola per non perdere il collegio” 2

 

A ciò si aggiungevano fatti contingenti e scelte finanziarie: da una parte, la fillòssera che aveva infestato l’Europa, causò la distruzione di interi vigneti, sostituiti da coltivazioni di minor pregio, come il frumento – scelta incoraggiata anche dalle tasse doganali imposte al grano proveniente dall’estero; dall’altra parte, una tassazione molto pesante rendeva antieconomica la distillazione dei vini. La gravità del danno conseguente a tale tassazione si può valutare, se si pensa che vi erano impiegati ingenti capitali, macchinari spesso all’avanguardia, manodopera specializzata, imprenditori e artigiani di grande esperienza. Inoltre, piccole e medie industrie erano sparse in quasi tutta la regione e andavano crescendo di numero in relazione all’estensione dei vigneti. Con la distillazione si riuscivano a recuperare non solo le eccedenze di mercato, ma soprattutto i prodotti scadenti.

Come quello di cui si è appena detto, altri settori produttivi risentirono di provvedimenti sfavorevoli.

  Lo stesso Ignazio Florio, erede di un’industria vinicola di fama internazionale risalente agli anni trenta dell’Ottocento, divenuto senatore del regno, “invece di promuovere il sorgere di un partito industriale isolano, …, si schierò a sostegno del partito agrario e mise il suo prestigio e la sua borsa al servizio dell’ambizioso progetto di raccogliere le frazioni sparse della classe dominante isolana attorno alla bandiera degli interessi agrari siciliani …” 3 

Conseguenze negative per l’isola ebbe anche il Congresso di Berlino del 1878, convocato per risolvere la crisi balcanica, nata perché l’Impero ottomano si era indebolito a causa della guerra contro la Russia. Purtroppo, infatti, dopo il Congresso le relazioni con la Francia peggiorarono, subendo subito dopo un ulteriore colpo, quando la Francia ottenne il protettorato sulla Tunisia, a cui aspirava l’Italia sia per la vicinanza geografica che per la presenza di una forte comunità di Italiani, soprattutto siciliani. Durante i lavori del Congresso, da una parte il ministro degli Esteri tedesco Bülow invitò Corti, ministro degli Esteri italiano, a pensare all’occupazione di Tunisi, dall’altra, Bismarck lasciò la Francia libera di agire in Tunisia con lo scopo sia di distoglierla da mire di conquista in Europa, sia di creare problemi fra lei e l’Italia. Si aprì allora una guerra commerciale che pregiudicò lo smercio dei prodotti agrari e minerari, provenienti dalla Sicilia.

La cosa fu molto grave per l’isola, visto che Francia e Inghilterra ne costituivano i mercati preferenziali per quanto riguardava le produzioni agricole pregiate, lo zolfo, il sale.

La guerra commerciale si aggravò poi, quando, nel 1887, si costituì il blocco agrario meridionale, per un verso contrapposto al blocco industriale settentrionale, ma per altro verso suo alleato: furono allora varate e applicate nuove tariffe doganali che aggravarono il commercio con la Francia e causarono gravissime conseguenze.

A ciò si aggiunse la rivoluzione industriale del nord che causò un ulteriore motivo per l’emigrazione transoceanica del sud, dato lo squilibrio economico creatosi fra settentrione e meridione.

 

L’emigrazione

 

Gli emigranti appartenevano a quasi tutte le regioni italiane, ma provenivano in massima parte dal mezzogiorno della penisola. Essi si aggiunsero a quelli già partiti da altri stati europei verso l’America, durante le ricorrenti crisi economiche degli anni precedenti; primi fra essi i contadini provenienti dall’Inghilterra, dall’Irlanda e dall’Europa centrale, anch’essi disoccupati a causa delle crisi agrarie.

 

“ … verso la fine degli anni 1830 cominciarono ad arrivare numerosi nella Terra Promessa gli emigranti – in maggior parte Tedeschi, Irlandesi e Olandesi.

In Europa a quel tempo le condizioni erano cattive, e i nuovi industriali americani, che consideravano la manodopera indigena troppo indipendente, riguardo ai salari e all’orario di lavoro, inviarono agenti in Irlanda e sul continente per attrarre là negli Stati Uniti la povera gente con racconti fantastici di montagne d’oro e di libertà e di opportunità senza limiti. … .” 4 

 

Per quanto riguarda le ondate migratorie siciliane degli anni ’80 – ’90, vanno tenute in conto certamente le cause economiche, legate alla crisi dell’agricoltura, alla crisi del commercio zolfifero per la concorrenza americana, all’impossibilità di uno sviluppo industriale, alla decadenza anzi di attività industriali fiorenti come quelle dei Florio; vi assumono, tuttavia, grandissima rilevanza anche gli aspetti culturali.

“Emigra chi è più colto e istruito, più audace e ardito, più determinato nei propositi e fiducioso nel domani. Perciò, la scelta cade su quelle parti del mondo – America del Sud e  America del Nord, ove più accelerato si presenta lo sviluppo e più ampia risulta la fascia delle opzioni personali.” 5 

Nell’America del sud l’inserimento fu meno traumatico dal momento che lingua, religione e abitudini alimentari ricordavano quelle di casa; in quella settentrionale, al contrario, l’inserimento fu molto difficile e a volte non avvenne, dando come risultato la creazione di quartieri – isola dove i nuovi arrivati ricreavano il loro ambiente originario. Anche i luoghi di lavoro che li aspettavano nell’America del nord erano molte volte problematici. Gli Italiani giungevano a destinazione dopo un viaggio interminabile, estenuante, senza assistenza di alcun tipo. I transatlantici, ben curati e ben allestiti sulle prime, con il passare degli anni diventavano sempre più trasandati e pericolosi. Disagi e sofferenze patiti durante il percorso causavano necessità di assistenza e ricoveri una volta sbarcati. Di tale situazione l’America si lamentava a causa delle spese che doveva sostenere per le cure. Fu per questo motivo che spesso le compagnie venivano “multate”.

Quasi sempre erano i boss a trovare lavoro e un luogo dove abitare agli emigrati, specie se chi arrivava non aveva né parenti, né amici ad attenderli; il tutto a prezzo di sopraffazioni e pagamento di tangenti.

Anche i problemi sociali erano numerosi e gravi: scioperi, attentati, violenze e prepotenze erano all’ordine del giorno. Si lottava per una paga migliore e per la riduzione dell’orario di lavoro.

“… Alcuni sindacati … avevano deciso, nel 1884, di promuovere una grande campagna per le otto ore; il 1° maggio 1886 era stato scelto come giorno della manifestazione. …” 6 

Molti dei lavoratori che da tempo erano arrivati in America da vari stati europei, erano già sindacalizzati o in qualche modo organizzati, preparavano manifestazioni anche violente e attacchi dinamitardi; spesso, inoltre, bloccavano i treni che trasportavano merci e passeggeri e fermavano il lavoro nelle fabbriche. I migranti che arrivavano in ondate successive, come gli italiani, non ponevano problemi ed erano molto bisognosi; essi venivano inseriti presto nei luoghi di lavoro a condizioni estreme, in sostituzione o a preferenza della manodopera organizzata:

“… con gli immigranti che arrivavano a frotte, rozzi e refrattari ad ogni organizzazione, pronti ad assumere qualsiasi lavoro per qualsiasi paga, a lavorare dodici o quattordici ore al giorno, …” 7   

 

 – Le rimesse degli emigranti

 

L’emigrazione siciliana verso la lontana America, sia del nord che del sud, ebbe un risvolto positivo per l’economia generale italiana.

“Tra gli effetti considerati benefici dell’emigrazione all’estero vi è l’afflusso di denaro pregiato, frutto del risparmio che a prezzo di enormi sacrifici realizzano i lavoratori espatriati. … Si calcola che le rimesse degli emigranti siciliani si avvicinino e anzi tocchino i cento milioni annui. In un quindicennio, quindi, affluisce nell’isola una massa monetaria, in dollari, valutabile intorno al miliardo di lire. E’ un apporto di ricchezza che si aggiunge al monte dei redditi ottenuti nell’isola nei vari settori produttivi. Considerato che il prodotto lordo vendibile ricavato dall'industria zolfifera si aggira sui trentacinque milioni annui, è come fosse stata avviata una nuova industria due – tre volte più grande della mineraria.” 8 

 

 – Ma come venivano impiegati in patria quei capitali?

