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SI PREPARA LA PRIMA GUERRA MONDIALE 2

PARTE SECONDA

 I FORTI UMBERTINI a MESSINApianta-forti

 Contesto storico e ubicazione                 

 

 Nella seconda metà dell’Ottocento i governi delle grandi  e piccole potenze pensavano soprattutto ad affermare la propria forza economica e militare, entrando in competizione gli uni con gli altri, stringendo e rompendo alleanze, in un gioco non sempre chiaro, ma sicuramente pericoloso.

Lo sviluppo economico, le nuove tecniche nel campo produttivo, l’evoluzione degli studi scientifici in ogni settore del sapere, l’applicazione delle scoperte su larga scala industriale, rendevano la società sempre più esigente e si acuivano nel contempo le problematiche sociali, già delineatesi nel corso della prima Rivoluzione Industriale.

La causa prima delle crisi economiche che ciclicamente colpivano l’Europa occidentale, non era più da ricercarsi nell’agricoltura, ma nella sovrapproduzione dei prodotti industriali che non si riuscivano a vendere nei luoghi di produzione. Le crisi, nate da una questione di mercato, si estendevano, poi, al mondo finanziario, generando un grosso groviglio di interessi economici, finanziari e politici.

Gli spazi commerciali diventavano sempre più stretti e i paesi che da antica data rifornivano di materie prime le potenze del vecchio continente, ne divennero anche i mercati, in cui esse vendevano i prodotti finiti e in cui investivano. Verso la fine dell’Ottocento il numero di questi paesi non fu più sufficiente, e se ne cercarono altri, conquistandoli militarmente.

La maggior parte del commercio mondiale continuava a svolgersi tra paesi industrializzati; tuttavia, avere il maggior numero di colonie possibile diventava ora non solo una necessità economica di privati, ma  una forma di prestigio nazionale e di sicurezza militare, dal momento che ogni colonia rappresentava una miniera di materie prime, una enorme piazza di smercio di manufatti, nuove possibilità di investimento e una riserva militare per le campagne belliche.

Protezionismo e Nazionalismo caratterizzarono quell’ultimo scorcio di Ottocento, mentre si andava affermando con forza sempre maggiore l’idea della “superiorità della razza bianca”.

Divenne così necessario per ogni Stato armarsi per conquistare e per difendersi. I governanti dei grandi Stati si affidarono ai suggerimenti di alti ufficiali, il cui potere decisionale andò aumentando vertiginosamente: vennero riformati gli eserciti, venne incrementato il lavoro delle industrie belliche e gli stessi militari ebbero facoltà di disporre autonomamente degli armamenti.

Non solo, si ricorse anche a fortificazioni che proteggessero i confini da eventuali generale-cavalliinvasioni nemiche.

Ingegneri militari furono chiamati a costruire nuove fortezze o a riadattare vecchi forti, non più capaci di affrontare gli assalti delle armi moderne e dei nuovi mezzi, che assieme agi aerei, sarebbero entrati  in una guerra sempre più vicina.

Nel 1844, per esempio, il Generale piemontese Giovanni Cavalli con l’introduzione della rigatura interna della bocca da fuoco, abbandonò la classica palla di cannone sferica, utilizzando il proiettile di forma ogivale. Questo proiettile si adattava perfettamente all’anima dell’arma, facendo in modo che venisse eliminato il “vento”, cioè lo spazio, tra il diametro del proiettile rotondo e quello dell’anima interna del cannone. Così fu annullata la sfuggita laterale del gas al momento dello sparo e aumentarono non solo la potenza e la gittata dell’arma – che riusciva a colpire a una distanza praticamente doppia di quella fino allora possibile –, ma anche la precisione dei tiri e la grossezza dei calibri. L’innovazione di Cavalli, introdotta definitivamente nelle campagne del 1860 – 1861, rispettivamente a Gaeta e a Messina, e utilizzata da tutte le artiglierie moderne, influì enormemente sulla potenzialità delle nuove armi, costringendo i Governi a rivoluzionare tutti i sistemi di attacco – difesa.

Anche l’Italia, dove ormai fra larghe sacche di arretratezza nascevano industrie moderne, non solo nel triangolo industriale formato da Piemonte, Lombardia e Genova, ma anche in altre regioni, come la Lanerossi a Schio (Vicenza), e le iniziative industriali dei Florio nella Sicilia occidentale, comprese che per essere considerata una potenza, doveva diventare un Paese di conquistatori e doveva provvedere a consolidare i suoi confini.

Alla pari delle altre grandi potenze, dunque, anche l’Italia pensò ad un’adeguata difesa militare; tanto più che con la Francia vi erano forti tensioni, sia per la sua politica espansionistica in Africa, sia per motivi legati al periodo risorgimentale, mentre d’altra parte nel Mediterraneo si aggiravano navi inglesi e tedesche, in concorrenza commerciale fra di loro. Inoltre la Francia, in urto con la Germania dopo la sconfitta del 1870 e la perdita dell’Alsazia e della Lorena, disseminava quella frontiera di anelli di forti; lo stesso faceva la Germania lungo la stessa frontiera; il Belgio costruiva fortificazioni ad Anversa, e molti altri Stati munivano anch’essi i loro confini.  

Stando così le cose ed essendoci preoccupazione per la crescente tensione politica fra le potenze europee, il Governo italiano decise di realizzare opere di fortificazione, nominando delle Commissioni di studio, composte da alti ufficiali dell’Esercito e della Marina, con l’incarico di realizzare strutture di difesa nei punti nevralgici della penisola, comprese le coste mediterranee. Nel 1887, inoltre, fu stipulata una Convenzione Militare tra l’Italia e la Germania, fra il Presidente del Consiglio italiano, nonché Ministro degli Esteri, Francesco Crispi e il cancelliere tedesco Bismarck, in base alla quale l’Italia, già legata alla Germania dalla Triplice Alleanza, avrebbe dovuto essere pronta a combattere contro la Francia, qualora questa assieme alla Russia, avesse attaccato la Germania.

