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MARINA E I FANTASMI BURLONI ovvero Il calcio sotto il tavolo

Marina e i fantasmi burloni

ovvero

Il calcio sotto il tavolo

 

“Vedi, cara Anna, a volte i fatti hanno spiegazioni e verità che noi non riusciamo a cogliere: quello che ci sembrava d’aver visto non era vero; quello che ci sembrava d’aver udito, non era stato detto; quello che ci sembrava d’aver capito, era sbagliato.

Non bisogna esprimere giudizi, spinti dalle prime impressioni e basandosi sulle apparenze.”

  “Ma, se io ho visto qualcuno fare qualcosa e ho udito qualcuno dire qualcosa, come posso sbagliarmi? Io l’ho visto! Io l’ho udito!” – insisteva la bimba dalla sua piccola sedia, posta davanti a quella molto più alta della nonna.  

La grande casa si apriva sul mondo e il mondo entrava in casa con il moto e il suono della vita …; si diffondeva piacevole e variegato nelle stanze luminose e serene … e in quelle chiare e fiduciose dell’animo di Anna, riempiendone ogni angolo e impreziosendole per sempre di colori e graffiti, opacità e trasparenze luminose …:   il chiacchierio della gente per strada; esclamazioni spensierate; il pianto di un bimbo e la premura di una mamma; il calpestio ritmato e sonoro degli zoccoli di un cavallo; il rotolare delle ruote di un carretto sul selciato; lo schiocco di una frusta e la cantilena di un venditore ambulante …; dei muratori cantavano; un martello percuoteva l’aria, risuonando a distanza; qualche auto transitava; un camion trasportava mattoni …; un treno, sferragliando e fischiando, entrava nella stazione vicina …; giù nel cortile il lamento di una sega elettrica variava di altezza e intensità, seguendo il lavoro del falegname; bambini giocavano allegri; adulti attendevano alle normali attività quotidiane …; il vento dolce e leggero aleggiava per ogni dove …; le api legnaiole ronzavano rumorosamente sul terrazzino – nere nel profumo azzurro-viola del glicine fiorito – e svolazzavano di tanto in tanto in casa, anche attorno ad Anna impaurita.  

Tutto era naturale, la mancanza di quelle manifestazioni abituali avrebbe creato scompenso e disagio.

Con la semplicità che la caratterizzava e che trasmetteva amore, saggezza e grande esperienza, l’anziana donna rispose:

“Molte volte, Anna, sono i nostri pensieri a vedere e sentire al posto nostro; sono le nostre storie e le nostre esperienze ad informarci; le nostre abitudini di vita e le nostre emozioni ci suggeriscono giudizi; ciò che abbiamo sentito in giro e ciò che ci aspettiamo dagli altri ci fanno interpretare azioni e parole. E poi, Annuccia cara, molte delle parole che senti ti sembrano uguali a quelle che usi tu; invece, spesso, chi le usa dà loro un senso diverso da quello che tu dai loro o le usa in modo scorretto.”  

“Che vuol dire, nonna?”  – Chiese Anna – “Non capisco!”  

“Quando parliamo” – riprese nonna Valeria – “le parole che usiamo esprimono pensieri, cultura, sentimenti, il nostro modo di vedere i fatti, la nostra sensibilità, il nostro tentativo di raggiungere uno scopo … tuttavia, non sempre siamo in grado di farci capire, perché ci riferiamo a concetti o usiamo modi di dire che gli altri a volte non conoscono e non condividono.  

Ti racconto due storielle semplici, realmente accadute e significative.” – disse ancora nonna Valeria ad Anna – “Stammi a sentire: la prima è molto breve, la seconda un po’ più lunga”:  

Anna si volse verso la sua nonna e lei cominciò:  

C’erano una volta tre donne: una mamma molto anziana di nome Silvana, la figlia Marina e Agnese, loro parente.  

“Perché l’hai guardata da dietro la tenda e non ti sei affacciata per salutarla?”  

 – Fece a un tratto con molta amarezza l’anziana madre, lasciandosi andare sulla poltroncina che ne sorreggeva il corpo ormai quasi senza forze.  –  

Marina ricordò…  

... La brezza che arrivava dal mare vicino faceva ondeggiare lentamente la tenda dietro la finestra. Attraverso le imposte accostate, nella  penombra della camera, entrava una sottile e larga lama di luce che formava disegni fissi o in movimento su soffitto e pareti.

Il gioco di luci e ombre generato da quell’assieme e intravisto dalla strada, dietro i vetri velati dai merletti in movimento, componeva, probabilmente, il profilo di una figura, creando l’illusione che una persona nascosta spiasse….

E’ stata l’illusionepensò Marina a innescare malumore e lamentele in chi guardando dal basso e credendosi osservata, decise di accusare.  

La figlia cercò di spiegare e dire le sue ragioni, sperando di tranquillizzare la povera madre, ma lei era ancora molto scossa dal racconto del fatto e, per di più, era molto condizionata dal ruolo che aveva assunto Agnese nella sua vita. Questo non le permise di lasciarsi convincere dalla verità. La cosa più dolorosa per Marina fu che in quel cuore stanco scorgeva  un senso di sofferenza, di frustrazione e di sospetto che le sue parole non riuscivano a rimuovere.   

Agnese, che non aveva avuto il coraggio di rivolgersi a Marina, era realmente abituata a nascondersi dietro le tende.  

 

“Ed ecco il secondo racconto; ascolta”:      

 

Era un giorno di festa.  

Molti ospiti erano riuniti attorno alla tavola imbandita per la cena. Come gli altri, anche Marina, assieme al marito che le stava accanto, rideva e scherzava; ma quale fu la sua sorpresa, allorquando, accostatasi a lui per commentare il gusto di una delle tante pietanze saporite, incredula e sorpresa, in mezzo ad una risata sarcastica, esageratamente prolungata, sentì nascere un inaspettato e sonoro:  

“Mah … guarda!!!”.  

Si interruppe all’istante e, volgendo lo sguardo intorno per capire, si vide fissata da occhi indagatori e perplessi. La voce di Luisa assunse allora il tono di un denuncia arrogante, mentre il suo viso alterato da pose artefatte, si trasformava in una maschera, reso irriconoscibile dal riso forzato:  

“Gli ha dato un calcio sotto il tavolo!”   

“Gli ha dato un calcio sotto il tavolo!!!”,  – ripeté più forte, ormai fuori controllo, compiaciuta di se stessa e dell’effetto ottenuto –  “Gli ha detto che il cibo non è buono e che non deve mangiarlo. Ah! Ah! Ah!!!”  

La forza della sicurezza e la fermezza dell’osservazione trascinarono immediatamente dalla sua parte gli altri commensali, ignari dell’accaduto, ma usi a dare di tanto in tanto qualche personale calcetto di prudente intesa, sotto il tavolo, al commensale vicino; cosa che la stessa Luisa era solita fare.  

Fiduciosa in quello che era certa d’aver visto, con rinnovato sarcasmo, Luisa si rivolse direttamente all’interessata che esterrefatta la guardò incredula, accennando ad uno sfortunato tentativo di correzione:  

 – Guarda che ti sbagli; al contrario, stavamo lodando la bontà delle portate!”

 – “Coome mi sbaglio? Coome mi sbaglio? Ah! Ah! Ah!!!”- controbatté, continuando a ridere sul suo piedistallo, lei che possedeva tutte le verità del mondo:

 – “L’ho visto io!! Io l’ho visto!!!” – affermò

 – “Hai visto sotto il tavolo?” –chiese calma Marina con un sorriso.

 – “Come no!! Un calcio sotto il tavolo! T’ho visto io!!!!”

  Marina valutò la persona e il fatto, si mantenne composta e passò oltre …    

Alcuni anni dopo, Marina con il marito si recò nuovamente a cena in casa di Luisa, per trascorrervi qualche ora in piacevole compagnia, assieme ai soliti invitati.  

Era una serena serata d’estate. In collina non si soffriva il caldo; anzi, un dolce venticello rinfrescava l’aria pulita. Il cielo era meravigliosamente stellato e giù, a poca distanza, si stendeva chiara la pianura, lambita dalle calme acque del mare e illuminata dalla fiamma della raffineria non lontana dal porto. La tavola, imbandita in terrazza, era piuttosto lunga: tovaglia, piatti, bicchieri, posate e tovaglioli facevano presagire allegria e giovialità.

Vicino ad essa le scintille scoppiettanti di un piccolo focolare acceso per una squisita grigliata; nell’orto sottostante un lieve stormire di foglie; intorno, proveniente dal verde intenso e profondo di alberi e piante, un dolcissimo e penetrante profumo di gelsomini avvolgeva e stemperava quello degli altri splendidi fiori sparsi in aiuole e fioriere; dalla cucina, sulla scia di aromi che stuzzicavano l’olfatto e giocherellavano con il gusto, giungevano i sapori del cibo ormai pronto.  

Era dunque il momento di prendere posto.  

Anche Marina e Paolo si accinsero a sedersi …, ma non fecero a tempo … un ordine perentorio intimò:  

  “Marito e moglie devono sedere lontani! Non devono stare vicini!

  Uno di qua (indicando un capo della tavola) l’altro di là (indicando l’altro capo della tavola)!!!”  

Marina e Paolo si guardarono intorno.  

Gli invitati nei loro freschi abiti estivi, colorati e leggeri, con la pelle calda e ambrata dai raggi del sole ricadenti sulla spiaggia, erano già seduti: molti chiacchieravano, altri ascoltavano … di tanto in tanto un tono più alto e una gaia risata.

Nessuna coppia era divisa, tranne i padroni di casa per motivi strategici: lei doveva, infatti, attendere a servire gli ospiti.

Le voci di uno dei figli e delle sorelle di Luisa replicarono l’ordine, riportandone l’eco ai coniugi:   

       “Voi! … Uno di qua, l’altro di là”.

  I due si adeguarono a quello che decisero di considerare un gioco.  