 

Le rimesse degli emigrati meridionali e siciliani, depositate nelle banche dei loro paesi d’origine e quasi mai investite opportunamente in loco, finanziando, per esempio, gli ammodernamenti dei possedimenti terrieri, in vista di un miglior rendimento,  erano destinate a sovvenzionare le industrie settentrionali, per l’acquisto di materie prime e di tecnologia nel mercato internazionale. Lo Stato, inoltre, utilizzava tali depositi per costituire il capitale necessario, con cui la Cassa depositi e prestiti finanziava la costruzione di infrastrutture nelle regioni del nord.

L’Italia d’altronde, inserita ormai in un contesto europeo di corsa agli armamenti, necessitava di un buon arsenale militare e di buone fortificazioni, per elevare il suo livello di sicurezza e per conquistare colonie; di conseguenza aumentò le spese militari e favorì l’industria pesante.

La Sicilia, anche a causa della sua posizione geografica, non ricevette nessun beneficio dall’accresciuta richiesta di lavoro industriale. Neppure il porto di Messina poté essere utilizzato per le esigenze militari dello Stato, a causa delle insufficienti garanzie di sicurezza, trovandosi sullo Stretto, via d’acqua internazionale, pur essendone stata programmata e realizzata la fortificazione sia sulla sua sponda siciliana che su  quella calabrese.

 – Vi è pure una migrazione interna:

“… Agli intellettuali le offerte sono più varie ed appetibili. Fuori dalla Sicilia, a Roma, nel Nord, vi è sufficiente spazio all’esercizio delle loro funzioni professionali o al soddisfacimento delle loro ambizioni. Preferiscono, dunque,  l’emigrazione interna, privilegiano la grande capitale, centro della politica, degli affari, degli impieghi statali, oppure optano per le regioni ove è in corso il primo consistente processo di trasformazione industriale del paese.” 9 

 

La vocazione coloniale dell’Italia: la Tunisia

 

Intanto fra gli Italiani si andava affermando la convinzione che l’Italia non fosse inferiore agli altri grandi Stati e si considerò importante che essa si conquistasse un posto nel consesso delle grandi potenze. Per guadagnare il “prestigio” necessario, fu intrapreso, allora, il cammino verso il colonialismo e l’Imperialismo, seppure “Imperialismo straccione”, come fu definito da Lenin nel 1916.

Fu in questo contesto che si maturò in un primo tempo la strategia di uno sbocco coloniale non militarista in Tunisia, a cui l’Italia aveva rivolto le sue attenzioni in modo particolare dopo il 1869, quando, in seguito all’apertura del canale di Suez, Tunisi con Biserta, fu considerata base navale strategica. D’altra parte in Tunisia si erano già stabiliti da parecchio tempo molti Italiani, soprattutto siciliani provenienti dalla Sicilia occidentale.

Consapevole del numero elevato degli Italiani ivi residenti, spinta dalla Reale Società geografica italiana che nel 1875 aveva organizzato missioni “scientifiche” a scopo politico anche in Tunisia, dai circoli espansionisti italiani che ne avevano fatto il loro obiettivo coloniale, e dal mondo della finanza, fu verso quella terra che l’Italia volse il suo interesse.

Prestissimo, però, dovette scontrarsi con la Francia e cedere di fronte a tale fortissimo concorrente.

In Tunisia si incontravano gli interessi economici e strategici sia dell’Italia che della Francia, la quale, per di più, la rivendicava in quanto confinante con l’Algeria in suo possesso ormai da molti anni. Le banche europee avevano fatto numerosi prestiti alla Tunisia che aveva avviato ambiziosi programmi di ammodernamento, ma le iniziative non avevano mai avuto fortuna sia per le poche risorse locali, sia per la sua amministrazione inadeguata e corrotta. La situazione causava il malcontento della popolazione, mentre contemporaneamente il debito con le banche europee saliva a livelli altissimi. La Francia pensò di doversi tutelare in previsione di una possibile bancarotta e decise di intervenire militarmente, incoraggiata, come abbiamo visto, anche dalle decisioni del Congresso di Berlino del ’78, dove le grandi potenze si schierarono in suo favore. Approfittando di un incidente avvenuto nella primavera del 1881 ai confini con l’Algeria, inviò un contingente militare a Tunisi e impose al bey un regime di protettorato.

L’attenzione dell’Italia si rivolse allora verso l’Africa orientale e infine alla Libia, mentre ogni preoccupazione verso gli Italiani emigrati in colonie non italiane lentamente svanì ed essi non entrarono nemmeno nelle storie coloniali.

 

L’emigrazione italiana dell’Ottocento in Tunisia

 

La presenza di cittadini provenienti dalla penisola italiana è attestata in Tunisia nel corso di quasi tutte le epoche storiche. Di rapporti, poi, instaurati nei secoli fra la marineria siciliana e quella magrebina, legati in particolare al commercio del corallo, si trova testimonianza anche nel libro di Alfonso Campisi Memorie e racconti del Mediterraneo – L’emigrazione siciliana in Tunisia tra il XIX e il XX secolo.

Tra i primi cittadini dell’Italia preunitaria che lasciarono la penisola alla volta della Tunisia, vi furono gruppi di Genovesi i quali, partiti intorno al XVI secolo soprattutto da Pegli, si fermarono sull’isola di Tabarca, di fronte a Tunisi. Qui coltivavano i coralli che vi si trovavano, per praticarne il commercio con la madrepatria, che li rivendeva poi a caro prezzo in Europa.

Esauritisi i banchi corallini e deterioratisi i rapporti con le popolazioni arabe, molti dei coloni genovesi, su invito di Carlo Emanuele III, nel 1738, si recarono in Sardegna e si stabilirono sull’isola di San Pietro, allora disabitata. Lì fondarono un nuovo comune, a cui, in onore del re, diedero il nome di Carloforte. Quanti rimasero in Tunisia, furono considerati schiavi.

Alla fine del XVI secolo anche alcuni ebrei, che dopo varie peregrinazioni si erano stabiliti a Livorno, instaurarono rapporti commerciali con il Nordafrica. Le loro attività crebbero tanto di importanza, che i livornesi in un primo tempo crearono filiali a Tunisi e successivamente, nel corso del XVII secolo, decisero di trasferirsi lì in modo stabile con le loro famiglie, continuando a dedicarsi al commercio e mantenendo contatti con gli ebrei di Livorno o Grana ( termine arabo per indicare i Livornesi di Livorno).

Nel corso dell’Ottocento emigrarono in Tunisia anche molti Grana. Accanto ai correligionari tunisini, da cui ormai si distinguevano per la loro cultura europea e soprattutto italiana,  continuarono a svolgere attività di commercianti e banchieri. La loro influenza sugli ebrei tunisini benestanti fu tanto forte che questi ultimi impararono a parlare e a scrivere in italiano correttamente.

Sempre nell’Ottocento,  a partire dagli anni della Restaurazione e in concomitanza con i movimenti che portarono all'unificazione dell'Italia, molti esuli politici cercarono riparo in Tunisia; fra essi, dal 1821 al 1824, i carbonari. Chi arrivava dall’Italia meridionale e dalla Sicilia, spesso lo faceva clandestinamente, così come clandestinamente ne ripartiva.

Dagli anni Venti dell’Ottocento aumentò anche l’arrivo dei lavoratori stagionali e questo permise mescolanza e confusione fra i due gruppi.

Falliti i moti del ’30, fu la volta di altri esuli dall’Italia settentrionale, centrale e meridionale; fra questi si distinsero personalità di rilievo, che contribuirono alla nascita e all’organizzazione di strutture scolastiche civili e militari. Lo stesso  Garibaldi, condannato a morte in contumacia, riparò in Tunisia.

Il flusso degli esuli dall’Italia continuò incessante fino all’Unità. Arrivarono soprattutto Siciliani, data la vicinanza geografica e le continue rivolte isolane duramente represse; quando, per esempio, la rivolta del ’48 sconvolse l’isola, essi cercarono protezione presso il console piemontese a Tunisi, non riconoscendo più l’autorità del console napoletano.

In conclusione, dal 1815 al 1861 circa nella Reggenza di Tunisi si rifugiarono molti attivisti politici, massoni e intellettuali, provenienti dal centro e dal settentrione dell’Italia; ma in Tunisia giunsero anche anarchici, democratici, repubblicani, mazziniani, carbonari, ex-napoleonici a seguito del fallimento dei moti rivoluzionari italiani.