Subito dopo l’Unità d’Italia, dal 1861 al 1889 furono presentati vari progetti di campi trincerati, tra cui quelli realizzati a Mestre, Verona e Terni, ma molti di essi rimasero sulla carta. Una delle opere più imponenti per numero di forti ed estensione territoriale fu quella dei Forti Umbertini, sorti a difesa dello Stretto di Messina, importante punto strategico sia militare che commerciale.

Messina non era nuova ad opere difensive; già i Normanni, per esempio, si erano preoccupati di rafforzarne il sistema di difesa, vista l’importanza raggiunta dal porto, così come anni dopo fecero gli Svevi.

Con la ristrutturazione cinquecentesca di Carlo V, poi, Messina divenne una città – fortezza. Infatti, a quel tempo, i Turchi miravano ad espandere il loro dominio in Sicilia. Essi la consideravano di loro proprietà e pensavano di poterla conquistare facilmente; nella loro cartografia, anzi, la rappresentavano già araba, prima ancora di averla occupata.

Non avevano valutato, però, la presenza e gli interessi degli Spagnoli, che nel 1537, seguendo la configurazione fisica del territorio, fecero erigere imponenti mura di difesa, adatte a contrastare le armi dei nemici. I Turchi furono sconfitti a Lepanto nel 1571 e svanì il pericolo di un loro attacco.

Nel Museo di Forte Cavalli, di cui si parlerà più avanti, fra le varie piante della Sicilia, si trova una mappa inedita dell’Archivio di Stato di Napoli, realizzata nel Cinquecento da Piri Reis, un cartografo turco, ammiraglio di Solimano, il Magnifico. In essa Messina con tutta la Sicilia e con lo Stretto, è rappresentata come già araba, in piena dominazione spagnola.  

Nell’Ottocento, però, le fortificazioni volute da Carlo V e adatte a contrastare le armi del suo tempo, non servirono più, perché non potevano opporre nessuna resistenza contro la nuova artiglieria navale. Per questo le Commissioni nominate da Umberto I dal 1861 al 1889 ne studiarono di più idonee.

Nacquero così i nuovi Forti, che dovevano servire a proteggere lo Stretto di Messina; alcuni di essi (14) furono costruiti sui Peloritani, altri (9) lungo la costa calabra1

Essi, chiamati anche Forti Umbertini, facevano parte del Piano Generale di Difesa dello Stato. 

Sullo Stretto venne a crearsi in questo modo una rete di sorveglianza praticamente ineludibile; se qualcuno avesse tentato di attraversarlo senza autorizzazione, avrebbe dovuto affrontare il fuoco proveniente dai Forti.

 

In visita a Forte Cavalli  targa-ingresso

Visitare i Forti dei Peloritani significa entrare in un mondo particolare, dove l’austerità della costruzione militare, ben inserita e mimetizzata nella natura, fa da contrappunto al suggestivo spettacolo dello Stretto.

Dalla cinta muraria si ammirano contemporaneamente il fondersi del variegato azzurro di due mari, il Tirreno e lo Ionio, le pendici dell’Aspromonte sulla costa calabra, con  promontori e insenature, e la caratteristica lingua di terra a forma a falce (zanclon in siculo), che racchiude il porto di Messina e che le ha dato in passato il nome di Zancle.

I Forti Umbertini furono costruiti fra il 1882 e il 1892 dallo Stato Maggiore del Regio Esercito Italiano; l’ultima batteria da costa, quella di Sbarre, a sud di Reggio Calabria, fu ultimata alla vigilia dello scoppio della Grande Guerra.

Abbandonati dopo la Seconda Guerra Mondiale, lasciati al degrado e adibiti a stalla dai pastori del luogo, sono fatti segno in questi ultimi anni di grande attenzione. Associazioni di studiosi li vanno restaurando e li ripropongono all’attenzione del mondo culturale. Nove di essi sono già visitabili e spesso ospitano attività culturali, scolaresche e scout.

 

Mantano ha visitato uno dei Forti restaurati, Forte Cavalli, oggi proprietà del Demanio, dato in concessione nel 2000 all’Associazione “Comunità Zancle” ONLUS che se ne è presa cura, lo ha rimesso a posto e lo ha riconsegnato alla cultura. Esso è anche sede del Museo Storico della Fortificazione Permanente dello Stretto di Messina, realizzato dal Centro studi e Documentazione “Forte Cavalli” e inaugurato nel maggio 2003. Luogo di educazione alla Pace, è oggi sotto il patrocinio dell’UNESCO.

Il  direttore del Museo, Prof. Vincenzo Caruso, docente di matematica e fisica nei licei messinesi e cultore di storia militare legata allo Stretto di Messina, da molti anni fa ricerche presso gli archivi militari italiani per riscoprire la storia delle fortificazioni militari intorno allo Stretto. Egli collabora inoltre “con esperti del coordinamento del Recupero del campo Trincerato di Mestre e di varie città fortificate italiane ed europee”.

Il Prof. Caruso ha accompagnato Mantano nella visita al Forte e al Museo, rendendosi gentilmente disponibile durante la chiusura estiva del mese di Agosto.

Mantano, inoltre, ha potuto beneficiare della  disponibilità del bravissimo ed espertissimo Corrado Loiacono, ex artificiere, chiamato spesso a disinnescare bombe e mine, non solo in Sicilia e nella vicina Calabria, ma anche in altre regioni, come Piemonte, Valle d’Aosta e Veneto.

La Batteria di costa Monte Gallo, in seguito chiamata Forte Cavalli, dal nome dall’omonimo generale, si trova sul Monte Gallo, a 330 metri di altezza s.l.m. Il Forte fu costruito fra il 1889 e il 1890.

Dallo spiazzo antistante le mura di cinta, dopo aver attraversato il ponte levatoio e il cancello d’ingresso, si accede alla Piazza d’Armi.