Passò ancora un anno e arrivò il terzo invito.  

Anche Marina e Paolo  stavolta furono liberi di scegliersi un posto, e la cena si svolse nella normalità … fino a che … al dessert …  

Il dolce fra le mani di Luisa si trasformò di colpo in un grossissimo uovo di pasqua, su cui la fantasia di quella donna andava disegnando affermazioni molto colorate e poco veritiere, mentre parole e parole, strato su strato, vi aggiungevano incrostazioni variopinte e multiformi.  

Con un colpo da maestro l’uovo alla fine venne aperto e dal suo interno una voce rauca e lontana, lenta, seria e solenne, pronunciò altezzosa:  

“Questa volta vi ho lasciato sedere vicini, ma l’anno scorso … ricordi lontaaaani!… perciò vi ho fatto sedere divisi!!!………..”   

Marina ne fu allibita e divertita allo stesso tempo …

Quelle attorno a lei, erano persone impazzite o  

  fantasmi burloni?

 

 

“Vedi, Anna: Agnese non aveva visto la verità,” – disse nonna Silvana – “ma quello che lei stessa era abituata a fare, e accusò ingiustamente Marina, mettendola in cattiva luce e generando agitazione in una povera mamma anziana.

Nemmeno Luisa aveva visto il calcio sotto il tavolo, semplicemente perché non c’era mai stato; ma lei faceva così con il marito, quando voleva fargli segno in segreto. Lei, non solo affermò il falso, ma comportandosi da persona arrogante e superficiale, divenne anche ridicola, perché non ammise correzioni e si credette tanto importante da poter emettere sia la sentenza che la punizione, trascinando per anni un fatto inesistente.

Agnese e Luisa sin da piccole erano state abituate a imporsi sugli altri, a credersi le depositarie della verità, a raccontare i fatti secondo il loro tornaconto, manipolandoli in modo da condizionare chi temeva le loro reazioni e quelle della loro famiglia. Erano abituate a considerare sempre vere le loro impressioni e a non dare ascolto e valore a quelle altrui. Erano convinte che la realtà fosse come loro se la raccontavano e, ancora peggio, come loro la volevano

Chiuse nella loro perfezione, non riuscivano nemmeno ad immaginare altri modi di pensare e di vivere … e, se pure fossero entrate in contatto con abitudini diverse, avrebbero cercato subito di correggerle, senza percepire la presunzione del loro operato.

 

Rifletti, Anna – aggiunse ancora con dolcezza e serietà, nonna Silvana – quelle accuse in fondo hanno causato rincrescimento e malumore nella vittima, ma, pur essendo una cosa grave, niente di più che disagio e tensione. A volte, però, affermazioni soggettive e avventate o, peggio, dettate da invidia e gelosia, possono arrecare danno e conseguenze molto gravi.”

Anna ascoltò, attenta e interessata, racconti e  consigli e, pur non riuscendo a penetrarne tutto il significato profondo, ne rimase comunque colpita, serbandoli sempre nei suoi ricordi e confrontandoli spesso, in seguito, con molte realtà della sua vita quotidiana.

 

                © Antonina Orlando 31 -10 – 2017

 

MARINA E I FANTASMI BURLONI ovvero Il calcio sotto il tavolo

IL KAFENION DI MAKIS

 IL KAFENION DI MAKIS

Delicato racconto di vita greca … semplicità, calda accoglienza, tradizione

Ad Amorgos sull'unica strada che congiunge i capi opposti dell'isola, c'è uno sperduto villaggio di bianche case cicladiche, Arkesini, da Archè, il principio.

Qui ci sono reperti archeologici risalenti al neolitico, e poi, ancora i vari strati che la Storia sa creare, distinguere e al contempo unire sapientemente, in modo misterioso. Solo i più attenti potranno accedere ai suoi arcani.

 

Il cuore del villaggio è la chiesa, un candido cubo sormontato da una cupola azzurra che osa sfidare il colore del  cielo.

Appena più avanti, una tabella appesa sull'uscio di una minuscola abitazione, segnala la presenza del kafenion di Makìs.

Makìs è un arzillo ottuagenario dal viso tondo, con due mustacchi bianchi che sbucano dall'enorme montatura degli occhiali.

Il suo aspetto rispecchia perfettamente lo stile del locale: vetusto, semplice, di nessuna pretesa, ma ordinato, curato e soprattutto accogliente!

Appena entrati, avvertiamo nell'aria, un attimo di sospensione; il nostro ingresso provoca un fermo immagine; il baffuto avventore che stava scherzando con Arghirò, una giovane donna del paese, si blocca; Arghirò da parte sua, seria ma curiosa, ci interroga con lo sguardo e Makìs si avvicina timoroso; sembra che tema di non poter soddisfare le nostre richieste.

Un gioioso Kalimera -buongiorno- e l'ordinazione: "due caffè greci con pochissimo zucchero, per favore" nella lingua locale, rimettono in moto la scena.

L'avventore rivolge di nuovo la sua attenzione ad Arghirò, rincarando la dose della bonaria provocazione, rinvigorito dalla presenza di due spettatori stranieri.

Makìs si ritira al di là di una azzurra parete di legno, dotata di aperture-finestre che a me ricorda l'iconostasi delle chiese ortodosse; si accosta al fornellino dove compie il rito del caffè con maestria ed amore.

Dispone su di un vassoio due tazzine con il caffè bollente e due bicchieri di acqua freschissima; ci serve con devozione e professionalità, pronto a soddisfare ogni nostra richiesta.

Domando se l'acqua sia buona; mi sorride soddisfatto, felice di svelarmi il suo segreto: "Vedi quel monte? E' da lì che quest'acqua scende! Bevi tranquilla!"

Chi ha sperimentato il caffè greco, sa bene che non lo si può affrontare senza cautela; va lasciato decantare perché si raffreddi; occorrono tempo e pazienza.

Ci lasciamo quindi andare ai racconti; il tempo è quasi sospeso e noi stessi ci sentiamo sospesi, avvolti in un'atmosfera di pace.

Riemergono leggende, ricordi: il vecchio pescatore che ha cessato l'attività, l'inverno passato incredibilmente gelido e l'attesa.

Sempre in Amorgos, c'è il senso magico dell'attesa; bisogna solo saperlo vedere!

Finalmente possiamo sorseggiare il caffè; il vecchietto chiede se va bene, gli rispondo che è il migliore dell'isola e lui sorride, visibilmente compiaciuto.

Mio marito gli dice che anche l'anno passato ci siamo recati ad Arkesini, ma il Kafenion era sbarrato; ci dissero che lui era ricoverato all'Ospedale di Atene.

Makis quasi si scusa della sua assenza, poi chiama la moglie Sofia per informarla della nostra visita dell'anno precedente e i due per un attimo, si commuovono.

Si instaura un forte legame  di empatia tra di noi; prima di uscire li abbracciamo.

Mentre ci avviamo all'auto, risuonano ancora nelle orecchie i loro auguri :"Kalò Kimona! Naste kalà! Buon inverno! Andate verso il bello!" e nel cuore risplende  il kafenion di Makis.

 

                                             © Andreina Arcelloni  13 – 07 – 2017

 

 

IL KAFENION DI MAKIS

 

 

L’INTELLIGENZA EMOTIVA

L'INTELLIGENZA EMOTIVA: Il 25 Giugno scorso, al Bar Pietro, piola sardo – veneziana di Torino, si è parlato delle emozioni che nascono dentro di noi e di come "leggerle" con intelligenza.

Dopo la presentazione del Prof. Paladini, la Dott.ssa Diana Nicastro – che assieme ad alcuni colleghi ha dato vita all’Associazione “Cuori intelligenti”, scuola di Intelligenza Emotiva – ha spiegato l’importanza dell’intelligenza emotiva relativa alla conoscenza delle nostre emozioni. E’ fondamentale – ha detto la Dott.ssa Nicastro – imparare a conoscersi bene, per individuare le proprie ricchezze interiori e i propri limiti; le une e gli altri, infatti, si ripercuotono sul nostro corpo e nella nostra mente, determinando atteggiamenti e comportamenti con i quali inviamo messaggi a chi è intorno a noi. Una volta consapevoli delle nostre emozioni, possiamo trovare soluzioni adeguate a quelle negative e far emergere al massimo quelle positive, punti di forza utili ad instaurare valide relazioni con la realtà in cui ci troviamo a vivere.

Alla percezione delle proprie emozioni si giunge in modo sempre più chiaro, affinando l’ascolto di se stessi, l’andirivieni dei propri pensieri e il risultato dei propri comportamenti. Più impariamo ad ascoltarci, maggiore è la possibilità che abbiamo di comprenderci e di decidere responsabilmente e coraggiosamente.

Bisogna, inoltre, cercare di essere il più possibile se stessi nelle relazioni interpersonali e nell’affrontare le situazioni positive e/o negative che la vita ci dà. Questo ci aiuterà anche ad affrontare i cambiamenti che faremo nell’arco della vita e che ci chiederanno di passare da una situazione di equilibrio raggiunta ad una successiva da raggiungere. I momenti di passaggio da una posizione di equilibrio all’altra, possono ingenerare, assieme alla perdita di stabilità, confusione, senso di solitudine e di incertezza, per superare i quali occorre aumentare il potenziale di intelligenza emotiva, dotandosi di strumenti che ci permettano di avanzare da soli e di trovare di volta in volta la reazione giusta.

Ad ottenere questo scopo possono aiutare momenti di confronto con altre persone: inseriti in piccoli gruppi di lavoro mirato, gestiti da esperti, è possibile così venire a conoscenza di altri punti di vista e prendere coscienza di altre verità in un percorso di arricchimento vicendevole.

L’incontro, interessante, ha coinvolto i presenti, alcuni dei quali hanno chiesto chiarimenti e approfondimenti sugli argomenti trattati.