 

Ormai la lingua italiana era fra quelle più conosciute e parlate in quel lembo d’Africa e molti esuli la insegnavano sia ai bambini italiani che a quelli tunisini.

Molti poterono riprendere le attività e le professioni che svolgevano in patria; altri, seguendo l’esempio dei livornesi, cominciarono a esportare e a importare prodotti tipici. Con il tempo richiamarono le famiglie e si formarono famiglie nuove, i cui sposi provenivano da regioni italiane geograficamente molto distanti fra loro.

Tutti continuarono a interessarsi ai problemi e agli avvenimenti della madrepatria: fu raccolto e inviato denaro anche per emergenze ambientali; vi furono attivisti politici, si formarono logge massoniche e nacque una sezione della Giovane Italia; furono raccolte armi e spedite in Sicilia per i Mille, assieme a denaro.

La prima ondata di emigranti siciliani, dunque, quella del ventennio pre e post unificazione, proveniente in massima parte dalla Sicilia occidentale, si diresse verso le coste settentrionali dell’Africa, soprattutto in Tunisia. Quella parte dell’Africa, infatti, era più facilmente raggiungibile di quella americana, le sofferenze del viaggio erano minori e da lì il ritorno a casa sarebbe stato più facile e veloce.

Numerosi furono anche quanti si recarono in Algeria, in Egitto e in Marocco. Pochissimi coloro che scelsero la Tripolitania o la Cirenaica.

 

Accanto a questi italiani, vi erano anche molti cristiani catturati e resi schiavi dai corsari tunisini che per la loro attività si muovevano nelle acque del Mediterraneo. Infatti, fino ai primi anni dell’Ottocento era cosa frequente incontrare pirati nel Mediterraneo e la Sicilia era una delle mete preferite tanto che ne furono penalizzati anche i commerci e il trasporto dei passeggeri.

Negli anni ’60 dell’Ottocento, fra i collegamenti convenzionati dallo Stato con la Società Florio, ve ne era uno, a cadenza quindicinale, per Tunisi, via Trapani.

 

Se fino alla metà circa del XIX secolo, la comunità degli Italiani era formata in buona parte da mercanti, banchieri, liberi professionisti, esuli politici, tutte persone in gran parte di buon livello culturale e, in alcuni casi, di elevato tenore di vita, gli Italiani che arrivarono in seguito, dalla seconda metà dell’Ottocento in avanti, appartennero a classi più povere sia economicamente che culturalmente. Moltissimi fra questi immigrati erano sostanzialmente braccianti, manovali, minatori e pescatori  provenienti prevalentemente dalle isole – Sicilia occidentale, Pantelleria, Sardegna, Procida …  e da altre regioni meridionali gravate da grossi problemi economici.

In poco tempo le loro condizioni economiche migliorarono notevolmente, essi divennero un elemento maggioritario e diedero vita al quartiere della “Piccola Sicilia”. Vissero pacificamente accanto alla popolazione autoctona e vi furono spesso matrimoni misti con scambi culturali. 

Questa emigrazione corse parallelamente ai flussi migratori che si dirigevano verso le Americhe, facilitati dalle navi a vapore e dai transatlantici che solcavano l’Atlantico. Le compagnie di Rubattino e di Florio, oltre al trasporto di merci, garantivano, infatti, il trasporto di passeggeri che non avrebbero più rivisto la loro patria e i loro affetti se non saltuariamente; emigrati che con grossi sacrifici e grandi rinunce cercarono di garantire un futuro migliore non solo a sé e alle nuove famiglie, ma anche alle famiglie d’origine: “cu nesci rinesci” sarebbe stato da quel momento il convincimento e il detto popolare di molti paesani (Chi emigra, o all’estero o in patria, sicuramente farà fortuna con facilità).

 

Nel 1896 l’accordo franco – italiano, confermando lo status quo degli Italiani, a suo tempo definito dal trattato italo – tunisino del 1868, e stabilendo uguaglianza di trattamento fra Italiani e Francesi, per quanto riguardava i diritti civili, contribuì a migliorare i rapporti fra le due comunità fino alla conclusione della Grande Guerra.

 – Dopo l'Ottocento

Anche dopo l’Ottocento il numero degli Italiani in Tunisia è stato considerevole, superando quello dei francesi.

I Siciliani, pur acquisendo nel tempo caratteri culturali tunisini, chiari in particolare nei prestiti linguistici, mantennero complessivamente le loro tradizioni, coinvolgendo in esse anche la gente del posto: la festa dell’Assunta del 15 Agosto, per esempio, a La Goulette come tuttora a Trapani, aveva il suo momento culminante nella processione della Madonna.

Così come d’abitudine a Trapani, la statua dell’Assunta veniva portata per le viuzze della città; ai Siciliani si univano anche musulmani ed ebrei praticanti, mentre i Francesi, per mantenere la loro superiorità anche in campo religioso, nel 1910 proclamarono Giovanna d’Arco protettrice de La Goulette.

Scambi culturali in genere e linguistici in particolare avvenivano naturalmente in entrambe le direzioni. Furono soprattutto le parole della pesca, dell’agricoltura e della falegnameria – mestieri a cui prevalentemente si dedicavano i Siciliani – ad essere apprese dai Tunisini; anche nell’arte e nell’architettura si ritrova spesso l’impronta della nostra penisola. Alla Goletta, infatti, sono rimaste costruzioni in stile liberty e molte espressioni siciliane sono usate ancora dai Tunisini più anziani.

La comunità italiana scomparirà quasi completamente dalla Tunisia fra il 1943 e il 1970, dopo che ne verrà dichiarata l’indipendenza. Partita dalla Tunisia, per “ritornare” in Italia, la comunità, formata ormai prevalentemente da persone nate e cresciute in quel lembo di terra, subì un grosso trauma sotto molti aspetti: da molte testimonianze emerge spesso una mancanza di autoriconoscimento nella realtà italiana che comunque non poteva appartenere  a persone che non vi erano mai vissute, pur riconoscendola come la patria dei loro genitori e/o dei loro nonni. D’altra parte l’Italia non offrì loro che una fredda accoglienza, anzi spesso ostile, al “rientro”, e spesso, dopo viaggi lunghi e estenuanti, li ospitò in campi profughi, sporchi e male attrezzati, dove soffrirono per la fame, per la sete e per il freddo, tanto che quei profughi ebbero la sensazione di essere ospitati in campi di concentramento.

 

Dall'intervento del Prof Alfonso Campisi al POMERIGGIO CELEBRATIVO della LINGUA SICILIANA – Palermo 17 Gennaio 2018:

 

 

Il Prof. Alfonso Campisi è docente di Filologia italiana e romanza alla Facoltà di Lettere dell’Università de la Manouba – Tunisi

                                                  

                                                                                                                                                               Note

 

1  –  F. Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1970, vol. 2, Sellerio Editore Palermo, p. 244 torna su

2 –  L. Franchetti, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia, Donzelli Editore,  p. 87 – 88 torna su

3 –  F. Renda, Storia della Sicilia dalle origini ai giorni nostri, vol. 3, Sellerio Editore Palermo, p.1093 torna su

4L. Adamic, Dynamite, Bepress, p. 8 – 9 torna su

5     F. Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1970, Sellerio Editore Palermo, vol. 2, p. 290 torna su

6 –   L. Adamic, Dynamite, Bepress, p. 49 torna su

7 –  L. Adamic, Dynamite, Bepress, p. 22 torna su

8 –  F. Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1970, vol. 2, Sellerio Editore Palermo, p.273 – 274 torna su

9 –  F. Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1970, vol. 2, Sellerio Editore Palermo, p.290 torna su

 

BIBLIOGRAFIA

 

                                                                                                                                                                     © Antonina Orlando 17 Maggio 2018

 

 

SI PREPARA LA PRIMA GUERRA MONDIALE 3

MARINA E I FANTASMI BURLONI ovvero Il calcio sotto il tavolo

Marina e i fantasmi burloni

ovvero

Il calcio sotto il tavolo

 

“Vedi, cara Anna, a volte i fatti hanno spiegazioni e verità che noi non riusciamo a cogliere: quello che ci sembrava d’aver visto non era vero; quello che ci sembrava d’aver udito, non era stato detto; quello che ci sembrava d’aver capito, era sbagliato.