Lo sguardo del visitatore è subito attratto da un grossissimo cannone, posto proprio di fronte all’ingresso.

E’ il più grande cannone italiano della Seconda Guerra Mondiale con il suo peso di 16 tonnellate e la sua lunghezza di 10 metri. Ogni sua parte è stata fabbricata nelle industrie italiane, secondo le indicazioni di Mussolini, come spiega il Prof. Caruso. Esso è stato regalato alla città di Messina dal Ministero della Difesa ed è stato dichiarato Monumento ai caduti di tutte le guerre.

A fianco del cannone, su una targa affissa al muro, si può leggere un’epigrafe che invita i giovani ad amare e custodire la pace.

forte-cavalli-targa-ai-caduti

Forte Cavalli – ha continuato a spiegare il Prof. Caruso – come gli altri Forti, è invisibile dal mare per motivi strategici, ma per gli stessi motivi si è fatto in modo che gli stessi Forti fossero visibili tra di loro tre a tre. Così, infatti, avrebbero potuto comunicare ugualmente, in caso di interruzioni telefoniche e telegrafiche. Fra tutti vi era poi una fitta rete stradale con baraccamenti, polveriere e depositi sparsi sul territorio.

Il punto di riferimento per tutti i Forti era il Forte di Antennamare (noto ai Messinesi come Dinnamare), sul  monte omonimo, alto circa 1130 metri: faceva anche da ponte radio.

Bellissimo lo spettacolo che si può godere da quel Forte:

Per la costruzione di Forte Cavalli vennero utilizzate anche le pietre di risulta dall’appiattimento della collina.

Le cronache del tempo – ci informa la guida – dicevano che la collina cominciava piano piano ad appiattirsi: segno che la batteria stava crescendo. “La vetta è stata sbancata con le mine; poi con pala, carriole e piccone, il materiale è stato portato via e selezionato, per essere riutilizzato nella costruzione dei vari livelli del Forte, fino alle piazzole che stanno in alto”. Per le rifiniture si usavano mattoni e pietra lavica.

forte-cavalli-postazione-cannoni

La canalizzazione dell’acqua – tuttora funzionante – portava l’acqua piovana ad una cisterna di 150 – 200 mila litri, oggi ripristinata, garantendo l’approvvigionamento idrico.

Inoltre, per evitare smottamenti e frane, vi erano canali di scolo, efficienti ancora oggi, e tutto un sistema di costruzione di piani con opere di contenimento, realizzato con gradoni in pietra lavica, su cui veniva posta terra e, quindi, piantati alberi. L’eventuale frana veniva ostacolata da questi, per così dire, denti di sega.

I Forti come in tutta Europa, furono costruiti attorno alla città e furono chiamati campi trincerati; cioè, anelli di forti intorno al nucleo abitato. Un’analoga  cinta di forti fu costruita sulla costa calabra, creando una fitta rete di osservazione, attraverso la quale era praticamente impossibile che si potesse attraversare lo Stretto senza permesso.

Vicino all’ingresso del Museo che si apre su Piazza d’Armi,  si possono vedere due ancore: una delle due, dono della Marina Militare Italiana al Forte, durante il secondo conflitto mondiale reggeva una rete che serviva ad impedire l’ingresso dei sommergibili nemici nel porto.

L’altra ancora è, invece, l’ancora di un dragamine.

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Dopo Piazza d’Armi, la visita prosegue dentro il Museo.

 

Nel corridoio d’ingresso vi è una targa dedicata a Giacomo Matteotti. Egli, contrario alla partecipazione dell’Italia alla Prima Guerra Mondiale, a causa dei suoi discorsi non interventisti fu trasferito a Messina, dove militò a Forte Cavalli fino alla fine del conflitto. Restano alcune lettere che da lì egli spedì alla moglie.

museo-cavalli-matteotti

Si percorre, poi, un corridoio perimetrale che, isolando gli ambienti interni, permetteva di mantenere asciutte le polveri conservate in alcune stanze lontane dalla montagna e dal terrapieno. Il ricircolo dell’aria, che vi era stato creato e  garantito tutt’oggi, consentiva di evitare l’umidità, mentre linee spezzate, ricavate sulle pareti, avrebbero potuto interrompere l’onda d’urto di eventuali esplosioni, dal momento che tutte le stanze erano stracolme di munizioni.

 

Da una sala all’altra, attraverso immagini, documenti e reperti, si snodano davanti al visitatore le tappe della storia, della costruzione dei Forti e della difesa dello Stretto, dall’Unità d’Italia alla Seconda Guerra Mondiale.

 

Nella Caponiera, per esempio, si trova la postazione di una mitragliatrice: serviva per la difesa del fossato e del ponte levatoio.

Oggi, su una grande pianta dello Stretto di Messina, si può “leggere” l’ubicazione delle fortificazioni costiere, dei forti di montagna e delle fotoelettriche che servivano per illuminare lo Stretto di notte.

Data la sorveglianza dello Stretto, molto difficilmente, come abbiamo detto, vi poteva passare una nave non autorizzata. Diverso fu però il caso dei sommergibili, imbarcazioni armate anche di cannoni oltre che di siluri, usate per la prima volta durante la Prima Guerra Mondiale. Tali imbarcazioni non erano ancora tecnologicamente evolute, né utilizzate in guerra all’epoca della costruzione dei Forti; perciò questi non vennero attrezzati per difendersi da tali pericoli. Così, durante la Prima Guerra Mondiale i sommergibili tedeschi, andando sott’acqua, riuscivano ad entrare nello Stretto e a colpire le navi passeggeri e le navi commerciali che vi circolavano. Dimostrazione che la costruzione di difese militari pensate per adeguarsi alle nuove armi, spesso sono già superate dal progresso, prima ancora di essere portate a compimento.

A Messina – cosa poco risaputa – nel 1915 fu dichiarato lo Stato di Guerra con tutti i provvedimenti conseguenti, documentati anche dai Manifesti Militari, inediti, in visione al Museo.