                                     © Antonina Orlando  27 – 06 – 2017

 

L'INTELLIGENZA EMOTIVA

ALBINISMO IN AFRICA E UNIVERSALITA’ DELLO STIGMA

 

ALBINISMO IN AFRICA E UNIVERSALITA' DELLO STIGMA: questo l’argomento trattato domenica scorsa al Bar Pietro, piola sardo-veneziana di Torino, dove periodicamente vengono proposti libri, autori e tematiche culturali.

Durante l’incontro che ha preceduto di qualche giorno la Giornata Internazionale dell’Albinismo, proclamata per il 13 Giugno dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è stata presentata l’edizione italiana del libro Il Moukala di Kedi di Andre Ebouaney, in cui si descrivono il trattamento riservato agli albini e la considerazione in cui essi vengono tenuti nel piccolo villaggio di Makossi, in Africa.

Nel suo breve romanzo l’autore italo-camerounese riporta l’ambiente geografico e culturale, dentro il quale prendono forma e si sviluppano i sentimenti e le vicende dei vari personaggi.

Fondamentale per lo svolgimento dell’azione è la scelta del termine generico “moukala” (bianco) e non dello specifico “nguenguerou” (albino), fatta da Kedi per informare i genitori che il suo promesso sposo è un “bianco”.

Da tale scelta, infatti, deriva l’equivoco che dapprima alimenta entusiasmo e grandi aspettative nel villaggio e nella famiglia di Kedi e che poi, dopo la constatazione della realtà, causa delusione e amarezza.

Il Signor K., fidanzato di Kedi, non è “tutto bianco e venuto dal paese del freddo”(p. 35), a portare ricchezza e prestigio1, come ci si aspettava, ma un albino e “A Makossi, nascere albino era la peggiore maledizione che un bambino potesse scagliare contro la sua famiglia e l’intera comunità”(p. 63)

La considerazione di questa realtà, assieme al suo rapporto con l’odierna globalizzazione, è stata pre/tesTO per interessanti interventi non solo sullo stigma dell’albinismo, ma anche sulla sua strumentalizzazione e sullo sfruttamento economico che ne deriva.

In alcuni paesi africani, come Tanzania, Malawi e Monzambico – è stato ricordato – le parti del corpo degli albini vengono utilizzate per riti magici e, assieme alla pelle, vengono vendute a prezzi altissimi, permettendo facili guadagni e rapidi miglioramenti sociali.

In quei paesi, dunque, viene praticata una vera e propria caccia all’uomo albino2 che, generalmente disprezzato ed emarginato da vivo (“Stava per scendere anche l’altro passeggero … il più atteso … straniero e … venuto … dal paese del freddo. Curiosamente, nessuno gli andò incontro. … Nessuno si mosse … L’animazione si era spenta di colpo”(pp. 60-61), diventa prezioso da morto, quando le parti del suo corpo sezionato vengono vendute a caro prezzo.

Bisogna aggiungere, però, che qualche volta l’albino può servire da vivo3; ne consegue allora che anche lo stigma dell’albino, come qualsiasi altro stigma, non si può definire in assoluto, ma va contestualizzato, come l’ordalia dell'acqua fredda4 – ha spiegato il prof. Paladini – che è regolata dagli interessi del momento.

 

Di seguito alcuni momenti dell’incontro

 

1 Il Signor K., fidanzato di Kedi, non è “tutto bianco e venuto dal paese del freddo”(p. 35), a portare ricchezza e prestigio … (Andre)

In quei paesi, dunque, viene praticata una vera e propria caccia all’uomo albino … (Andre)

Bisogna aggiungere, però, che qualche volta l’albino può servire da vivo … (Andre)

4 anche lo stigma dell’albino, come qualsiasi altro stigma, non si può definire in assoluto, ma va contestualizzato, come l’ordalia dell'acqua fredda … (Paladini)

                                                

                                                                                                                                                         

  © Antonina Orlando  13 – 06 – 2017

 

                                               

ALBINISMO IN AFRICA E UNIVERSALITA' DELLO STIGMA

 

Miseria, Miseria!

 

Miseria, Miseria!  

                           La voce di quella parte dell’umanità che deve fare i conti con la fame e spera di costruirsi un’esistenza dignitosa; la voce di quella parte dell’umanità, la cui sorte è decisa da chi struttura e gestisce le forme socio-politico-economiche, secondo le quali si è andata organizzando nel corso del tempo la vita umana:
questo l’argomento di molte canzoni di protesta, alcune delle quali, raccolte assieme ad altre testimonianze sotto il titolo di “Miseria, Miseria!”, sono state proposte al Bar Pietro – piola sardo-veneziana di Torino, l’8 aprile scorso, da Beppe Turletti con la sua chitarra e con la sua fisarmonica.
Beppe Turletti ama comporre, ricercare e riproporre canzoni di argomento satirico, canzoni che hanno per oggetto il risvolto negativo degli avvenimenti militari e canzoni che trattano problemi sociali; egli ricerca e mette insieme, inoltre, storie e modi di dire popolari piemontesi, ricostruendo ambienti, personaggi e quadretti familiari, in cui con spontaneità e semplicità i pensieri e i saperi locali vengono tra-mandati dagli anziani ai giovani.
Durante l'incontro dell’8 aprile scorso, ricordando la Prima Guerra mondiale, Turletti ha parlato delle fabbriche chiuse, perché gli operai erano impegnati in guerra, e della conseguente fame del popolo, le cui proteste causavano morti di civili, così come la diserzione sui campi di battaglia causava quelle dei “traditori” passati per le armi. Anche gli ideali più alti – ha fatto notare il cantante – possono essere strumentalizzati e sviliti per interessi materiali.
Fermandosi su alcune tappe particolarmente significative della storia – il 1864 – gli anni Sessanta del Novecento – l'oggi con il problema dei migranti – ha letto le vicende storico-sociali nel loro aspetto umano senza tempo, più che nel loro sviluppo cronologico.
Fra le più belle canzoni degli anni Sessanta è stata proposta quella di Gualtiero Bertelli “Nina ti te ricordi …”: anch’essa non tanto legata alla contingenza del fatto, quanto invece al valore umano e simbolico che permette di poterla gustare al di là di ogni riferimento temporale.

Bravo e simpatico, Beppe Turletti ha saputo coinvolgere il pubblico, rendendo la serata piacevole e interessante.

                 © Antonina Orlando  13 – 04 – 2017

 

Miseria, Miseria!

La Venezia dei Veneziani al Bar Pietro, piola sardo-veneziana

La Venezia dei Veneziani al Bar Pietro, piola sardo-veneziana

 

La Venezia dei Veneziani inseriti nei fatti e nei fenomeni di diverse epoche storiche.

Non solo, dunque, la Venezia e i Veneziani come vengono presentati ai turisti, ma anche la Venezia e i Veneziani di tutti i giorni, la Venezia e i Veneziani che godono e soffrono degli aspetti positivi e negativi della società globale e delle realtà locali di cui fanno parte.

Soprattutto la Venezia e i Veneziani dall’Ottocento ad oggi; delle attività artigianali e dell’industrializzazione; dell’emigrazione, del calo demografico e di chi decide di restare tra mille difficoltà, protestando, lottando e cercando soluzioni.

E ancora la Venezia e i Veneziani delle tradizioni, dei ricordi, delle vecchie abitudini contro la massificazione delle ragioni economiche.

Il libro Guida alla Venezia ribelle di Beatrice Barzaghi e Maria Fiano  racconta ciò che è accaduto e che accade veramente nella città che non si vede, nella città non rappresentata nelle cartoline per i turisti. Parla degli avvenimenti bellici e umani che l’hanno coinvolta, così come di calcio e femminismo; parla di grossi complessi industriali (Junghans e Mulino Stucky), del lavoro che davano, ma anche della loro chiusura e della fine di molti operai; parla delle più recenti preoccupazioni per il passaggio di nuovi mezzi di trasporto come le moderne grandi navi, della necessità di nuove costruzioni e di adattamenti urbanistici, ma pure della capacità di integrare il nuovo senza sconvolgere l’equilibrio architettonico e artistico tradizionale.

Le autrici non tralasciano certo i luoghi visitati dai turisti e le immagini che ne vengono date, ma lo fanno da un punto di vista diverso, con storie legate alla vita reale. Ne emerge, insomma, una Venezia con un suo vissuto; una città che oggi “si ribella” a essere considerata solo cartolina, così come si ribella a tutto ciò che distrugge la sua identità e la sua umanità e che calpesta i diritti dei suoi abitanti. Una Venezia che si sta difendendo per recuperare i suoi spazi e per continuare a vivere, anche se in molti ne prevedono la morte.

 

Di seguito immagini della presentazione della Guida alla Venezia ribelle di Beatrice Barzaghi e Maria Fiano, al Bar Pietro, piola sardo-veneziana di Torino, il 4 marzo scorso.

 

                                              © Antonina Orlando  19 – 03 – 2017

La Venezia dei Veneziani al Bar Pietro, piola sardo-veneziana

Il LARIN: cultura e cordialità fra le montagne del bellunese

Il LARIN

Un soggiorno nell'Alpago (Belluno) non offre solo lo spettacolo di dolci valli protette da splendide  montagne, e di pittoreschi laghi incastonati qua e là,

ma al visitatore attento e sensibile permette anche di godere di calda ospitalità, ottima cucina tradizionale e tuffi in un passato ricco di credenze pagane, custodite persino nella terminologia della parlata locale.

Ed è proprio ad un termine in uso nel dialetto delle montagne dell’Alpago che si accenna nel presente articolo:

LARIN

LARIN indica un focolare libero da tutti i lati, attorno al  quale ci si può riunire per scaldarsi, mangiare, bere in compagnia e parlare socievolmente.

Attorno ad esso nelle case delle campagne venete, soprattutto in montagna, la sera ci si ritrovava dopo le dure fatiche del lavoro, per trovare calore, per comunicarsi le vicende della giornata e per intrattenersi con storielle e fiabe per i bambini. E’ circondato per questo da panche che corrono lungo tre pareti contigue della stanza in cui si trova e su di esso spesso si preparano ottime grigliate.