Non bisogna esprimere giudizi, spinti dalle prime impressioni e basandosi sulle apparenze.”

  “Ma, se io ho visto qualcuno fare qualcosa e ho udito qualcuno dire qualcosa, come posso sbagliarmi? Io l’ho visto! Io l’ho udito!” – insisteva la bimba dalla sua piccola sedia, posta davanti a quella molto più alta della nonna.  

La grande casa si apriva sul mondo e il mondo entrava in casa con il moto e il suono della vita …; si diffondeva piacevole e variegato nelle stanze luminose e serene … e in quelle chiare e fiduciose dell’animo di Anna, riempiendone ogni angolo e impreziosendole per sempre di colori e graffiti, opacità e trasparenze luminose …:   il chiacchierio della gente per strada; esclamazioni spensierate; il pianto di un bimbo e la premura di una mamma; il calpestio ritmato e sonoro degli zoccoli di un cavallo; il rotolare delle ruote di un carretto sul selciato; lo schiocco di una frusta e la cantilena di un venditore ambulante …; dei muratori cantavano; un martello percuoteva l’aria, risuonando a distanza; qualche auto transitava; un camion trasportava mattoni …; un treno, sferragliando e fischiando, entrava nella stazione vicina …; giù nel cortile il lamento di una sega elettrica variava di altezza e intensità, seguendo il lavoro del falegname; bambini giocavano allegri; adulti attendevano alle normali attività quotidiane …; il vento dolce e leggero aleggiava per ogni dove …; le api legnaiole ronzavano rumorosamente sul terrazzino – nere nel profumo azzurro-viola del glicine fiorito – e svolazzavano di tanto in tanto in casa, anche attorno ad Anna impaurita.  

Tutto era naturale, la mancanza di quelle manifestazioni abituali avrebbe creato scompenso e disagio.

Con la semplicità che la caratterizzava e che trasmetteva amore, saggezza e grande esperienza, l’anziana donna rispose:

“Molte volte, Anna, sono i nostri pensieri a vedere e sentire al posto nostro; sono le nostre storie e le nostre esperienze ad informarci; le nostre abitudini di vita e le nostre emozioni ci suggeriscono giudizi; ciò che abbiamo sentito in giro e ciò che ci aspettiamo dagli altri ci fanno interpretare azioni e parole. E poi, Annuccia cara, molte delle parole che senti ti sembrano uguali a quelle che usi tu; invece, spesso, chi le usa dà loro un senso diverso da quello che tu dai loro o le usa in modo scorretto.”  

“Che vuol dire, nonna?”  – Chiese Anna – “Non capisco!”  

“Quando parliamo” – riprese nonna Valeria – “le parole che usiamo esprimono pensieri, cultura, sentimenti, il nostro modo di vedere i fatti, la nostra sensibilità, il nostro tentativo di raggiungere uno scopo … tuttavia, non sempre siamo in grado di farci capire, perché ci riferiamo a concetti o usiamo modi di dire che gli altri a volte non conoscono e non condividono.  

Ti racconto due storielle semplici, realmente accadute e significative.” – disse ancora nonna Valeria ad Anna – “Stammi a sentire: la prima è molto breve, la seconda un po’ più lunga”:  

Anna si volse verso la sua nonna e lei cominciò:  

C’erano una volta tre donne: una mamma molto anziana di nome Silvana, la figlia Marina e Agnese, loro parente.  

“Perché l’hai guardata da dietro la tenda e non ti sei affacciata per salutarla?”  

 – Fece a un tratto con molta amarezza l’anziana madre, lasciandosi andare sulla poltroncina che ne sorreggeva il corpo ormai quasi senza forze.  –  

Marina ricordò…  

... La brezza che arrivava dal mare vicino faceva ondeggiare lentamente la tenda dietro la finestra. Attraverso le imposte accostate, nella  penombra della camera, entrava una sottile e larga lama di luce che formava disegni fissi o in movimento su soffitto e pareti.

Il gioco di luci e ombre generato da quell’assieme e intravisto dalla strada, dietro i vetri velati dai merletti in movimento, componeva, probabilmente, il profilo di una figura, creando l’illusione che una persona nascosta spiasse….

E’ stata l’illusionepensò Marina a innescare malumore e lamentele in chi guardando dal basso e credendosi osservata, decise di accusare.  

La figlia cercò di spiegare e dire le sue ragioni, sperando di tranquillizzare la povera madre, ma lei era ancora molto scossa dal racconto del fatto e, per di più, era molto condizionata dal ruolo che aveva assunto Agnese nella sua vita. Questo non le permise di lasciarsi convincere dalla verità. La cosa più dolorosa per Marina fu che in quel cuore stanco scorgeva  un senso di sofferenza, di frustrazione e di sospetto che le sue parole non riuscivano a rimuovere.   

Agnese, che non aveva avuto il coraggio di rivolgersi a Marina, era realmente abituata a nascondersi dietro le tende.  

 

“Ed ecco il secondo racconto; ascolta”:      

 

Era un giorno di festa.  

Molti ospiti erano riuniti attorno alla tavola imbandita per la cena. Come gli altri, anche Marina, assieme al marito che le stava accanto, rideva e scherzava; ma quale fu la sua sorpresa, allorquando, accostatasi a lui per commentare il gusto di una delle tante pietanze saporite, incredula e sorpresa, in mezzo ad una risata sarcastica, esageratamente prolungata, sentì nascere un inaspettato e sonoro:  

“Mah … guarda!!!”.  

Si interruppe all’istante e, volgendo lo sguardo intorno per capire, si vide fissata da occhi indagatori e perplessi. La voce di Luisa assunse allora il tono di un denuncia arrogante, mentre il suo viso alterato da pose artefatte, si trasformava in una maschera, reso irriconoscibile dal riso forzato:  

“Gli ha dato un calcio sotto il tavolo!”   

“Gli ha dato un calcio sotto il tavolo!!!”,  – ripeté più forte, ormai fuori controllo, compiaciuta di se stessa e dell’effetto ottenuto –  “Gli ha detto che il cibo non è buono e che non deve mangiarlo. Ah! Ah! Ah!!!”  

La forza della sicurezza e la fermezza dell’osservazione trascinarono immediatamente dalla sua parte gli altri commensali, ignari dell’accaduto, ma usi a dare di tanto in tanto qualche personale calcetto di prudente intesa, sotto il tavolo, al commensale vicino; cosa che la stessa Luisa era solita fare.  

Fiduciosa in quello che era certa d’aver visto, con rinnovato sarcasmo, Luisa si rivolse direttamente all’interessata che esterrefatta la guardò incredula, accennando ad uno sfortunato tentativo di correzione:  

 – Guarda che ti sbagli; al contrario, stavamo lodando la bontà delle portate!”

 – “Coome mi sbaglio? Coome mi sbaglio? Ah! Ah! Ah!!!”- controbatté, continuando a ridere sul suo piedistallo, lei che possedeva tutte le verità del mondo:

 – “L’ho visto io!! Io l’ho visto!!!” – affermò

 – “Hai visto sotto il tavolo?” –chiese calma Marina con un sorriso.

 – “Come no!! Un calcio sotto il tavolo! T’ho visto io!!!!”

  Marina valutò la persona e il fatto, si mantenne composta e passò oltre …    

Alcuni anni dopo, Marina con il marito si recò nuovamente a cena in casa di Luisa, per trascorrervi qualche ora in piacevole compagnia, assieme ai soliti invitati.  

Era una serena serata d’estate. In collina non si soffriva il caldo; anzi, un dolce venticello rinfrescava l’aria pulita. Il cielo era meravigliosamente stellato e giù, a poca distanza, si stendeva chiara la pianura, lambita dalle calme acque del mare e illuminata dalla fiamma della raffineria non lontana dal porto. La tavola, imbandita in terrazza, era piuttosto lunga: tovaglia, piatti, bicchieri, posate e tovaglioli facevano presagire allegria e giovialità.

Vicino ad essa le scintille scoppiettanti di un piccolo focolare acceso per una squisita grigliata; nell’orto sottostante un lieve stormire di foglie; intorno, proveniente dal verde intenso e profondo di alberi e piante, un dolcissimo e penetrante profumo di gelsomini avvolgeva e stemperava quello degli altri splendidi fiori sparsi in aiuole e fioriere; dalla cucina, sulla scia di aromi che stuzzicavano l’olfatto e giocherellavano con il gusto, giungevano i sapori del cibo ormai pronto.  