 

Molte sono le tavole esposte nei vari ambienti; fra le altre una rappresenta il Generale Longo, presidente della Commissione incaricata di studiare i siti idonei alla costruzione delle fortezze calabresi e messinesi; un’altra raffigura “i carrumatti”: i carri, cioè, su cui venivano trasportati materiali e armi dalla città alla nuova costruzione.

Materiale per la costruzione, artiglieria e tutto quanto potesse servire, veniva trasportato appunto dalla città al Forte sui cosiddetti “carrumatti”,  carri stretti e lunghi (5 metri per 1), simili ai tir, trainati da buoi – per portare un cannone a Forte Cavalli, ci volevano 20 buoi e 3 giorni di viaggio, partendo dalla stazione ferroviaria.

“Messina fu invasa dal traffico pesante, come oggi dai tir” – osserva sorridendo il Prof. Caruso – “e a quel tempo le Gazzette si lamentavano che la strada, appena aggiustata, venisse nuovamente rovinata, mentre i cittadini continuavano a pagare le tasse …” .

Lungo la dorsale dei Peloritani si possono vedere numerosi caseggiati: servivano come punto di appoggio per spostare le truppe in caso di attacco lungo una strada di 85 chilometri che portava da Messina fino ad Enna, senza passare dalla costa. Si evitavano in questo modo eventuali bombardamenti navali. E’ una via di collegamento lunghissima e ancora visibile sui Peloritani con strade incredibili, ripercorse e georeferenziate dallo stesso Prof. Caruso, il quale, durante la ricerca dei percorsi militari, ha rinvenuto, anche pietre miliari con la firma del Primo Reggimento Genio 1901, i “buttischi”, cioè  i sistemi che consentivano di canalizzare l’acqua prima che arrivasse sul piano stradale; i pozzetti che servivano per raccogliere i detriti, impedendo così un’eventuale frana e le fonti d’acqua usate per l’approvvigionamento di soldati, muli e buoi.

Ogni Forte era praticamente protetto da due servitù: una prima zona di servitù militare e una seconda zona, più esterna.

In quella più esterna  potevano accedere i contadini, per raccogliere legna, coltivare, ecc.; l’altra, più ristretta, era riservata al Forte. Le demarcazioni delle suddette servitù erano segnate da pietre miliari con delle incisioni ben chiare:

130 metri – significava, per esempio, che si distava 130 metri dal Forte; quelle pietre potevano essere chilometriche, ettometriche, ecc. Su alcune si legge ancora “seconda zona militare”; “zona di servitù”, DM –  Demanio Militare –  o TM – Territorio Militare.

Naturalmente il Museo ha dedicato una sala al Generale piemontese Giovanni Cavalli (1808 – 1879), inventore della rigatura dei cannoni, con la quale furono migliorate le artiglierie europee. In essa si trovano mappe e reperti che aiutano il visitatore a capire meglio l’innovazione da lui apportata e il suo impiego.

  

Significativa è la targa in bronzo, ottenuta dalla fusione dei cannoni austriaci alla fine della guerra e donata dal Comando della Brigata Aosta il 13 Maggio del 2007. Su di essa è riportato il Bollettino della Vittoria, firmato da Armando Diaz, Comandante in capo dell’Esercito Italiano.

  

Dopo aver parlato simpaticamente dei colombi viaggiatori, messaggeri durante la Prima Guerra Mondiale, delle colombaie mobili, dei vari telegrafi, telefoni e megafoni e del contemporaneo spionaggio per carpire i segreti delle fortificazioni .e delle postazioni delle artiglierie, la guida ha lasciato la parola a Corrado Loiacono.

Il suo intervento è stato mirato più che altro alla Seconda Guerra Mondiale: egli ha descritto bombe, mine e siluri, ha raccontato spesso dove e come sono stati ritrovati e anche le conseguenze nefaste su chi, rinvenendoli per caso, non è stato in grado di riconoscerli o di comprenderne la pericolosità. Inoltre, ha spiegato con chiarezza e ricchezza di particolari sia il loro funzionamento, sia come venivano disinnescati. Le dimostrazioni e il racconto della storia e dell’uso degli ordigni lasciavano spesso spazio ad interessanti e piacevoli aneddoti  e ai ricordi delle sue esperienze di lavoro.

La visita al Forte Cavalli, interessante sia per l’aspetto storico – architettonico che per l’aspetto paesaggistico, ha  permesso fra l’altro di venire a conoscenza di particolari poco noti sulle vicende di Messina e dello Stretto nel corso della Prima Guerra Mondiale.

 

 

1

   I forti edificati nel tardo Ottocento sono:

– 9 antinave sulla costa calabra (Poggio Pignatelli, Matiniti sup, Matiniti inf, Arghillà, Catona, Sbarre, Telegrafo, Pentimele nord, Pentimele sud).

– 9 antinave sulla costa messinese (Cavalli, Schiaffino, Mangialupi, Petrazza, Ogliastri, S. Jachiddu, Crispi, Serra la Croce, Masotto).

– 4 fortini di montagna sui Peloritani per la difesa della Piana di Milazzo (Campone, Centri, Ferraro, Antennammare).

– 1 forte di segnalamento non armato (Spuria) ricostruito sull'antico forte inglese. 
Tot. 22+1=23

 

BIBLIOGRAFIA

 

 Basil H. Liddel Hart

 La Prima Guerra Mondiale

BUR storia

 Sergio Romano

 Crispi

Biografie Bompiani

 G. Sabatucci –V. Vidotto

 Storia contemporanea – L’Ottocento

Editori Laterza

 Alberto Preti–Fiorenza Tarozzi

 Percorsi di storia contemporanea

Zanichelli

 Amalia Ioli Gigante

 Le città nella storia d'Italia –  MESSINA

Editori Laterza

 M. Lo Curzio,V. Caruso

 La Fortificazione Permanente dello  Stretto di Messina. Storia conservazione e restauro di un patrimonio architettonico e ambientale

 EDAS, Messina, 2006

 Vincenzo Caruso

 Messina nella PRIMA GUERRA MONDIALE

Edizioni Dr. Antonino Sfameni Messina 2008

 IL DEMANIO

 MONTI PELORITANI

AZIENDA REGIONALE FORESTE DEMANIALI

 Opuscolo

 VIVILFORTE

 

 Opuscolo

 Guida al Museo storico di FORTE CAVALLI

 

 

 

RINGRAZIAMENTI

Si ringrazia sentitamente il Professore Vincenzo Caruso per la sua cordialità e per la sua disponibilità.