Oggi se ne può trovare ancora qualcuno in ristoranti e alberghi, dove regala una nota caratteristica agli ambienti e all’atmosfera che circonda gli ospiti.

LARIN è un termine suggestivo, portatore di cultura e antiche tradizioni che si perdono molto indietro nel tempo, quando il fuoco con la sua scoperta modificò sia le abitudini alimentari dei popoli che le loro superstizioni e le loro credenze religiose. Presto al fuoco furono associate valenze sacre e, raccogliendo attorno a sé la famiglia, esso fu considerato il posto prediletto dagli antenati, divenuti dei tutelari della famiglia stessa.

Dove giunsero i Romani con le loro conquiste, tali dei ricevettero il nome di Geni, Penati e Lari. E’ a questi ultimi che si collega la parola LARIN:

con il  termine Lare, dal latino Lar, Laris, si indicava appunto la divinità tutelare domestica e, per estensione, il focolare presso il quale erano collocate le sue statuette.

Il focolare era sacro presso i Romani e originariamente era posto nell'atrio, luogo fondamentale di tutta la casa, su cui si affacciavano le varie stanze. Doveva essere tenuto sempre acceso; curarlo e mantenerne viva la fiamma era compito di madri e figlie.

Su di esso, in particolari ricorrenze dell’anno, si offrivano alle divinità vino, incenso e fiori.

Di seguito Mantano riporta come esempio le immagini dei LARIN che si trovano in due alberghi dell’Alpago e di quello ricostruito nella piazza di Tambre d’Alpago durante il Natale scorso.

Semplice ed elegante, l'albergo-ristorante “Trieste” di Tambruz (piccola frazione di Tambre d'Alpago) accoglie l'avventore con cordialità in un’atmosfera familiare e professionale al tempo stesso. In una delle sue salette, attorniato da tre panche di legno lungo le pareti, fa bella mostra di sé il caratteristico focolare. Esso serve per scaldare gli ambienti, ma anche per cucinare dell'ottima carne, mentre attorno può trovare posto chi voglia trascorrere un po’ del suo tempo in un clima di amichevole socialità.

Il secondo LARIN, strutturalmente simile al primo e con la stessa funzione, si trova nel secondo locale visitato da Mantano, l’albergo-ristorante “Da Beio”, a Bastia, frazione di Puos d'Alpago.

Là i viaggiatori nei primi anni del ’900 trovavano riparo e una buona zuppa.

Un piccolo locale dapprincipio, a cui presto se ne aggiunsero altri per il cambio dei cavalli. Oggi gli ambienti della "posta" hanno lasciato spazio a vari negoziettimentre la casa principale, arricchita di nuove sale,  è diventata un ottimo ristorante, dove vengono serviti con attenzione e gentilezza gustosi piatti tipici, fra il profumo invitante della carne cucinata sulla brace davanti ai clienti. 

Il terzo LARIN, di cui si riporta l’immagine, è quello realizzato nella piazza principale di Tambre d’Alpago, in occasione delle festività natalizie scorse. Imponente e suggestivo fra luci e bancarelle, profumo di vin brulé, würstel e crauti, rallegrava la piazza, conferendole un tocco di calda e serena familiarità.

 

                                             © Antonina Orlando  15 – 03 – 2017

 

Il LARIN: cultura e cordialità fra le montagne del bellunese

 

LA VECCHIA CASA CON LA SCALA A CHIOCCIOLA

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LA VECCHIA CASA CON LA SCALA A CHIOCCIOLA 
(Riflessioni fra passato e presente) 


Quel problema la richiamò in paese.
Vi andò, consapevole dell’assurda realtà che rendeva quasi impossibile una soluzione razionale.

Tutto ai suoi occhi appariva diverso per misura e colore. Anche gli spazi erano cambiati: nuove costruzioni spuntavano fra quelle solite, alterando le immagini dei suoi ricordi.

Non era trascorso molto tempo dall’ultima volta che vi era stata, ma ora quella vista le causava una strana percezione: forse i recenti avvenimenti, incrinando la sua serenità, evidenziavano differenze mai notate prima. Le cose si presentavano sotto una luce non prevista e le persone non erano più quelle che credeva di conoscere. Del passato restavano solo ombre confuse e sformate che parlavano lontane e in modo nuovo, mentre intorno l'aria era fredda e ostile.

Quanto piccola è la frazione di tempo  che può sconvolgere una vita!
Quanto piccola è la frazione di tempo che può mettere in crisi le certezze umane!

Tuttavia, Anna sentiva che un pezzo di quel mondo apparteneva ancora a lei e, viceversa, un pezzo di lei apparteneva ancora a quel mondo. Decise perciò di non lasciar correre. Non era tipo da arrendersi facilmente, non era suo costume voltare le spalle alle difficoltà; al contrario, le prove le davano energia e lei scendeva sempre in campo coraggiosa e leale. Si sarebbe comportata come riteneva opportuno, anche se gli affetti, le emozioni, il ruolo vissuto in passato e le antiche abitudini, la condizionavano fortemente.

La aiutava però il fatto di non essere più, del tutto, quella di un tempo; ormai era il risultato tangibile di situazioni affrontate  e di persone incontrate lungo il suo cammino.
Così come il valore finale di un’espressione algebrica è dato dal risultato di tutte le operazioni effettuate con ordine e secondo schemi precisi, allo stesso modo ogni uomo, donna o bambino che avevano attraversato la sua vita e con cui aveva interagito in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo, l’avevano plasmata, arricchendo, scavando, piegando o limando i tratti del suo carattere e il suo sapere. Ogni cosa, ogni uomo, donna o bambino incontrati, erano appartenuti alle tante parentesi della vita che le era stata assegnata. Essi si erano sommati al numero racchiuso nel nido delle due prime parentesi tonde, dentro le quali si trovava la famiglia in cui era nata, rendendola la donna di oggi. Il risultato ottenuto era tuttavia provvisorio: altre parentesi tonde, quadre e graffe, in quantità imprecisata, erano infatti pronte ad aggiungersi alle precedenti per fornire infine un valore definitivo.

Si diresse alla vecchia casa.

La scala a chiocciola era ancora lì … avvolta su se stessa … Forse rifletteva sui suoi ricordi … quanti ricordi!!!   

  scala-chiocciola-2-c-1Di tanto in tanto sui gradini di ferro battuto le roselline intagliate dal fabbro erano accompagnate da nuove finestrelle ricamate dalla ruggine: anche da lì filtrava luce attraverso squarci di forma e dimensioni mai uguali. Esse, interrompendo l’armonia del disegno dell’uomo, ne creavano una nuova, nata dalla mano della natura. 
I muri della casa cominciavano a sgretolarsi come i suoi anni … non più corse, riso o capricci di bimbi su e giù per le scale di marmo; non più giochi in terrazza e in cortile; non più pericolose e veloci discese sullo stretto corrimano di ferro della scala a chiocciola, tra il viola – azzurro dei grappoli fioriti del glicine e il verde variegato delle foglie; non più richiami preoccupati di adulti.

Nella mente della donna riemergevano grandi stanze luminose, stanze dalle tinte pastello e dai soffitti fioriti; rispuntavano pesci con stelle marine e conchiglie, sullo sfondo verde – marrone della vegetazione che correva in basso,  lungo le pareti della sala … dal pavimento fino superare di poco la testa  di una piccolissima figura di bimba…
All’istante però, tutto sfumava nella polverosa cortina della fuliggine attuale, nell’incerta penombra delle imposte mal chiuse e deformate, nel solaio pericolante, nelle pareti rovinate e cadenti e nel vuoto assordante.
Scomparsi i volti ora dolci ora severi che l’aiutarono a crescere e a sognare. Spariti quei bimbi divenuti ormai uomini e donne. Non più l’ingenuità e l’istintiva apertura dell’animo ai cari compagni di gioco; non più la spensierata fiducia. Ora solo i pensieri dei “grandi”. Ricordi rivisitati e filtrati da occhi pensanti, da gioie e dolori vissuti, da sogni realizzati e da speranze deluse; animi cresciuti in mondi diversi e non più facilmente leggibili l’un l’altro.

cortile-3-b  Eppure, abbandonata fra la fitta selva degli alti cespugli che avevano invaso il cortile, proibendolo agli altri, e che avevano avvolto l’antico pozzo sino a nasconderlo quasi pietra preziosa, la vecchia casa continuava ad essere bella nel mistero della sua vita solenne e solitaria: quel verde incolto la racchiudeva, mentre il ficus rigoglioso e spontaneo, la custodiva e la proteggeva dalla terrazza, levandosi in alto maestoso e possente; il cielo con pennellate sfumate d’azzurro l’abbracciava dolcemente; la scala fra le due terrazze si era arricchita di merletti; le profonde screpolature sui muri e le finestre sbiadite e pericolanti parlavano dello scorrere del tempo: rughe sul volto degli uomini a testimoniare percorsi di vita, lunghe riflessioni, gravi pensieri, ma anche tanti sorrisi e allegre risate.