Era dunque il momento di prendere posto.  

Anche Marina e Paolo si accinsero a sedersi …, ma non fecero a tempo … un ordine perentorio intimò:  

  “Marito e moglie devono sedere lontani! Non devono stare vicini!

  Uno di qua (indicando un capo della tavola) l’altro di là (indicando l’altro capo della tavola)!!!”  

Marina e Paolo si guardarono intorno.  

Gli invitati nei loro freschi abiti estivi, colorati e leggeri, con la pelle calda e ambrata dai raggi del sole ricadenti sulla spiaggia, erano già seduti: molti chiacchieravano, altri ascoltavano … di tanto in tanto un tono più alto e una gaia risata.

Nessuna coppia era divisa, tranne i padroni di casa per motivi strategici: lei doveva, infatti, attendere a servire gli ospiti.

Le voci di uno dei figli e delle sorelle di Luisa replicarono l’ordine, riportandone l’eco ai coniugi:   

       “Voi! … Uno di qua, l’altro di là”.

  I due si adeguarono a quello che decisero di considerare un gioco.  

Passò ancora un anno e arrivò il terzo invito.  

Anche Marina e Paolo  stavolta furono liberi di scegliersi un posto, e la cena si svolse nella normalità … fino a che … al dessert …  

Il dolce fra le mani di Luisa si trasformò di colpo in un grossissimo uovo di pasqua, su cui la fantasia di quella donna andava disegnando affermazioni molto colorate e poco veritiere, mentre parole e parole, strato su strato, vi aggiungevano incrostazioni variopinte e multiformi.  

Con un colpo da maestro l’uovo alla fine venne aperto e dal suo interno una voce rauca e lontana, lenta, seria e solenne, pronunciò altezzosa:  

“Questa volta vi ho lasciato sedere vicini, ma l’anno scorso … ricordi lontaaaani!… perciò vi ho fatto sedere divisi!!!………..”   

Marina ne fu allibita e divertita allo stesso tempo …

Quelle attorno a lei, erano persone impazzite o  

  fantasmi burloni?

 

 

“Vedi, Anna: Agnese non aveva visto la verità,” – disse nonna Silvana – “ma quello che lei stessa era abituata a fare, e accusò ingiustamente Marina, mettendola in cattiva luce e generando agitazione in una povera mamma anziana.

Nemmeno Luisa aveva visto il calcio sotto il tavolo, semplicemente perché non c’era mai stato; ma lei faceva così con il marito, quando voleva fargli segno in segreto. Lei, non solo affermò il falso, ma comportandosi da persona arrogante e superficiale, divenne anche ridicola, perché non ammise correzioni e si credette tanto importante da poter emettere sia la sentenza che la punizione, trascinando per anni un fatto inesistente.

Agnese e Luisa sin da piccole erano state abituate a imporsi sugli altri, a credersi le depositarie della verità, a raccontare i fatti secondo il loro tornaconto, manipolandoli in modo da condizionare chi temeva le loro reazioni e quelle della loro famiglia. Erano abituate a considerare sempre vere le loro impressioni e a non dare ascolto e valore a quelle altrui. Erano convinte che la realtà fosse come loro se la raccontavano e, ancora peggio, come loro la volevano

Chiuse nella loro perfezione, non riuscivano nemmeno ad immaginare altri modi di pensare e di vivere … e, se pure fossero entrate in contatto con abitudini diverse, avrebbero cercato subito di correggerle, senza percepire la presunzione del loro operato.

 

Rifletti, Anna – aggiunse ancora con dolcezza e serietà, nonna Silvana – quelle accuse in fondo hanno causato rincrescimento e malumore nella vittima, ma, pur essendo una cosa grave, niente di più che disagio e tensione. A volte, però, affermazioni soggettive e avventate o, peggio, dettate da invidia e gelosia, possono arrecare danno e conseguenze molto gravi.”

Anna ascoltò, attenta e interessata, racconti e  consigli e, pur non riuscendo a penetrarne tutto il significato profondo, ne rimase comunque colpita, serbandoli sempre nei suoi ricordi e confrontandoli spesso, in seguito, con molte realtà della sua vita quotidiana.

 

                © Antonina Orlando 31 -10 – 2017

 

MARINA E I FANTASMI BURLONI ovvero Il calcio sotto il tavolo

IL KAFENION DI MAKIS

 IL KAFENION DI MAKIS

Delicato racconto di vita greca … semplicità, calda accoglienza, tradizione

Ad Amorgos sull'unica strada che congiunge i capi opposti dell'isola, c'è uno sperduto villaggio di bianche case cicladiche, Arkesini, da Archè, il principio.

Qui ci sono reperti archeologici risalenti al neolitico, e poi, ancora i vari strati che la Storia sa creare, distinguere e al contempo unire sapientemente, in modo misterioso. Solo i più attenti potranno accedere ai suoi arcani.

 

Il cuore del villaggio è la chiesa, un candido cubo sormontato da una cupola azzurra che osa sfidare il colore del  cielo.

Appena più avanti, una tabella appesa sull'uscio di una minuscola abitazione, segnala la presenza del kafenion di Makìs.

Makìs è un arzillo ottuagenario dal viso tondo, con due mustacchi bianchi che sbucano dall'enorme montatura degli occhiali.

Il suo aspetto rispecchia perfettamente lo stile del locale: vetusto, semplice, di nessuna pretesa, ma ordinato, curato e soprattutto accogliente!

Appena entrati, avvertiamo nell'aria, un attimo di sospensione; il nostro ingresso provoca un fermo immagine; il baffuto avventore che stava scherzando con Arghirò, una giovane donna del paese, si blocca; Arghirò da parte sua, seria ma curiosa, ci interroga con lo sguardo e Makìs si avvicina timoroso; sembra che tema di non poter soddisfare le nostre richieste.

Un gioioso Kalimera -buongiorno- e l'ordinazione: "due caffè greci con pochissimo zucchero, per favore" nella lingua locale, rimettono in moto la scena.

L'avventore rivolge di nuovo la sua attenzione ad Arghirò, rincarando la dose della bonaria provocazione, rinvigorito dalla presenza di due spettatori stranieri.

Makìs si ritira al di là di una azzurra parete di legno, dotata di aperture-finestre che a me ricorda l'iconostasi delle chiese ortodosse; si accosta al fornellino dove compie il rito del caffè con maestria ed amore.

Dispone su di un vassoio due tazzine con il caffè bollente e due bicchieri di acqua freschissima; ci serve con devozione e professionalità, pronto a soddisfare ogni nostra richiesta.

Domando se l'acqua sia buona; mi sorride soddisfatto, felice di svelarmi il suo segreto: "Vedi quel monte? E' da lì che quest'acqua scende! Bevi tranquilla!"

Chi ha sperimentato il caffè greco, sa bene che non lo si può affrontare senza cautela; va lasciato decantare perché si raffreddi; occorrono tempo e pazienza.

Ci lasciamo quindi andare ai racconti; il tempo è quasi sospeso e noi stessi ci sentiamo sospesi, avvolti in un'atmosfera di pace.

Riemergono leggende, ricordi: il vecchio pescatore che ha cessato l'attività, l'inverno passato incredibilmente gelido e l'attesa.

Sempre in Amorgos, c'è il senso magico dell'attesa; bisogna solo saperlo vedere!

Finalmente possiamo sorseggiare il caffè; il vecchietto chiede se va bene, gli rispondo che è il migliore dell'isola e lui sorride, visibilmente compiaciuto.

Mio marito gli dice che anche l'anno passato ci siamo recati ad Arkesini, ma il Kafenion era sbarrato; ci dissero che lui era ricoverato all'Ospedale di Atene.

Makis quasi si scusa della sua assenza, poi chiama la moglie Sofia per informarla della nostra visita dell'anno precedente e i due per un attimo, si commuovono.

Si instaura un forte legame  di empatia tra di noi; prima di uscire li abbracciamo.

Mentre ci avviamo all'auto, risuonano ancora nelle orecchie i loro auguri :"Kalò Kimona! Naste kalà! Buon inverno! Andate verso il bello!" e nel cuore risplende  il kafenion di Makis.