 

      © Antonina Orlando 07 Dicembre 2016      

 

 

L'AMBIENTE SOCIO – POLITICO – ECONOMICO IN CUI SI PREPARA LA PRIMA GUERRA MONDIALE 2

 

SI PREPARA LA PRIMA GUERRA MONDIALE 1

L'AMBIENTE SOCIO – POLITICO – ECONOMICO IN CUI SI PREPARA LA PRIMA GUERRA MONDIALE

    

PARTE PRIMA: considerazioni  generali

 

Le testimonianze

1

 

FRIULANO

"Qualchi dì daur flirta me fresse Margherie in tun lùc, la che né propriamenti scomensade le vere cuintre l’Austria – Ungérie, par laser il Fiuli Oriental e la Venezia Giulia – Istria.

Sin partis in marchine viars al Monte San Michel, che si ciste zeture corsiche di sora, il pais di Fogliano Redipuglia, in provencia di Gurize. DI lassù i è scomensade le nese, cum la prima bataie centre l’ Austria. Pon dopo son stadis atris ses bataies dilung la valade dall’usinz; ma il centric strategich l’è sempre stat il Monte San Michele, parcè al iese il punt più alte di ante le alture corsiche e di lassù si dominave dute le pianure setante.

Tragiicamente famosi su chest Monte son stalis li strinceis de Francis rifugius scavos ine roces o cavernis poturalis, mentaradis cui ramaz, indulà che is militars talians si protegeria dai bombolonies, oppur ce potsuvita prin di ieri mandais sul ponte, in prime linee, a combatti".

 
ITALIANO

"Qualche giorno fa sono stato con mia nipote Margherita in un luogo, dove veramente è iniziata la guerra contro l’ Austria – Ungheria per conquistare il Friuli Orientale, la Venezia Giulia e l’ Istria. Siamo partiti in macchina diretti al Monte San Michele, che si trova sulle alture carsiche sopra il paese di Fogliano Redipuglia, in provincia di Gorizia. Di lassù è iniziata la guerra, con la prima battaglia contro l’Austria. Dopo ci sono state altre sei battaglie lungo la vallata dell’ Isonzo; ma il centro strategico è sempre stato il Monte San Michele, perché era il punto più elevato di tutte le alture carsiche e anche perché di lassù si controllava tutta la pianura sottostante.

Tragicamente famose in questo monte sono state molte le trincee dette “delle Frasche”, rifugi scavati nella viva roccia o caverne naturali, dove i militari italiani si riparavano dal bombardamento o, anche, restavano in attesa di essere comandati a raggiungere le prime linee al fronte della guerra".

 


2

"Anche tuo nonno un giorno partì per andare lontano lontano a combattere per la Patria" – raccontava la nonna – "Partì assieme ad altri soldati con la tradotta … un viaggio lunghissimo…

 

 
Dovevano combattere in  mezzo alle montagne, nelle trincee e in gallerie scavate nella roccia  .
 

 … stavano in mezzo al fango e alla sporcizia, c'erano insetti e avevano freddo, sonno e fame … spesso non riuscivano a parlare con gli altri soldati, perchè quasi tutti usavano il loro dialetto e i dialetti sono tutti diversi! … quanti ne morivano!!! … Ma lui non si spaventava … gli Italiani erano forti … dovevano difendere la Patria e cacciare i nemici … alla fine abbiamo vinto!!!"

" … Ogni tanto tornava a casa… : allora, prima di entrare, si fermava sul terrazzino. Si toglieva la mantella … sporca e piena di insetti!. La lasciava in un angolo e vi poneva accanto calze e scarponi … Da quell'angolo il suo sorriso stanco era il primo assaggio del forte abbraccio silenzioso con cui ci avrebbe stretto a sè.

Una volta, da quelle montagne mi portò un piccolo fiore con i petali bianchi e vellutati … cresce solo su quelle montagne … lassù … ; per questo si chiama Stella Alpina".

                Quella fu una guerra lunga e terribile, combattuta soprattutto fuori dall'Italia e, tappa dopo tappa, coinvolse anche genti non europee, a catena, come in un domino.

I giovani si staccavano dalla vita, uno dopo l'altro, come le foglie, una dopo l'altra, si staccano dagli alberi in autunno, per cadere a terra – disse nella poesia "Soldati"  Giuseppe Ungaretti, che pure era partito volontario:

 

"Si sta come

d'autunno

sugli alberi

le foglie"

 

Nasceva nei soldati il desiderio di ritrovare l'umanità sopraffatta e dimenticata fra le atrocità di scontri micidiali e di ordini irrazionali. Rispuntava sulle loro labbra la parola "Fratelli". Essa era come la nuova fogliolina che appare sul ramo secco dopo l'aridità e la durezza dell'inverno. Una fogliolina appena nata, una nuova vita fragile, delicata e insicura in un mondo dolorante e ostile:

 

"Di che reggimento siete

fratelli?

Parola tremante

nella notte

 

Foglia appena nata

 

Nell'aria spasimante

involontaria rivolta

dell'uomo presente alla sua

fragilità

 

Fratelli"

 

Molte di quelle giovani esistenze, vicine a morire, impararono ad amare la vita.