Cosa ne sarebbe stato della villa e della vita che vi era stata vissuta? Forse tra poco sarebbero state spazzate via … forse qualcuno se ne sarebbe preso cura … o forse …

La sensibilità e i progetti di chi vi aveva abitato bambino erano diversi, ma sicuramente in tutti continuava a regnare un pizzico di nostalgia e un po’ di affetto per quel luogo che ora ricordava le fiabe, i castelli incantati, i rovi cresciuti per invidia e gelosia di maghe e maghi dispettosi, i sonni profondi delle fanciulle punte dall’arcolaio di una strega e il giovane principe che con il suo bacio le risveglia alla vita, dopo una lunga lotta contro il male.
In mezzo ai rovi dorme la Bella Addormentata; in mezzo al bosco vive l’umanità, l’amicizia e la solidarietà dei nani verso Biancaneve … quella casa avvolta da erbe, fuliggini e pericoli, forse continuava a portare in grembo una nuova lezione di vita, un premio per chi, seppure adulto, avesse avuto voglia di raccogliere la sfida e accettare di crescere ancora dentro di sé (“A vecchia avìa cent’anni e ancora avìa ‘nsignari” – recitava un vecchio proverbio del posto –: “L’anziana (donna) aveva cento anni e ancora doveva imparare”).

 scala-chiocciola-5-f-1  Il vento leggero le sfiorava delicatamente le guance e si spargeva profumato e lieve attraverso le narici in tutti i tessuti del suo corpo, allargandole il respiro; il cielo azzurro sopra la sua testa e dentro i suoi occhi la rapiva e le faceva scalare quei leggeri ciuffi di nuvole … radi e dipanati batuffoli di ovatta bianca che qua e là macchiavano il celeste di trasparenze lattiginose; l’odore del mare vicino le rinnovava il desiderio di correre in spiaggia, attraversare la sabbia bollente e giocare felice dentro l’acqua fresca, fra il moto delle onde, ora impercettibile, ora invece agitato e pauroso.

Abbassò la testa, respirò profondamente e comprese che ora toccava a lei ricordare storie incantate, come un tempo faceva la sua nonna.

“Chi l’avrebbe detto? Chi l’avrebbe immaginato? …”  “Panta rei” le ricordarono i suoi vecchi studi: tutto passa, tutto scorre … com’era vero! …, ma – pensò –   scorrere è trasformarsi e trasformarsi è vivere. “Questa è ficus-4-cvita” – si disse – “La trasformazione è vita. Se io non fossi cambiata, non sarei vissuta, e se non mi stessi trasformando, non starei vivendo. Io cambierò ancora nel corpo e nell'animo, ma continueranno a cambiare anche le cose e le persone intorno a me". Questa riflessione le fece bene e la risvegliò.

Scattata qualche foto ricordo e raccolti i suoi pensieri, considerò la realtà presente, prese per mano la bimba di ieri e la donna di oggi e, determinata, con tanta speranza, si rimise in cammino.

                                 © Antonina Orlando  04 – 01 – 2017

 

 LA VECCHIA CASA CON LA SCALA A CHIOCCIOLA

SI PREPARA LA PRIMA GUERRA MONDIALE 2

PARTE SECONDA

 I FORTI UMBERTINI a MESSINApianta-forti

 Contesto storico e ubicazione                 

 

 Nella seconda metà dell’Ottocento i governi delle grandi  e piccole potenze pensavano soprattutto ad affermare la propria forza economica e militare, entrando in competizione gli uni con gli altri, stringendo e rompendo alleanze, in un gioco non sempre chiaro, ma sicuramente pericoloso.

Lo sviluppo economico, le nuove tecniche nel campo produttivo, l’evoluzione degli studi scientifici in ogni settore del sapere, l’applicazione delle scoperte su larga scala industriale, rendevano la società sempre più esigente e si acuivano nel contempo le problematiche sociali, già delineatesi nel corso della prima Rivoluzione Industriale.

La causa prima delle crisi economiche che ciclicamente colpivano l’Europa occidentale, non era più da ricercarsi nell’agricoltura, ma nella sovrapproduzione dei prodotti industriali che non si riuscivano a vendere nei luoghi di produzione. Le crisi, nate da una questione di mercato, si estendevano, poi, al mondo finanziario, generando un grosso groviglio di interessi economici, finanziari e politici.

Gli spazi commerciali diventavano sempre più stretti e i paesi che da antica data rifornivano di materie prime le potenze del vecchio continente, ne divennero anche i mercati, in cui esse vendevano i prodotti finiti e in cui investivano. Verso la fine dell’Ottocento il numero di questi paesi non fu più sufficiente, e se ne cercarono altri, conquistandoli militarmente.

La maggior parte del commercio mondiale continuava a svolgersi tra paesi industrializzati; tuttavia, avere il maggior numero di colonie possibile diventava ora non solo una necessità economica di privati, ma  una forma di prestigio nazionale e di sicurezza militare, dal momento che ogni colonia rappresentava una miniera di materie prime, una enorme piazza di smercio di manufatti, nuove possibilità di investimento e una riserva militare per le campagne belliche.

Protezionismo e Nazionalismo caratterizzarono quell’ultimo scorcio di Ottocento, mentre si andava affermando con forza sempre maggiore l’idea della “superiorità della razza bianca”.

Divenne così necessario per ogni Stato armarsi per conquistare e per difendersi. I governanti dei grandi Stati si affidarono ai suggerimenti di alti ufficiali, il cui potere decisionale andò aumentando vertiginosamente: vennero riformati gli eserciti, venne incrementato il lavoro delle industrie belliche e gli stessi militari ebbero facoltà di disporre autonomamente degli armamenti.

Non solo, si ricorse anche a fortificazioni che proteggessero i confini da eventuali generale-cavalliinvasioni nemiche.

Ingegneri militari furono chiamati a costruire nuove fortezze o a riadattare vecchi forti, non più capaci di affrontare gli assalti delle armi moderne e dei nuovi mezzi, che assieme agi aerei, sarebbero entrati  in una guerra sempre più vicina.

Nel 1844, per esempio, il Generale piemontese Giovanni Cavalli con l’introduzione della rigatura interna della bocca da fuoco, abbandonò la classica palla di cannone sferica, utilizzando il proiettile di forma ogivale. Questo proiettile si adattava perfettamente all’anima dell’arma, facendo in modo che venisse eliminato il “vento”, cioè lo spazio, tra il diametro del proiettile rotondo e quello dell’anima interna del cannone. Così fu annullata la sfuggita laterale del gas al momento dello sparo e aumentarono non solo la potenza e la gittata dell’arma – che riusciva a colpire a una distanza praticamente doppia di quella fino allora possibile –, ma anche la precisione dei tiri e la grossezza dei calibri. L’innovazione di Cavalli, introdotta definitivamente nelle campagne del 1860 – 1861, rispettivamente a Gaeta e a Messina, e utilizzata da tutte le artiglierie moderne, influì enormemente sulla potenzialità delle nuove armi, costringendo i Governi a rivoluzionare tutti i sistemi di attacco – difesa.

Anche l’Italia, dove ormai fra larghe sacche di arretratezza nascevano industrie moderne, non solo nel triangolo industriale formato da Piemonte, Lombardia e Genova, ma anche in altre regioni, come la Lanerossi a Schio (Vicenza), e le iniziative industriali dei Florio nella Sicilia occidentale, comprese che per essere considerata una potenza, doveva diventare un Paese di conquistatori e doveva provvedere a consolidare i suoi confini.

Alla pari delle altre grandi potenze, dunque, anche l’Italia pensò ad un’adeguata difesa militare; tanto più che con la Francia vi erano forti tensioni, sia per la sua politica espansionistica in Africa, sia per motivi legati al periodo risorgimentale, mentre d’altra parte nel Mediterraneo si aggiravano navi inglesi e tedesche, in concorrenza commerciale fra di loro. Inoltre la Francia, in urto con la Germania dopo la sconfitta del 1870 e la perdita dell’Alsazia e della Lorena, disseminava quella frontiera di anelli di forti; lo stesso faceva la Germania lungo la stessa frontiera; il Belgio costruiva fortificazioni ad Anversa, e molti altri Stati munivano anch’essi i loro confini.  

Stando così le cose ed essendoci preoccupazione per la crescente tensione politica fra le potenze europee, il Governo italiano decise di realizzare opere di fortificazione, nominando delle Commissioni di studio, composte da alti ufficiali dell’Esercito e della Marina, con l’incarico di realizzare strutture di difesa nei punti nevralgici della penisola, comprese le coste mediterranee. Nel 1887, inoltre, fu stipulata una Convenzione Militare tra l’Italia e la Germania, fra il Presidente del Consiglio italiano, nonché Ministro degli Esteri, Francesco Crispi e il cancelliere tedesco Bismarck, in base alla quale l’Italia, già legata alla Germania dalla Triplice Alleanza, avrebbe dovuto essere pronta a combattere contro la Francia, qualora questa assieme alla Russia, avesse attaccato la Germania.

Subito dopo l’Unità d’Italia, dal 1861 al 1889 furono presentati vari progetti di campi trincerati, tra cui quelli realizzati a Mestre, Verona e Terni, ma molti di essi rimasero sulla carta. Una delle opere più imponenti per numero di forti ed estensione territoriale fu quella dei Forti Umbertini, sorti a difesa dello Stretto di Messina, importante punto strategico sia militare che commerciale.

Messina non era nuova ad opere difensive; già i Normanni, per esempio, si erano preoccupati di rafforzarne il sistema di difesa, vista l’importanza raggiunta dal porto, così come anni dopo fecero gli Svevi.

Con la ristrutturazione cinquecentesca di Carlo V, poi, Messina divenne una città – fortezza. Infatti, a quel tempo, i Turchi miravano ad espandere il loro dominio in Sicilia. Essi la consideravano di loro proprietà e pensavano di poterla conquistare facilmente; nella loro cartografia, anzi, la rappresentavano già araba, prima ancora di averla occupata.

Non avevano valutato, però, la presenza e gli interessi degli Spagnoli, che nel 1537, seguendo la configurazione fisica del territorio, fecero erigere imponenti mura di difesa, adatte a contrastare le armi dei nemici. I Turchi furono sconfitti a Lepanto nel 1571 e svanì il pericolo di un loro attacco.

Nel Museo di Forte Cavalli, di cui si parlerà più avanti, fra le varie piante della Sicilia, si trova una mappa inedita dell’Archivio di Stato di Napoli, realizzata nel Cinquecento da Piri Reis, un cartografo turco, ammiraglio di Solimano, il Magnifico. In essa Messina con tutta la Sicilia e con lo Stretto, è rappresentata come già araba, in piena dominazione spagnola.  