 

                                             © Andreina Arcelloni  13 – 07 – 2017

 

 

IL KAFENION DI MAKIS

 

 

L’INTELLIGENZA EMOTIVA

L'INTELLIGENZA EMOTIVA: Il 25 Giugno scorso, al Bar Pietro, piola sardo – veneziana di Torino, si è parlato delle emozioni che nascono dentro di noi e di come "leggerle" con intelligenza.

Dopo la presentazione del Prof. Paladini, la Dott.ssa Diana Nicastro – che assieme ad alcuni colleghi ha dato vita all’Associazione “Cuori intelligenti”, scuola di Intelligenza Emotiva – ha spiegato l’importanza dell’intelligenza emotiva relativa alla conoscenza delle nostre emozioni. E’ fondamentale – ha detto la Dott.ssa Nicastro – imparare a conoscersi bene, per individuare le proprie ricchezze interiori e i propri limiti; le une e gli altri, infatti, si ripercuotono sul nostro corpo e nella nostra mente, determinando atteggiamenti e comportamenti con i quali inviamo messaggi a chi è intorno a noi. Una volta consapevoli delle nostre emozioni, possiamo trovare soluzioni adeguate a quelle negative e far emergere al massimo quelle positive, punti di forza utili ad instaurare valide relazioni con la realtà in cui ci troviamo a vivere.

Alla percezione delle proprie emozioni si giunge in modo sempre più chiaro, affinando l’ascolto di se stessi, l’andirivieni dei propri pensieri e il risultato dei propri comportamenti. Più impariamo ad ascoltarci, maggiore è la possibilità che abbiamo di comprenderci e di decidere responsabilmente e coraggiosamente.

Bisogna, inoltre, cercare di essere il più possibile se stessi nelle relazioni interpersonali e nell’affrontare le situazioni positive e/o negative che la vita ci dà. Questo ci aiuterà anche ad affrontare i cambiamenti che faremo nell’arco della vita e che ci chiederanno di passare da una situazione di equilibrio raggiunta ad una successiva da raggiungere. I momenti di passaggio da una posizione di equilibrio all’altra, possono ingenerare, assieme alla perdita di stabilità, confusione, senso di solitudine e di incertezza, per superare i quali occorre aumentare il potenziale di intelligenza emotiva, dotandosi di strumenti che ci permettano di avanzare da soli e di trovare di volta in volta la reazione giusta.

Ad ottenere questo scopo possono aiutare momenti di confronto con altre persone: inseriti in piccoli gruppi di lavoro mirato, gestiti da esperti, è possibile così venire a conoscenza di altri punti di vista e prendere coscienza di altre verità in un percorso di arricchimento vicendevole.

L’incontro, interessante, ha coinvolto i presenti, alcuni dei quali hanno chiesto chiarimenti e approfondimenti sugli argomenti trattati.

                                     © Antonina Orlando  27 – 06 – 2017

 

L'INTELLIGENZA EMOTIVA

ALBINISMO IN AFRICA E UNIVERSALITA’ DELLO STIGMA

 

ALBINISMO IN AFRICA E UNIVERSALITA' DELLO STIGMA: questo l’argomento trattato domenica scorsa al Bar Pietro, piola sardo-veneziana di Torino, dove periodicamente vengono proposti libri, autori e tematiche culturali.

Durante l’incontro che ha preceduto di qualche giorno la Giornata Internazionale dell’Albinismo, proclamata per il 13 Giugno dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è stata presentata l’edizione italiana del libro Il Moukala di Kedi di Andre Ebouaney, in cui si descrivono il trattamento riservato agli albini e la considerazione in cui essi vengono tenuti nel piccolo villaggio di Makossi, in Africa.

Nel suo breve romanzo l’autore italo-camerounese riporta l’ambiente geografico e culturale, dentro il quale prendono forma e si sviluppano i sentimenti e le vicende dei vari personaggi.

Fondamentale per lo svolgimento dell’azione è la scelta del termine generico “moukala” (bianco) e non dello specifico “nguenguerou” (albino), fatta da Kedi per informare i genitori che il suo promesso sposo è un “bianco”.

Da tale scelta, infatti, deriva l’equivoco che dapprima alimenta entusiasmo e grandi aspettative nel villaggio e nella famiglia di Kedi e che poi, dopo la constatazione della realtà, causa delusione e amarezza.

Il Signor K., fidanzato di Kedi, non è “tutto bianco e venuto dal paese del freddo”(p. 35), a portare ricchezza e prestigio1, come ci si aspettava, ma un albino e “A Makossi, nascere albino era la peggiore maledizione che un bambino potesse scagliare contro la sua famiglia e l’intera comunità”(p. 63)

La considerazione di questa realtà, assieme al suo rapporto con l’odierna globalizzazione, è stata pre/tesTO per interessanti interventi non solo sullo stigma dell’albinismo, ma anche sulla sua strumentalizzazione e sullo sfruttamento economico che ne deriva.

In alcuni paesi africani, come Tanzania, Malawi e Monzambico – è stato ricordato – le parti del corpo degli albini vengono utilizzate per riti magici e, assieme alla pelle, vengono vendute a prezzi altissimi, permettendo facili guadagni e rapidi miglioramenti sociali.

In quei paesi, dunque, viene praticata una vera e propria caccia all’uomo albino2 che, generalmente disprezzato ed emarginato da vivo (“Stava per scendere anche l’altro passeggero … il più atteso … straniero e … venuto … dal paese del freddo. Curiosamente, nessuno gli andò incontro. … Nessuno si mosse … L’animazione si era spenta di colpo”(pp. 60-61), diventa prezioso da morto, quando le parti del suo corpo sezionato vengono vendute a caro prezzo.

Bisogna aggiungere, però, che qualche volta l’albino può servire da vivo3; ne consegue allora che anche lo stigma dell’albino, come qualsiasi altro stigma, non si può definire in assoluto, ma va contestualizzato, come l’ordalia dell'acqua fredda4 – ha spiegato il prof. Paladini – che è regolata dagli interessi del momento.

 

Di seguito alcuni momenti dell’incontro

 

1 Il Signor K., fidanzato di Kedi, non è “tutto bianco e venuto dal paese del freddo”(p. 35), a portare ricchezza e prestigio … (Andre)

In quei paesi, dunque, viene praticata una vera e propria caccia all’uomo albino … (Andre)

Bisogna aggiungere, però, che qualche volta l’albino può servire da vivo … (Andre)

4 anche lo stigma dell’albino, come qualsiasi altro stigma, non si può definire in assoluto, ma va contestualizzato, come l’ordalia dell'acqua fredda … (Paladini)

                                                

                                                                                                                                                         

  © Antonina Orlando  13 – 06 – 2017

 

                                               

ALBINISMO IN AFRICA E UNIVERSALITA' DELLO STIGMA

 

Miseria, Miseria!

 

Miseria, Miseria!  

                           La voce di quella parte dell’umanità che deve fare i conti con la fame e spera di costruirsi un’esistenza dignitosa; la voce di quella parte dell’umanità, la cui sorte è decisa da chi struttura e gestisce le forme socio-politico-economiche, secondo le quali si è andata organizzando nel corso del tempo la vita umana:
questo l’argomento di molte canzoni di protesta, alcune delle quali, raccolte assieme ad altre testimonianze sotto il titolo di “Miseria, Miseria!”, sono state proposte al Bar Pietro – piola sardo-veneziana di Torino, l’8 aprile scorso, da Beppe Turletti con la sua chitarra e con la sua fisarmonica.
Beppe Turletti ama comporre, ricercare e riproporre canzoni di argomento satirico, canzoni che hanno per oggetto il risvolto negativo degli avvenimenti militari e canzoni che trattano problemi sociali; egli ricerca e mette insieme, inoltre, storie e modi di dire popolari piemontesi, ricostruendo ambienti, personaggi e quadretti familiari, in cui con spontaneità e semplicità i pensieri e i saperi locali vengono tra-mandati dagli anziani ai giovani.
Durante l'incontro dell’8 aprile scorso, ricordando la Prima Guerra mondiale, Turletti ha parlato delle fabbriche chiuse, perché gli operai erano impegnati in guerra, e della conseguente fame del popolo, le cui proteste causavano morti di civili, così come la diserzione sui campi di battaglia causava quelle dei “traditori” passati per le armi. Anche gli ideali più alti – ha fatto notare il cantante – possono essere strumentalizzati e sviliti per interessi materiali.
Fermandosi su alcune tappe particolarmente significative della storia – il 1864 – gli anni Sessanta del Novecento – l'oggi con il problema dei migranti – ha letto le vicende storico-sociali nel loro aspetto umano senza tempo, più che nel loro sviluppo cronologico.
Fra le più belle canzoni degli anni Sessanta è stata proposta quella di Gualtiero Bertelli “Nina ti te ricordi …”: anch’essa non tanto legata alla contingenza del fatto, quanto invece al valore umano e simbolico che permette di poterla gustare al di là di ogni riferimento temporale.