Ancora Ungaretti in  "Veglia" descrive la ribellione del suo spirito accanto alla triste realtà del compagno morto, il cui corpo scomposto, gonfio e violaceo è illuminato dalla luce della luna piena:

"Un'intera nottata

buttato vicino

a un compagno

massacrato

con la sua bocca

digrignata

volta al plenilunio

con la congestione

delle sue mani

penetrata

nel mio silenzio

ho scritto

lettere piene d'amore

 

Non sono mai stato

tanto

attaccato alla vita"

 

L'ambiente

Lingue, storie, speranze, idee, consapevolezze diverse … tutti a combattere la stessa guerra, con le stesse sofferenze … e con la stessa morte …

 

           Ma perchè quella guerra? Quella Grande Guerra?

 

Due colpi di pistola: quelli che uccisero l'erede al trono d'Austria, l'arciduca Francesco Ferdinando, e sua moglie Sofia …

Dieci milioni di morti: quelli causati da quei due colpi di pistola.

L'attentato degli indipendentisti serbi fu grave; i due colpi letali, esplosi da Gavrilo Princip il 28 Giugno del 1914 a Sarajevo, in Bosnia, costituirono un fatto gravissimo. Eppure, poteva quell'attentato, da solo, per quanto grave, causare l'ingresso in guerra di tanti Stati, l'accanimento di tante decisioni, la morte di così tanti milioni di giovani, le menomazioni fisiche e mentali di moltissimi dei sopravvissuti? Per non parlare delle conseguenze sociali, economiche e politiche che ne seguirono, specie in Europa?

Non fu certo un caso isolato quell'attentato! Anzi, si può inserire in una serie nutrita di attentati di matrice anarchica, che hanno caratterizzato quel periodo storico, uccidendo governanti e sovrani, come quello contro Umberto I, ucciso a Monza da Gaetano Bresci nel 1900.

Non era davvero sicuro essere capi di Stato in quel momento!

              Alla fine della guerra, nell'art. 231del Trattato di Versailles (1919), le potenze vincitrici accusano la Germania e l'Austria – Ungheria di aver causato la guerra.

ART. 231 (Clausola di colpevolezza):

 – I Governi Alleati e Associati dichiarano e la Germania riconosce, che la Germania e i suoi alleati sono responsabili, per esserne la causa, di tutte le perdite e di tutti i danni subiti dai Governi Alleati e Associati e dai loro cittadini in conseguenza della guerra che è stata loro imposta dall'aggressione della Germania e dei suoi alleati.

 

Questa l'accusa.

Però, considerando bene la seconda metà dell'Ottocento e il primo Novecento nelle loro trasformazioni storiche, politiche, sociali ed economiche e considerando con altrettanta attenzione la complessità delle scelte politiche ed economiche, le ideologie e i nodi critici delle relazioni internazionali di tutto quell'arco temporale e, soprattutto, dei due decenni a cavallo fra l'Ottocento e il Novecento, si potranno scorgere facilmente altri gravi motivi di tensione. Vi erano, infatti, realtà che rendevano sempre più precario l'equilibrio fra gli Stati e sempre più difficoltose le iniziative di distensione, come quella della Conferenza per la pace, svoltasi a L'Aia nel 1907. Anzi, a ben guardare, anche la Conferenza di Berlino, voluta da Bismarck nel 1884/85, aveva avuto come scopo ultimo quello di evitare che, nella corsa alle conquiste coloniali, gli Europei trovassero un'occasione per scatenare delle nuove guerre in Europa.

Il 1907, d'altronde, sancisce la divisione dell'Europa in due blocchi contrapposti, sempre più rigidi. Quella spaccatura, cioè, creatasi dopo la guerra Franco – Prussiana, quando i nazionalisti francesi coniarono la parola Révanche contro il nazionalismo tedesco e per la riconquista dell'Alsazia e della Lorena, passate in mano alla Prussia vincitrice.

Da quel momento da una parte ci sarà la Germania con i suoi alleati, dall'altra la Francia con i suoi alleati.

L'equilibrio multipolare deciso dal Congresso di Vienna non è più possibile. Del resto, già dalla fine della guerra Austro – Prussiana del 1866, l'Austria, sconfitta dalla Germania, aveva rivolto i suoi interessi verso i Balcani; vale a dire verso una zona di grande instabilità, per le tendenze indipendentiste all'interno di un Impero turco sempre più debole e in via di disgregazione.

Intanto, la reciproca paura e i reciproci sospetti spingevano i vari Paesi ad aumentare gli armamenti: la pace si andava trasformando in pace armata e i generali acquistavano crescente autonomia e potere decisionale.

Il casus belli, cioè l'attentato di Sarajevo, fece esplodere quelle tensioni, governate a stento dalla politica delle alleanze che aveva garantito la pace per molti decenni.

Quella stessa pace che nel primo Novecento aveva permesso nuovi studi e nuove scoperte, usufruendo contemporaneamente delle innovazioni tecnologiche e delle invenzioni, prodotte, sull'onda della Rivoluzione industriale, dalla seconda metà dell'Ottocento in avanti. Essa aveva regalato un periodo di benessere materiale e culturale sempre più diffuso, pur se distribuito in modo diseguale fra gli strati sociali.

Aumenta, infatti, il numero delle automobili in circolazione; mentre si producono autocarri, omnibus, tram, furgoni, carri per pompieri e si realizza l'antico sogno dell'uomo: volare.

Cresce il numero delle fabbriche di liquore e cioccolato, di concerie e calzaturifici, nascono i primi stabilimenti di maglieria e biancheria.

Si diffondono i Grandi Magazzini e la pubblicità per la vendita di massa.

Nelle case borghesi entrano acqua corrente, servizi igienici, termosifoni a carbone, gas.

Le Autorità competenti cominciano a pensare a scuole, biblioteche, musei, ospedali, ospizi, asili d'infanzia e edilizia popolare.

LIBERTY 5494Trionfa un nuovo stile architettonico: l' "Art Nouveau", che in Italia prende il nome di Liberty.