Nell’Ottocento, però, le fortificazioni volute da Carlo V e adatte a contrastare le armi del suo tempo, non servirono più, perché non potevano opporre nessuna resistenza contro la nuova artiglieria navale. Per questo le Commissioni nominate da Umberto I dal 1861 al 1889 ne studiarono di più idonee.

Nacquero così i nuovi Forti, che dovevano servire a proteggere lo Stretto di Messina; alcuni di essi (14) furono costruiti sui Peloritani, altri (9) lungo la costa calabra1

Essi, chiamati anche Forti Umbertini, facevano parte del Piano Generale di Difesa dello Stato. 

Sullo Stretto venne a crearsi in questo modo una rete di sorveglianza praticamente ineludibile; se qualcuno avesse tentato di attraversarlo senza autorizzazione, avrebbe dovuto affrontare il fuoco proveniente dai Forti.

 

In visita a Forte Cavalli  targa-ingresso

Visitare i Forti dei Peloritani significa entrare in un mondo particolare, dove l’austerità della costruzione militare, ben inserita e mimetizzata nella natura, fa da contrappunto al suggestivo spettacolo dello Stretto.

Dalla cinta muraria si ammirano contemporaneamente il fondersi del variegato azzurro di due mari, il Tirreno e lo Ionio, le pendici dell’Aspromonte sulla costa calabra, con  promontori e insenature, e la caratteristica lingua di terra a forma a falce (zanclon in siculo), che racchiude il porto di Messina e che le ha dato in passato il nome di Zancle.

I Forti Umbertini furono costruiti fra il 1882 e il 1892 dallo Stato Maggiore del Regio Esercito Italiano; l’ultima batteria da costa, quella di Sbarre, a sud di Reggio Calabria, fu ultimata alla vigilia dello scoppio della Grande Guerra.

Abbandonati dopo la Seconda Guerra Mondiale, lasciati al degrado e adibiti a stalla dai pastori del luogo, sono fatti segno in questi ultimi anni di grande attenzione. Associazioni di studiosi li vanno restaurando e li ripropongono all’attenzione del mondo culturale. Nove di essi sono già visitabili e spesso ospitano attività culturali, scolaresche e scout.

 

Mantano ha visitato uno dei Forti restaurati, Forte Cavalli, oggi proprietà del Demanio, dato in concessione nel 2000 all’Associazione “Comunità Zancle” ONLUS che se ne è presa cura, lo ha rimesso a posto e lo ha riconsegnato alla cultura. Esso è anche sede del Museo Storico della Fortificazione Permanente dello Stretto di Messina, realizzato dal Centro studi e Documentazione “Forte Cavalli” e inaugurato nel maggio 2003. Luogo di educazione alla Pace, è oggi sotto il patrocinio dell’UNESCO.

Il  direttore del Museo, Prof. Vincenzo Caruso, docente di matematica e fisica nei licei messinesi e cultore di storia militare legata allo Stretto di Messina, da molti anni fa ricerche presso gli archivi militari italiani per riscoprire la storia delle fortificazioni militari intorno allo Stretto. Egli collabora inoltre “con esperti del coordinamento del Recupero del campo Trincerato di Mestre e di varie città fortificate italiane ed europee”.

Il Prof. Caruso ha accompagnato Mantano nella visita al Forte e al Museo, rendendosi gentilmente disponibile durante la chiusura estiva del mese di Agosto.

Mantano, inoltre, ha potuto beneficiare della  disponibilità del bravissimo ed espertissimo Corrado Loiacono, ex artificiere, chiamato spesso a disinnescare bombe e mine, non solo in Sicilia e nella vicina Calabria, ma anche in altre regioni, come Piemonte, Valle d’Aosta e Veneto.

La Batteria di costa Monte Gallo, in seguito chiamata Forte Cavalli, dal nome dall’omonimo generale, si trova sul Monte Gallo, a 330 metri di altezza s.l.m. Il Forte fu costruito fra il 1889 e il 1890.

Dallo spiazzo antistante le mura di cinta, dopo aver attraversato il ponte levatoio e il cancello d’ingresso, si accede alla Piazza d’Armi.

Lo sguardo del visitatore è subito attratto da un grossissimo cannone, posto proprio di fronte all’ingresso.

E’ il più grande cannone italiano della Seconda Guerra Mondiale con il suo peso di 16 tonnellate e la sua lunghezza di 10 metri. Ogni sua parte è stata fabbricata nelle industrie italiane, secondo le indicazioni di Mussolini, come spiega il Prof. Caruso. Esso è stato regalato alla città di Messina dal Ministero della Difesa ed è stato dichiarato Monumento ai caduti di tutte le guerre.

A fianco del cannone, su una targa affissa al muro, si può leggere un’epigrafe che invita i giovani ad amare e custodire la pace.

forte-cavalli-targa-ai-caduti

Forte Cavalli – ha continuato a spiegare il Prof. Caruso – come gli altri Forti, è invisibile dal mare per motivi strategici, ma per gli stessi motivi si è fatto in modo che gli stessi Forti fossero visibili tra di loro tre a tre. Così, infatti, avrebbero potuto comunicare ugualmente, in caso di interruzioni telefoniche e telegrafiche. Fra tutti vi era poi una fitta rete stradale con baraccamenti, polveriere e depositi sparsi sul territorio.

Il punto di riferimento per tutti i Forti era il Forte di Antennamare (noto ai Messinesi come Dinnamare), sul  monte omonimo, alto circa 1130 metri: faceva anche da ponte radio.

Bellissimo lo spettacolo che si può godere da quel Forte:

Per la costruzione di Forte Cavalli vennero utilizzate anche le pietre di risulta dall’appiattimento della collina.

Le cronache del tempo – ci informa la guida – dicevano che la collina cominciava piano piano ad appiattirsi: segno che la batteria stava crescendo. “La vetta è stata sbancata con le mine; poi con pala, carriole e piccone, il materiale è stato portato via e selezionato, per essere riutilizzato nella costruzione dei vari livelli del Forte, fino alle piazzole che stanno in alto”. Per le rifiniture si usavano mattoni e pietra lavica.

forte-cavalli-postazione-cannoni

La canalizzazione dell’acqua – tuttora funzionante – portava l’acqua piovana ad una cisterna di 150 – 200 mila litri, oggi ripristinata, garantendo l’approvvigionamento idrico.

Inoltre, per evitare smottamenti e frane, vi erano canali di scolo, efficienti ancora oggi, e tutto un sistema di costruzione di piani con opere di contenimento, realizzato con gradoni in pietra lavica, su cui veniva posta terra e, quindi, piantati alberi. L’eventuale frana veniva ostacolata da questi, per così dire, denti di sega.

I Forti come in tutta Europa, furono costruiti attorno alla città e furono chiamati campi trincerati; cioè, anelli di forti intorno al nucleo abitato. Un’analoga  cinta di forti fu costruita sulla costa calabra, creando una fitta rete di osservazione, attraverso la quale era praticamente impossibile che si potesse attraversare lo Stretto senza permesso.

Vicino all’ingresso del Museo che si apre su Piazza d’Armi,  si possono vedere due ancore: una delle due, dono della Marina Militare Italiana al Forte, durante il secondo conflitto mondiale reggeva una rete che serviva ad impedire l’ingresso dei sommergibili nemici nel porto.

L’altra ancora è, invece, l’ancora di un dragamine.

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Dopo Piazza d’Armi, la visita prosegue dentro il Museo.

 

Nel corridoio d’ingresso vi è una targa dedicata a Giacomo Matteotti. Egli, contrario alla partecipazione dell’Italia alla Prima Guerra Mondiale, a causa dei suoi discorsi non interventisti fu trasferito a Messina, dove militò a Forte Cavalli fino alla fine del conflitto. Restano alcune lettere che da lì egli spedì alla moglie.

museo-cavalli-matteotti

Si percorre, poi, un corridoio perimetrale che, isolando gli ambienti interni, permetteva di mantenere asciutte le polveri conservate in alcune stanze lontane dalla montagna e dal terrapieno. Il ricircolo dell’aria, che vi era stato creato e  garantito tutt’oggi, consentiva di evitare l’umidità, mentre linee spezzate, ricavate sulle pareti, avrebbero potuto interrompere l’onda d’urto di eventuali esplosioni, dal momento che tutte le stanze erano stracolme di munizioni.

 

Da una sala all’altra, attraverso immagini, documenti e reperti, si snodano davanti al visitatore le tappe della storia, della costruzione dei Forti e della difesa dello Stretto, dall’Unità d’Italia alla Seconda Guerra Mondiale.

 

Nella Caponiera, per esempio, si trova la postazione di una mitragliatrice: serviva per la difesa del fossato e del ponte levatoio.

Oggi, su una grande pianta dello Stretto di Messina, si può “leggere” l’ubicazione delle fortificazioni costiere, dei forti di montagna e delle fotoelettriche che servivano per illuminare lo Stretto di notte.

Data la sorveglianza dello Stretto, molto difficilmente, come abbiamo detto, vi poteva passare una nave non autorizzata. Diverso fu però il caso dei sommergibili, imbarcazioni armate anche di cannoni oltre che di siluri, usate per la prima volta durante la Prima Guerra Mondiale. Tali imbarcazioni non erano ancora tecnologicamente evolute, né utilizzate in guerra all’epoca della costruzione dei Forti; perciò questi non vennero attrezzati per difendersi da tali pericoli. Così, durante la Prima Guerra Mondiale i sommergibili tedeschi, andando sott’acqua, riuscivano ad entrare nello Stretto e a colpire le navi passeggeri e le navi commerciali che vi circolavano. Dimostrazione che la costruzione di difese militari pensate per adeguarsi alle nuove armi, spesso sono già superate dal progresso, prima ancora di essere portate a compimento.