Bravo e simpatico, Beppe Turletti ha saputo coinvolgere il pubblico, rendendo la serata piacevole e interessante.

                 © Antonina Orlando  13 – 04 – 2017

 

Miseria, Miseria!

La Venezia dei Veneziani al Bar Pietro, piola sardo-veneziana

La Venezia dei Veneziani al Bar Pietro, piola sardo-veneziana

 

La Venezia dei Veneziani inseriti nei fatti e nei fenomeni di diverse epoche storiche.

Non solo, dunque, la Venezia e i Veneziani come vengono presentati ai turisti, ma anche la Venezia e i Veneziani di tutti i giorni, la Venezia e i Veneziani che godono e soffrono degli aspetti positivi e negativi della società globale e delle realtà locali di cui fanno parte.

Soprattutto la Venezia e i Veneziani dall’Ottocento ad oggi; delle attività artigianali e dell’industrializzazione; dell’emigrazione, del calo demografico e di chi decide di restare tra mille difficoltà, protestando, lottando e cercando soluzioni.

E ancora la Venezia e i Veneziani delle tradizioni, dei ricordi, delle vecchie abitudini contro la massificazione delle ragioni economiche.

Il libro Guida alla Venezia ribelle di Beatrice Barzaghi e Maria Fiano  racconta ciò che è accaduto e che accade veramente nella città che non si vede, nella città non rappresentata nelle cartoline per i turisti. Parla degli avvenimenti bellici e umani che l’hanno coinvolta, così come di calcio e femminismo; parla di grossi complessi industriali (Junghans e Mulino Stucky), del lavoro che davano, ma anche della loro chiusura e della fine di molti operai; parla delle più recenti preoccupazioni per il passaggio di nuovi mezzi di trasporto come le moderne grandi navi, della necessità di nuove costruzioni e di adattamenti urbanistici, ma pure della capacità di integrare il nuovo senza sconvolgere l’equilibrio architettonico e artistico tradizionale.

Le autrici non tralasciano certo i luoghi visitati dai turisti e le immagini che ne vengono date, ma lo fanno da un punto di vista diverso, con storie legate alla vita reale. Ne emerge, insomma, una Venezia con un suo vissuto; una città che oggi “si ribella” a essere considerata solo cartolina, così come si ribella a tutto ciò che distrugge la sua identità e la sua umanità e che calpesta i diritti dei suoi abitanti. Una Venezia che si sta difendendo per recuperare i suoi spazi e per continuare a vivere, anche se in molti ne prevedono la morte.

 

Di seguito immagini della presentazione della Guida alla Venezia ribelle di Beatrice Barzaghi e Maria Fiano, al Bar Pietro, piola sardo-veneziana di Torino, il 4 marzo scorso.

 

                                              © Antonina Orlando  19 – 03 – 2017

La Venezia dei Veneziani al Bar Pietro, piola sardo-veneziana

Il LARIN: cultura e cordialità fra le montagne del bellunese

Il LARIN

Un soggiorno nell'Alpago (Belluno) non offre solo lo spettacolo di dolci valli protette da splendide  montagne, e di pittoreschi laghi incastonati qua e là,

ma al visitatore attento e sensibile permette anche di godere di calda ospitalità, ottima cucina tradizionale e tuffi in un passato ricco di credenze pagane, custodite persino nella terminologia della parlata locale.

Ed è proprio ad un termine in uso nel dialetto delle montagne dell’Alpago che si accenna nel presente articolo:

LARIN

LARIN indica un focolare libero da tutti i lati, attorno al  quale ci si può riunire per scaldarsi, mangiare, bere in compagnia e parlare socievolmente.

Attorno ad esso nelle case delle campagne venete, soprattutto in montagna, la sera ci si ritrovava dopo le dure fatiche del lavoro, per trovare calore, per comunicarsi le vicende della giornata e per intrattenersi con storielle e fiabe per i bambini. E’ circondato per questo da panche che corrono lungo tre pareti contigue della stanza in cui si trova e su di esso spesso si preparano ottime grigliate.

Oggi se ne può trovare ancora qualcuno in ristoranti e alberghi, dove regala una nota caratteristica agli ambienti e all’atmosfera che circonda gli ospiti.

LARIN è un termine suggestivo, portatore di cultura e antiche tradizioni che si perdono molto indietro nel tempo, quando il fuoco con la sua scoperta modificò sia le abitudini alimentari dei popoli che le loro superstizioni e le loro credenze religiose. Presto al fuoco furono associate valenze sacre e, raccogliendo attorno a sé la famiglia, esso fu considerato il posto prediletto dagli antenati, divenuti dei tutelari della famiglia stessa.

Dove giunsero i Romani con le loro conquiste, tali dei ricevettero il nome di Geni, Penati e Lari. E’ a questi ultimi che si collega la parola LARIN:

con il  termine Lare, dal latino Lar, Laris, si indicava appunto la divinità tutelare domestica e, per estensione, il focolare presso il quale erano collocate le sue statuette.

Il focolare era sacro presso i Romani e originariamente era posto nell'atrio, luogo fondamentale di tutta la casa, su cui si affacciavano le varie stanze. Doveva essere tenuto sempre acceso; curarlo e mantenerne viva la fiamma era compito di madri e figlie.

Su di esso, in particolari ricorrenze dell’anno, si offrivano alle divinità vino, incenso e fiori.

Di seguito Mantano riporta come esempio le immagini dei LARIN che si trovano in due alberghi dell’Alpago e di quello ricostruito nella piazza di Tambre d’Alpago durante il Natale scorso.

Semplice ed elegante, l'albergo-ristorante “Trieste” di Tambruz (piccola frazione di Tambre d'Alpago) accoglie l'avventore con cordialità in un’atmosfera familiare e professionale al tempo stesso. In una delle sue salette, attorniato da tre panche di legno lungo le pareti, fa bella mostra di sé il caratteristico focolare. Esso serve per scaldare gli ambienti, ma anche per cucinare dell'ottima carne, mentre attorno può trovare posto chi voglia trascorrere un po’ del suo tempo in un clima di amichevole socialità.

Il secondo LARIN, strutturalmente simile al primo e con la stessa funzione, si trova nel secondo locale visitato da Mantano, l’albergo-ristorante “Da Beio”, a Bastia, frazione di Puos d'Alpago.

Là i viaggiatori nei primi anni del ’900 trovavano riparo e una buona zuppa.

Un piccolo locale dapprincipio, a cui presto se ne aggiunsero altri per il cambio dei cavalli. Oggi gli ambienti della "posta" hanno lasciato spazio a vari negoziettimentre la casa principale, arricchita di nuove sale,  è diventata un ottimo ristorante, dove vengono serviti con attenzione e gentilezza gustosi piatti tipici, fra il profumo invitante della carne cucinata sulla brace davanti ai clienti. 

Il terzo LARIN, di cui si riporta l’immagine, è quello realizzato nella piazza principale di Tambre d’Alpago, in occasione delle festività natalizie scorse. Imponente e suggestivo fra luci e bancarelle, profumo di vin brulé, würstel e crauti, rallegrava la piazza, conferendole un tocco di calda e serena familiarità.

 

                                             © Antonina Orlando  15 – 03 – 2017

 

Il LARIN: cultura e cordialità fra le montagne del bellunese

 

LA VECCHIA CASA CON LA SCALA A CHIOCCIOLA

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LA VECCHIA CASA CON LA SCALA A CHIOCCIOLA 
(Riflessioni fra passato e presente) 


Quel problema la richiamò in paese.
Vi andò, consapevole dell’assurda realtà che rendeva quasi impossibile una soluzione razionale.

Tutto ai suoi occhi appariva diverso per misura e colore. Anche gli spazi erano cambiati: nuove costruzioni spuntavano fra quelle solite, alterando le immagini dei suoi ricordi.