 

L'elettricità trova nuove applicazioni e viene trasmessa a distanza. Vengono inventati nuovi elettrodomestici, come frigorifero e lavatrice, e un numero sempre più elevato di persone utilizza il telefono e la radio (quest'ultima arriverà in l'Italia nel 1924). Inoltre, una serie di farmaci moderni è a disposizione dei malati, contribuendo a ridurne la mortalità.

Aumentano le occasioni di divertimento e quelle culturali:

Vienna e Parigi sono le capitali della vita mondana.

Nella prima, l'aristocrazia di tutta Europa si raduna alla corte dell'Imperatore Francesco Giuseppe per grandi feste che si svolgono al suono del valzer e della polka, e la vita intellettuale, non meno intensa che a Parigi, attira scrittori, pensatori, filosofi.

CAN CANParigi attrae anche per l'attività dei pittori e delle gallerie d'arte; famosi e molto frequentati sono inoltre ristoranti, come Maxim's, e locali notturni, come il Moulin Rouge.

Si accentua la passione per il melodramma grazie alle opere di Giacomo Puccini (Bohème, Tosca, Madama Butterfly, Tourandot) e grande successo riscuote l'operetta: Vienna ne è la capitale e viennesi sono i suoi maggiori musicisti.

I ricchi spendono fortune nei casinò, in Francia (in Italia il primo compare nel 1905, autorizzato da Giolitti a Sanremo); dall'Inghilterra arriva il bridge.

E' più facile spostarsi anche grazie alla ferrovia che può contare su una linea qORIENT EXPRESSuadruplicata rispetto a quella del 1870 e su un treno lussuosissimo, l'Orient Express che, passando per Vienna, unisce Instanbul a Parigi. Soprannominato "re dei treni" e "treno dei re" per la sontuosità dei suoi arredi e inaugurato nel 1883, era stato pensato e realizzato da un banchiere di origine belga, Georges Nagelmackers, ed era frequentato soprattutto da nobili orientali, spesso decaduti.

I ceti benestanti cominciano a praticare sport: nuoto d'estate, durante le vacanze al mare, per esempio, e sci d'inverno. Si afferma altresì il meno costoso football e nascono squadre come la Juventus (1897) e il Torino (1906).

I primi anni del Novecento rappresentano un momento storico molto importante anche in campo sociale e culturale, proseguendo sulla strada delineatasi soprattutto nel secolo precedente:

 – Nel 1903 le donne, guidate da E. Pankhurst, danno vita in Inghilterra alle loro prime manifestazioni, per ottenere il diritto di suffragio (da qui il nome di suffragette). La Gran Bretagna lo concederà loro nel 1918.

Esse possono ormai accedere agli studi superiori e al mondo del lavoro professionale.

I loro vestiti si sveltiscono: viene abbandonata la crinolina che lascia posto a gonne morbide, strette al fondo, per poter salire agevolmente sulle automobilli e per praticare lo sci senza problemi.

 – Gli operai cominciano a ricevere forme di assicurazione contro gli infortuni, di previdenza per la vecchiaia e, in qualche caso, sussidi per i disoccupati.

 – Si va prestando più attenzione alla sicurezza e all'igiene nelle fabbriche, all'età dei minori che lavorano, nonchè alle stesse ore lavorative che, però, mediamente non scendono mai sotto le dieci giornaliere.

Gli studi spaziano in tutti i campi; così, fra scienze, medicina e chimica

– nel 1903 Marie e Pierre Curie ricevono il premio Nobel per aver scoperto il radio

– e fa la sua comparsa una nuova FREUDdisciplina: la psicanalisi, fondata dal medico viennese Sigmund Freud.

 

In Italia già dalla fine dell'Ottocento ottengono sempre più spazio le forze progressiste, la quali, assieme alle nuove banche, facilitano l'afflusso del risparmio privato verso gli investimenti industriali.

Dal 1903 sulla scena politica si afferma la figura del piemontese Giolitti, che nel 1912 concede il suffragio universale maschile.

L'età giolittiana vede la nascita e lo sviluppo di nuove industrie, soprattutto nei settori più moderni: siderurgia, tessile, alimentare, chimico, meccanico. Esse si concentrano nel cosiddetto triangolo industriale compreso fra Torino, Milano, Genova.

TALMONEContinuano tuttavia a vivere anche industrie minori, come le dolciarie e le conserviere.

 

L'affermazione dei grandi complessi industriali, sostenuta dagli istituti bancari, è favorita dalla costruzione di bacini idrici e centrali idroelettriche.

Aumentano i salari, diminuiscono malattie e mortalità, si diffondono giornali e libri.

Anche la vita artistica è in fermento, e non solo nei teatri: a Torino nasce il cinema. La vera nascita della prima industria cinematografica subalpina può farsi risalire all'incontro fra Omegna e Arturo Ambrosio nel 1904, quando furono realizzati i primi due documentari:

Prima corsa automobilistica Susa-Moncenisio e Manovre degli alpini al Colle della Ranzola.

La frequentazione delle sale cinematografiche, tuttavia, generò perplessità riguardo alla morale, perciò Giolitti inviò una circolare ai prefetti perchè se ne occupassero. Anche papa Pio X si preoccupò e, nel 1909, proibì al clero di entrare nei cinematografi. La stampa non fu da meno: "Il Giornale d'Italia" e "Il Giornale di Sicilia", ad esempio, organizzarono una vera e propria campagna contro l'immoralità del cinematografo.

In mezzo ad un forte inurbamento e a trasformazioni residenziali e urbanistiche, i capitalisti e i politici liberali organizzano anche in Italia Esposizioni, come avviene in tutti gli Stati teconologicamente e economicamente avanzati dell'Occidente.

GUIDA ESPOSIZIONE

Da ricordare L'Esposizione Internazionale delle Industrie e del Lavoro che si apre a Torino il 29 Aprile 1911. Nel Cinquantenario dell'Unità d'Italia, si vuole dare un'idea del progresso raggiunto nell'industria e nel lavoro non tanto da questa o quella nazione isolatamente, ma da tutte le nazioni riunite.