A Messina – cosa poco risaputa – nel 1915 fu dichiarato lo Stato di Guerra con tutti i provvedimenti conseguenti, documentati anche dai Manifesti Militari, inediti, in visione al Museo.

 

Molte sono le tavole esposte nei vari ambienti; fra le altre una rappresenta il Generale Longo, presidente della Commissione incaricata di studiare i siti idonei alla costruzione delle fortezze calabresi e messinesi; un’altra raffigura “i carrumatti”: i carri, cioè, su cui venivano trasportati materiali e armi dalla città alla nuova costruzione.

Materiale per la costruzione, artiglieria e tutto quanto potesse servire, veniva trasportato appunto dalla città al Forte sui cosiddetti “carrumatti”,  carri stretti e lunghi (5 metri per 1), simili ai tir, trainati da buoi – per portare un cannone a Forte Cavalli, ci volevano 20 buoi e 3 giorni di viaggio, partendo dalla stazione ferroviaria.

“Messina fu invasa dal traffico pesante, come oggi dai tir” – osserva sorridendo il Prof. Caruso – “e a quel tempo le Gazzette si lamentavano che la strada, appena aggiustata, venisse nuovamente rovinata, mentre i cittadini continuavano a pagare le tasse …” .

Lungo la dorsale dei Peloritani si possono vedere numerosi caseggiati: servivano come punto di appoggio per spostare le truppe in caso di attacco lungo una strada di 85 chilometri che portava da Messina fino ad Enna, senza passare dalla costa. Si evitavano in questo modo eventuali bombardamenti navali. E’ una via di collegamento lunghissima e ancora visibile sui Peloritani con strade incredibili, ripercorse e georeferenziate dallo stesso Prof. Caruso, il quale, durante la ricerca dei percorsi militari, ha rinvenuto, anche pietre miliari con la firma del Primo Reggimento Genio 1901, i “buttischi”, cioè  i sistemi che consentivano di canalizzare l’acqua prima che arrivasse sul piano stradale; i pozzetti che servivano per raccogliere i detriti, impedendo così un’eventuale frana e le fonti d’acqua usate per l’approvvigionamento di soldati, muli e buoi.

Ogni Forte era praticamente protetto da due servitù: una prima zona di servitù militare e una seconda zona, più esterna.

In quella più esterna  potevano accedere i contadini, per raccogliere legna, coltivare, ecc.; l’altra, più ristretta, era riservata al Forte. Le demarcazioni delle suddette servitù erano segnate da pietre miliari con delle incisioni ben chiare:

130 metri – significava, per esempio, che si distava 130 metri dal Forte; quelle pietre potevano essere chilometriche, ettometriche, ecc. Su alcune si legge ancora “seconda zona militare”; “zona di servitù”, DM –  Demanio Militare –  o TM – Territorio Militare.

Naturalmente il Museo ha dedicato una sala al Generale piemontese Giovanni Cavalli (1808 – 1879), inventore della rigatura dei cannoni, con la quale furono migliorate le artiglierie europee. In essa si trovano mappe e reperti che aiutano il visitatore a capire meglio l’innovazione da lui apportata e il suo impiego.

  

Significativa è la targa in bronzo, ottenuta dalla fusione dei cannoni austriaci alla fine della guerra e donata dal Comando della Brigata Aosta il 13 Maggio del 2007. Su di essa è riportato il Bollettino della Vittoria, firmato da Armando Diaz, Comandante in capo dell’Esercito Italiano.

  

Dopo aver parlato simpaticamente dei colombi viaggiatori, messaggeri durante la Prima Guerra Mondiale, delle colombaie mobili, dei vari telegrafi, telefoni e megafoni e del contemporaneo spionaggio per carpire i segreti delle fortificazioni .e delle postazioni delle artiglierie, la guida ha lasciato la parola a Corrado Loiacono.

Il suo intervento è stato mirato più che altro alla Seconda Guerra Mondiale: egli ha descritto bombe, mine e siluri, ha raccontato spesso dove e come sono stati ritrovati e anche le conseguenze nefaste su chi, rinvenendoli per caso, non è stato in grado di riconoscerli o di comprenderne la pericolosità. Inoltre, ha spiegato con chiarezza e ricchezza di particolari sia il loro funzionamento, sia come venivano disinnescati. Le dimostrazioni e il racconto della storia e dell’uso degli ordigni lasciavano spesso spazio ad interessanti e piacevoli aneddoti  e ai ricordi delle sue esperienze di lavoro.

La visita al Forte Cavalli, interessante sia per l’aspetto storico – architettonico che per l’aspetto paesaggistico, ha  permesso fra l’altro di venire a conoscenza di particolari poco noti sulle vicende di Messina e dello Stretto nel corso della Prima Guerra Mondiale.

 

 

1

   I forti edificati nel tardo Ottocento sono:

– 9 antinave sulla costa calabra (Poggio Pignatelli, Matiniti sup, Matiniti inf, Arghillà, Catona, Sbarre, Telegrafo, Pentimele nord, Pentimele sud).

– 9 antinave sulla costa messinese (Cavalli, Schiaffino, Mangialupi, Petrazza, Ogliastri, S. Jachiddu, Crispi, Serra la Croce, Masotto).

– 4 fortini di montagna sui Peloritani per la difesa della Piana di Milazzo (Campone, Centri, Ferraro, Antennammare).

– 1 forte di segnalamento non armato (Spuria) ricostruito sull'antico forte inglese. 
Tot. 22+1=23

 

BIBLIOGRAFIA

 

 Basil H. Liddel Hart

 La Prima Guerra Mondiale

BUR storia

 Sergio Romano

 Crispi

Biografie Bompiani

 G. Sabatucci –V. Vidotto

 Storia contemporanea – L’Ottocento

Editori Laterza

 Alberto Preti–Fiorenza Tarozzi

 Percorsi di storia contemporanea

Zanichelli

 Amalia Ioli Gigante

 Le città nella storia d'Italia –  MESSINA

Editori Laterza

 M. Lo Curzio,V. Caruso

 La Fortificazione Permanente dello  Stretto di Messina. Storia conservazione e restauro di un patrimonio architettonico e ambientale

 EDAS, Messina, 2006

 Vincenzo Caruso

 Messina nella PRIMA GUERRA MONDIALE

Edizioni Dr. Antonino Sfameni Messina 2008

 IL DEMANIO

 MONTI PELORITANI

AZIENDA REGIONALE FORESTE DEMANIALI

 Opuscolo

 VIVILFORTE

 

 Opuscolo

 Guida al Museo storico di FORTE CAVALLI

 

 

 

RINGRAZIAMENTI

Si ringrazia sentitamente il Professore Vincenzo Caruso per la sua cordialità e per la sua disponibilità.

 

      © Antonina Orlando 07 Dicembre 2016      

 

 

L'AMBIENTE SOCIO – POLITICO – ECONOMICO IN CUI SI PREPARA LA PRIMA GUERRA MONDIALE 2

 

MARSALA, I FLORIO E LE LORO CANTINE

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Marsala, città nata sulle rovine dell’antica fenicia Lilibeo, si stende  su  un bellissimo lembo di terra –  capo Boeo – all’estremità occidentale della Sicilia.

Racchiusa fra Erice, Segesta e Selinunte, le fanno corona dal mare le isole Egadi, le isole dello Stagnone e le famose saline, che esaltano la suggestione del suo ambiente storico – geografico:

l’isola di Favignana, nelle Egadi, con la sua tonnara, 

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l’isola di Mozia, nello Stagnone, con i suoi scavi, il suo museo, le sue bellezze naturali,

 mozia  

 


 

 

 

 

 

le saline con l’incanto della loro luce saline

 

 

 

 

 

 

 

e gli antichi, pittoreschi mulini a vento.mulini-a-vento

 

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I caratteristici tramonti rosati avvolgono strati di storia secolare giuntaci attraverso

reperti archeologici, reperti-archeologici

 

 

 

 

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monumenti

 

 

tradizioni religiose e popolari.

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Persino i nomi che la città ha assunto nel tempo raccontano fatti e avvenimenti storici: Lilibeo è il nome datole dai Fenici, quando nel IV secolo a. C. vi si sono insediati, fuggendo da Mozia che il tiranno di Siracusa, Dionisio il Vecchio,  aveva assediato e distrutto.

Ed è da Lilibeo – città che guarda la Libia – che ai Marsalesi deriva anche l’appellativo di Lilibetani.

Furono successivamente gli Arabo-Berberi che nell’VIII secolo, risvegliando i traffici commerciali e l’economia della città, la rinominarono Marsa Alì, Porto di Alì, o, forse, Marsa ālyy, Porto grande, oppure ancora Marsa Allāh, Porto di Dio o ancora, più semplicemente è all’espressione latina mare salis, mare di sale che la città deve il suo nome.

Anche l’evoluzione storico – economica dei secoli più recenti, le riconosce una posizione significativa, nella realtà italiana ed europea.

Ne sono esempio le cantine Florio di Marsala, della cui visita effettuata da Mantano, si riportano alcuni momenti nel corso del presente articolo.

cancello-cantine-florio

Prima di varcare il cancello, su cui è impresso il nome delle cantine stesse e la data della prima produzione del famoso marsala Florio, l’attenzione si posa sullo stemma della famiglia, un leone in bronzo che sovrasta l’ingresso. leone-malato-particolare

Superato il cancello, si accede al cortile, dove si aprono le cantine e dove è pronta la simpatica e brava guida Sabrina Marino.

cortile-cantine-1

 

 

 

 

 

 

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cantine

 

Varcare le porte della cantina significa essere avvolti da un’atmosfera speciale. La mescolanza degli aromi e dei bouquets, la temperatura fresca e il colore caldo delle botti colgono all’improvviso il visitatore, trasportandolo in una nuova realtà.

Sabrina si avvia verso botti di grandissime dimensioni, vicino alle quali si sofferma, per spiegare il tipo di marsala che vi è contenuto

e per raccontarne la storia, che risale addirittura al Settecento, epoca in cui l’Inghilterra aveva molti interessi commerciali anche in Sicilia.