Non era trascorso molto tempo dall’ultima volta che vi era stata, ma ora quella vista le causava una strana percezione: forse i recenti avvenimenti, incrinando la sua serenità, evidenziavano differenze mai notate prima. Le cose si presentavano sotto una luce non prevista e le persone non erano più quelle che credeva di conoscere. Del passato restavano solo ombre confuse e sformate che parlavano lontane e in modo nuovo, mentre intorno l'aria era fredda e ostile.

Quanto piccola è la frazione di tempo  che può sconvolgere una vita!
Quanto piccola è la frazione di tempo che può mettere in crisi le certezze umane!

Tuttavia, Anna sentiva che un pezzo di quel mondo apparteneva ancora a lei e, viceversa, un pezzo di lei apparteneva ancora a quel mondo. Decise perciò di non lasciar correre. Non era tipo da arrendersi facilmente, non era suo costume voltare le spalle alle difficoltà; al contrario, le prove le davano energia e lei scendeva sempre in campo coraggiosa e leale. Si sarebbe comportata come riteneva opportuno, anche se gli affetti, le emozioni, il ruolo vissuto in passato e le antiche abitudini, la condizionavano fortemente.

La aiutava però il fatto di non essere più, del tutto, quella di un tempo; ormai era il risultato tangibile di situazioni affrontate  e di persone incontrate lungo il suo cammino.
Così come il valore finale di un’espressione algebrica è dato dal risultato di tutte le operazioni effettuate con ordine e secondo schemi precisi, allo stesso modo ogni uomo, donna o bambino che avevano attraversato la sua vita e con cui aveva interagito in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo, l’avevano plasmata, arricchendo, scavando, piegando o limando i tratti del suo carattere e il suo sapere. Ogni cosa, ogni uomo, donna o bambino incontrati, erano appartenuti alle tante parentesi della vita che le era stata assegnata. Essi si erano sommati al numero racchiuso nel nido delle due prime parentesi tonde, dentro le quali si trovava la famiglia in cui era nata, rendendola la donna di oggi. Il risultato ottenuto era tuttavia provvisorio: altre parentesi tonde, quadre e graffe, in quantità imprecisata, erano infatti pronte ad aggiungersi alle precedenti per fornire infine un valore definitivo.

Si diresse alla vecchia casa.

La scala a chiocciola era ancora lì … avvolta su se stessa … Forse rifletteva sui suoi ricordi … quanti ricordi!!!   

  scala-chiocciola-2-c-1Di tanto in tanto sui gradini di ferro battuto le roselline intagliate dal fabbro erano accompagnate da nuove finestrelle ricamate dalla ruggine: anche da lì filtrava luce attraverso squarci di forma e dimensioni mai uguali. Esse, interrompendo l’armonia del disegno dell’uomo, ne creavano una nuova, nata dalla mano della natura. 
I muri della casa cominciavano a sgretolarsi come i suoi anni … non più corse, riso o capricci di bimbi su e giù per le scale di marmo; non più giochi in terrazza e in cortile; non più pericolose e veloci discese sullo stretto corrimano di ferro della scala a chiocciola, tra il viola – azzurro dei grappoli fioriti del glicine e il verde variegato delle foglie; non più richiami preoccupati di adulti.

Nella mente della donna riemergevano grandi stanze luminose, stanze dalle tinte pastello e dai soffitti fioriti; rispuntavano pesci con stelle marine e conchiglie, sullo sfondo verde – marrone della vegetazione che correva in basso,  lungo le pareti della sala … dal pavimento fino superare di poco la testa  di una piccolissima figura di bimba…
All’istante però, tutto sfumava nella polverosa cortina della fuliggine attuale, nell’incerta penombra delle imposte mal chiuse e deformate, nel solaio pericolante, nelle pareti rovinate e cadenti e nel vuoto assordante.
Scomparsi i volti ora dolci ora severi che l’aiutarono a crescere e a sognare. Spariti quei bimbi divenuti ormai uomini e donne. Non più l’ingenuità e l’istintiva apertura dell’animo ai cari compagni di gioco; non più la spensierata fiducia. Ora solo i pensieri dei “grandi”. Ricordi rivisitati e filtrati da occhi pensanti, da gioie e dolori vissuti, da sogni realizzati e da speranze deluse; animi cresciuti in mondi diversi e non più facilmente leggibili l’un l’altro.

cortile-3-b  Eppure, abbandonata fra la fitta selva degli alti cespugli che avevano invaso il cortile, proibendolo agli altri, e che avevano avvolto l’antico pozzo sino a nasconderlo quasi pietra preziosa, la vecchia casa continuava ad essere bella nel mistero della sua vita solenne e solitaria: quel verde incolto la racchiudeva, mentre il ficus rigoglioso e spontaneo, la custodiva e la proteggeva dalla terrazza, levandosi in alto maestoso e possente; il cielo con pennellate sfumate d’azzurro l’abbracciava dolcemente; la scala fra le due terrazze si era arricchita di merletti; le profonde screpolature sui muri e le finestre sbiadite e pericolanti parlavano dello scorrere del tempo: rughe sul volto degli uomini a testimoniare percorsi di vita, lunghe riflessioni, gravi pensieri, ma anche tanti sorrisi e allegre risate.

Cosa ne sarebbe stato della villa e della vita che vi era stata vissuta? Forse tra poco sarebbero state spazzate via … forse qualcuno se ne sarebbe preso cura … o forse …

La sensibilità e i progetti di chi vi aveva abitato bambino erano diversi, ma sicuramente in tutti continuava a regnare un pizzico di nostalgia e un po’ di affetto per quel luogo che ora ricordava le fiabe, i castelli incantati, i rovi cresciuti per invidia e gelosia di maghe e maghi dispettosi, i sonni profondi delle fanciulle punte dall’arcolaio di una strega e il giovane principe che con il suo bacio le risveglia alla vita, dopo una lunga lotta contro il male.
In mezzo ai rovi dorme la Bella Addormentata; in mezzo al bosco vive l’umanità, l’amicizia e la solidarietà dei nani verso Biancaneve … quella casa avvolta da erbe, fuliggini e pericoli, forse continuava a portare in grembo una nuova lezione di vita, un premio per chi, seppure adulto, avesse avuto voglia di raccogliere la sfida e accettare di crescere ancora dentro di sé (“A vecchia avìa cent’anni e ancora avìa ‘nsignari” – recitava un vecchio proverbio del posto –: “L’anziana (donna) aveva cento anni e ancora doveva imparare”).

 scala-chiocciola-5-f-1  Il vento leggero le sfiorava delicatamente le guance e si spargeva profumato e lieve attraverso le narici in tutti i tessuti del suo corpo, allargandole il respiro; il cielo azzurro sopra la sua testa e dentro i suoi occhi la rapiva e le faceva scalare quei leggeri ciuffi di nuvole … radi e dipanati batuffoli di ovatta bianca che qua e là macchiavano il celeste di trasparenze lattiginose; l’odore del mare vicino le rinnovava il desiderio di correre in spiaggia, attraversare la sabbia bollente e giocare felice dentro l’acqua fresca, fra il moto delle onde, ora impercettibile, ora invece agitato e pauroso.

Abbassò la testa, respirò profondamente e comprese che ora toccava a lei ricordare storie incantate, come un tempo faceva la sua nonna.

“Chi l’avrebbe detto? Chi l’avrebbe immaginato? …”  “Panta rei” le ricordarono i suoi vecchi studi: tutto passa, tutto scorre … com’era vero! …, ma – pensò –   scorrere è trasformarsi e trasformarsi è vivere. “Questa è ficus-4-cvita” – si disse – “La trasformazione è vita. Se io non fossi cambiata, non sarei vissuta, e se non mi stessi trasformando, non starei vivendo. Io cambierò ancora nel corpo e nell'animo, ma continueranno a cambiare anche le cose e le persone intorno a me". Questa riflessione le fece bene e la risvegliò.

Scattata qualche foto ricordo e raccolti i suoi pensieri, considerò la realtà presente, prese per mano la bimba di ieri e la donna di oggi e, determinata, con tanta speranza, si rimise in cammino.

                                 © Antonina Orlando  04 – 01 – 2017

 

 LA VECCHIA CASA CON LA SCALA A CHIOCCIOLA