Atteggiamenti mentali, espressioni culturali, problemi e obiettivi economici sono davvero molto articolati in questo primo scorcio del Novecento.

Nel campo del lavoro, l'industria bellica sta compiendo passi da gigante, applicando le tecnologie più avanzate nella costruzione di mezzi e armi, la cui tipologia sarà incrementata nel corso di una guerra devastante, di cui ancora pochi si rendono conto.

Gli Stati più potenti, per combatterla, avranno a disposizione tutti i ritrovati tecnologici dell'epoca: obici, mitragliatrici, cannoni a tiro rapido di 75 mm, lanciafiamme, proiettili dumdum, corazzate armate di cannoni di grosso calibro, sommergibili, incrociatori da battaglia e leggeri, gas, aerei e una marina sempre più organizzata e potente.

Sfruttando le recenti teorie della psicologia, anche la paura e il coraggio, diventeranno armi psicologiche da utilizzare in campo militare.

A tutto ciò si unisce la propaganda.

Persino gli atteggiamenti e i temi letterari e artistici risentono dell'entusiasmo per le più recenti conquiste della tecnica, fiduciosi che il nuovo secolo segni l'inizio di un'epoca di felicità e affermazioni militari.

Filippo Tommaso Marinetti nel primo "Manifesto del Futurismo", pubblicato su "Le Figaro", il 22 Febbraio 1909, esprime tutta la sua fiducia nel progresso tecnologico. Nel Manifesto viene esaltata non solo la velocità, il dinamismo, la macchina e l'industria, ma anche la guerra, "igiene del mondo".

I Futuristi con le loro idee e con le loro composizioni artistiche entreranno a far parte sia del mondo letterario (come Marinetti, Palazzeschi e Govoni) che di quello pittorico (come Boccioni, Carrà e Balla che firmeranno il Manifesto tecnico della Pittura Futurista, nel 1910).

Dal primo Manifesto del Futurismo

1. Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità.

2. Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.

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7. Non v'è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all'uomo.

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9. Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.

10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.

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In questi anni di pace, progresso e bellezza (Belle Epoque), l'Europa, tuttavia, si sta avvicinando alla guerra a grandi passi, ma non tutti ne sono coscienti.

 

    In Italia i Futuristi non sono i soli ad esaltare la guerra; vi sono, infatti, vari gruppi politici che per varie motivazioni, si dichiarano favorevoli ad un intervento dell'Italia a fianco dell'Intesa (Interventisti). Tra essi il partito nazionalista, i liberali di destra con a capo Antonio Salandra, i liberaldemocratici di Giovanni Amendola, i radicali, i repubblicani, i socialriformisti di Leonida Bissolati, i sindacalisti rivoluzionari, facenti capo a Alceste de Ambris e a Filippo Corridoni e pochi massimalisti socialisti, al seguito di Mussolini.

Un ruolo importante nel formare menti favorevoli alla guerra fu assunto da giornali, riviste, intellettuali e poeti, come D'Annunzio.

In questa realtà la voce dei neutralisti, seppur presente, diventa via via più debole.

Per altro, e non solo in Italia, dietro quella tranquillità e quel benessere, permanevano realtà problematiche di disoccupazione, di sfruttamento del lavoro minorile e femminile, di giornate lavorative ancora troppo lunghe e di una LIBRO EMIGRANTE fortissima emigrazione, soprattutto italiana, che raggiungerà l'acme nel 1913.

Tutte le situazioni di cui sopra, sommate alle tensioni politiche fra gli Stati più potenti, all'instabilità delle alleanze, a guerre come quella di Libia e quelle Balcaniche, sommate anche alle tensioni etniche diffuse nell'Impero austro – ungarico e all'Imperialismo più esasperato, formavano una miscela esplosiva, pronta ad incendiarsi, appena si fossero presentate realtà causali.

Le problematiche di cui sopra, probabilmente, senza una scintilla non si sarebbero incendiate; la scintilla (leggasi attentato di Sarajevo) senza quel contesto, probabilmente, non avrebbe causato un'esplosione così devastante.

Fu l'interrelazione fra le due realtà che produsse il primo grande sconvolgente conflitto mondiale.

 

Nei prossimi articoli Mantano cercherà di presentare a grandi linee alcuni dei fatti e dei fenomeni storici che hanno originato gli aspetti positivi e quelli problematici e destabilizzanti del primo quindicennio del Novecento.

 

                                                   © Antonina Orlando 12 Luglio 2016

 

L'AMBIENTE SOCIO – POLITICO – ECONOMICO IN CUI SI PREPARA LA PRIMA GUERRA MONDIALE

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TESTIMONIANZE E RICORDI

Nella ricorrenza del centenario della partecipazione dell'Italia alla Prima Guerra Mondiale, sarebbe cosa interessante e bella ricordare che anche molti Siciliani furono chiamati a difendere e ad allargare i confini del Regno d'Italia, nato da pochi decenni.

Molti partirono per il fronte convinti dell'ideale della Patria e spinti dal senso del dovere; altri senza la piena coscienza delle motivazioni di quel conflitto.

Tutti, destinati ad enormi sofferenze e spesso alla morte, andarono verso terre e climi che non conoscevano, agli ordini e in compagnia di uomini con cui, per lo più, non avevano ancora in comune nemmeno la lingua.

Non sempre e non da tutti il loro sacrificio viene riconosciuto. Per questo ho pensato di raccogliere le testimonianze di quanti ancora ricordano qualche racconto di nonni.

Chi volesse aderire a questa iniziativa o ricevere informazioni può scrivere su facebook (antonina.orlando.315@facebook.com ) o più sotto, nello spazio riservato ai commenti.

Spero, comunque, in una condivisione. GRAZIE.

© Antonina Orlando 06 Maggio 2015