Nel 1773, infatti, l’inglese John Woodhouse, l’”inventore” del vino marsala, introdusse in città la produzione del vino su scala industriale e, con fondi propri, vi costruì molte infrastrutture.

Lo seguirono Ingham e Whitaker, che avevano compreso l’importanza economica di quell’iniziativa.

Le nuove tecnologie che sfruttavano l’energia del vapore, ormai ampiamente utilizzate in Inghilterra, poco alla volta venivano esportate sul continente europeo, mentre i commerci inglesi, enormemente importanti sul piano internazionale, erano fiorenti anche nel Mediterraneo, dove l’Inghilterra non voleva perdere il controllo di Malta e della Sicilia.

Da e per la Sicilia, dunque, i battelli a vapore facevano la spola, trasportando verso porti lontani merci e prodotti di ogni genere, che spesso venivano depositati in via provvisoria a Malta.

Nell’Ottocento, quando la Rivoluzione Industriale, nella sua seconda fase, raggiunse anche l’Italia, Marsala venne a trovarsi fra le città più avvantaggiate dal nuovo spirito imprenditoriale ed economico, rappresentato non solo dagli Inglesi, ma anche dai membri di una famiglia di origine calabrese, i Florio, la cui presenza e la cui attività frenetica caratterizzerà la vita economica e culturale sia di Marsala e dei paesi vicini, che di Palermo.

I Florio provenivano da Bagnara Calabra e si spostarono in Sicilia forse a causa del fortissimo terremoto che colpì la loro terra nel 1783.

Furono i risultati positivi che Woodhouse e Ingham ottennero nella produzione del vino all’uso di Madera, tanto apprezzato dagli Inglesi, che persuasero Vincenzo Florio ad avviare a sua volta delle fattorie dello stesso tipo nello stesso territorio. Del resto negli anni Trenta dell’Ottocento erano molteplici i prodotti siciliani che destavano l’attenzione mondiale e che venivano molto richiesti all’estero. Fra questi lo zolfo, estratto nelle zolfare, la cui produzione in buona parte veniva esportata, e il vino.

Vincenzo Florio, nato a Bagnara Calabra nel 1799, iniziò la sua carriera, avendo a disposizione una solida base finanziaria, costruita lentamente prima dal padre, poi dallo zio Ignazio.

Il padre di Vincenzo, Paolo, era un commerciante e, giunto da Bagnara a Palermo, aprì una piccola drogheria, più precisamente un’ “aromateria” (negozio di spezie), dove, fra l’altro, si vendevano anche medicinali e prodotti chimici. Questa attività in pochi anni gli permetterà di incrementare il suo giro d’affari al punto da poter lasciare al figlio una notevole eredità.

Fu in particolare il chinino, usato come rimedio contro la malaria, l’articolo di punta dell’ “aromateria” non solo ai tempi di Paolo, ma anche quando a lui, morto nel 1807, succederà il figlio Vincenzo, i cui interessi, essendo lui ancora piccolo, furono curati abilmente dallo zio Ignazio, fratello del padre.

Per simboleggiare il potere medicamentoso del “cortice”, fu fatto scolpire un leone febbricitante (lo stemma che si può vedere all'ingresso del cortile) il quale, per guarire, beve le acque che lambiscono le radici dell’albero della china.

leone-febbricitante-mantano

Il commercio della polvere della corteccia dell’albero di china si sviluppò in modo significativo a partire dal 1824, quando Vincenzo, che aveva studiato nelle migliori scuole d’Europa, durante un suo viaggio in Inghilterra conobbe e analizzò la macchina che la polverizzava.

In quell’occasione egli decise di importare la macchina, per poter produrre autonomamente la china in polvere  a Palermo ed evitare così di doverla comprare in Inghilterra.

Morto lo zio Ignazio nel 1828, dal 1829 Vincenzo iniziò la sua carriera personale, proseguendo sulle orme della famiglia.

Fondò, infatti, varie società e grosse compagnie di navigazione, si interessò al settore degli zolfi, prese in affitto tonnare e diede vita a numerose iniziative industriali, fra cui quella dei vini di marsala.

Così, nel 1832, sfidò Ingham e Woodhouse, costruendo a Marsala uno stabilimento vinicolo che diventerà famoso. Lo stabilimento che Vincenzo Florio cominciò a costruire nel 1832, nacque in riva al mare, fra quelli di Ingham e di Woodhouse e cominciò a produrre già nel 1833.

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Subito dopo, nel 1834, creò una società con Raffaele Barbaro, dando vita ad uno stabilimento, chiamato “Baglio”. La società, però, si sciolse nel 1839, lasciandolo libero di continuare l’attività da solo.

La produzione del vino liquoroso di Vincenzo Florio si impose presto sui mercati sia nazionali che internazionali, ottenendo importanti riconoscimenti ufficiali.

Per produrre quel vino all’uso di Madera, cioè seguendo il sistema spagnolo e portoghese, venivano utilizzate uve molto ricche di zucchero, come il catarratto, la inzolia, il grillo, il domaschino ..

Inoltre, all’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-1892 non solo furono presentate le famose qualità di vino marsala, ma anche il primo campione di cognac siciliano.

Grazie all’industria enologica, Marsala divenne una delle città più ricche della Sicilia.

Dopo Vincenzo, morto nel 1868, il nome della famiglia fu tenuto ancora alto dal figlio Ignazio senior.

Lo stabilimento di Marsala divenne un grande e moderno complesso industriale sempre soggetto ad innovazioni; con macchine a vapore, per esempio, si costruivano botti e doghe, mentre la pulitura dei fusti veniva effettuata, utilizzando una macchina che agitava i vasi vinari, facendoli ruotare in ogni senso.

Queste le categorie del marsala e le sue ricette, così come spiegate da Sabrina.

Le diverse qualità del marsala furono spesso premiate nelle manifestazioni più importanti del settore e nelle Esposizioni internazionali.

Dal 1870 la fillossera, la peronospera  e l’oidio colpirono anche le uve marsalesi, così come quelle di quasi tutti i territori europei. I problemi economici più gravi, però, furono causati dai problemi politici internazionali e dalle continue e improvvise oscillazioni dei dazi doganali e delle tassazioni interne, nel contesto di quella crisi economica internazionale  che, iniziata intorno al 1873, si prolungò all’incirca fino al 1896.

La crisi dell’industria e il forte ridimensionamento del commercio caratterizzarono soprattutto l’età di Ignazio junior, figlio e successore di Ignazio senior. Nonostante ciò e pur colpito da gravissimi lutti in famiglia, circondato da amministratori spesso non all’altezza del loro compito, Ignazio non si arrese; cercò anzi di difendere le imprese ereditate, lottando anche contro la concorrenza delle concentrazioni industriali del nord Italia.

Sulle pagine dell’Ora di Palermo, giornale da lui fondato, vennero pubblicati molti articoli a sostegno delle sue ragioni.

Nelle relazioni mondane, tuttavia, fu mantenuto un tono elevato e la moglie di Ignazio junior, la bellissima e colta donna Franca, come la chiamò D’Annunzio, corteggiatissima e sempre molto ammirata da celebri artisti e letterati, da imperatori e re, sfoggiava gioielli preziosissimi.

Anche Vincenzo, fratello di Ignazio junior, amava la vita mondana. Egli lontano dalle attività economiche della famiglia, si occupò soprattutto di auto, di imbarcazioni di lusso e generalmente di sport. Organizzò manifestazioni e corse automobilistiche, la prima delle quali si rifece alla “settimana automobilistica di Brescia”.

Nel 1906 la corsa si svolse in Sicilia e furono messi in palio numerosi premi in denaro e una targa d’oro, chiamata “targa Florio”, da assegnare al vincitore.

Pensò anche a brevettare un autocarro, per trasportare su strade di montagna munizioni e viveri. Prodotto dal 1916 in avanti, il mezzo fu utilizzato durante la Prima Guerra Mondiale.  

La famiglia Florio, che si era interessata a promuovere la cultura e le arti (per esempio, Ignazio fece edificare il Teatro Massimo e il Politeama a Palermo), che aveva ospitato i più famosi e importanti reali dell’epoca, dallo zar di Russia, ai reali inglesi e agli imperiali di Germania, che aveva soccorso i Messinesi dopo il devastante terremoto del 1908, che aveva avuto relazione con i più rinomati artisti e scrittori dell’epoca, che aveva arricchito Palermo di splendide costruzioni liberty, poco a poco perse i suoi averi e, nel 1924, si trasferì a Roma, pur non interrompendo mai i legami con Palermo.

Ignazio jr., propose a Mussolini, che lo aveva convocato, un piano per permettere alla famiglia di sopravvivere con dignità, senza lasciare debiti:

tutti gli averi dei Florio, compresi i gioielli di Donna Franca, sarebbero stati ceduti allo Stato, in cambio di un vitalizio.

La Società Anonima Vinicola Italiana (S.A.V.I.), fondata da Ignazio jr, Vincenzo jr e da notabili e commercianti marsalesi, nel 1904, finì per essere controllata nel 1907 dalle “Distillerie Italiane”, appartenenti ad una società milanese.

Nel 1924 la società passò alla Cinzano, che nel 1928 acquistò anche le azioni della Woodhouse e la maggioranza della Ingham-Whitaker.

Nel 1929, fu incorporato tutto dalla S.A.V.I. e nacque la Florio-Ingham-Whitaker-Woodhouse con sede in Marsala.

Per finire, l’ILLVA (Industria Lombarda Liquori Vini e Affini) Saronno S.p.A., fondata il 23 luglio 1947 a Saronno,  acquistò la società Florio nel 1998 e, assieme a diversi altri vini siciliani, produce oggi il Marsala Florio e i vini Corvo.

 

                                            © Antonina Orlando 18 Ottobre 2016

 

MARSALA, I FLORIO E LE LORO CANTINE