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L’HOMO SAPIENS SAPIENS NELLA GROTTA DI SAN TEODORO – ACQUEDOLCI – MESSINA

Il Monte San Fratello fa parte della catena dei Nebrodi. E’ un massiccio calcareo sulla costa nord della Sicilia, nel messinese, a pochissima distanza dal paesino di Acquedolci, di fronte alle isole Eolie. Sulla sua propaggine settentrionale, Pizzo INGRESSO GROTTA SAN TEODOROCastellaro, a 140 metri sul livello del mare, si apre la Grotta di San Teodoro, formatasi a seguito di fenomeni carsici.

Lì, centinaia di migliaia di anni or sono, il mare arrivava fino ai monti e il clima era tropicale.

Si tratta di un sito archeologico ricco di reperti interessanti che documentano la storia faunistica e antropologica locale. Della sua esistenza si è venuti a conoscenza grazie alle esplorazioni condotte dal barone Anca nel 1859 e alle indagini successive che hanno ampliato e perfezionato gli studi di Anca.

Oggi visitando il sito, fra i più importanti nel mondo, si viene a sapere che vi sono rappresentate tre distinte realtà paleontologiche: una, quella più antica, all’esterno, davanti e attorno alla grotta; le altre due, di epoca più recente, all’interno.

  1. L’attuale spazio antistante la grotta  era un bacino lacustre, formatosi quando si ritirarono le acque del mare che la lambivano. Col tempo anche quello specchio d’acqua si è prosciugato, ma sotto i suoi fondali è rimasto il deposito di un grandissimo numero di resti fossili appartenuti agli ippopotami (Hippopotamus pentlandi, endemico, di taglia leggermente ridotta), che lo frequentavano circa 200 mila anni fa.
  2. All’interno della grotta, nei sedimenti più profondi, si trovano resti animali che testimoniano la frequentazione di iene, lupi, volpi, cinghiali, buoi preistorici, elefanti endemici, cervi endemici, piccoli cavallini selvatici, cerbiatti; presenti, inoltre, numerosi coproliti di iena. Il deposito delle iene (crocuta crocuta spelaea) appartiene a circa 30000 anni fa. La peculiarità di questa tana è la grandezza: in genere tali depositi sono di piccole dimensioni; qui, invece, vi sono dimensioni notevoli, così come superiore, rispetto agli altri depositi, è il numero di coproliti che vi si trovano e che testimoniano una frequentazione prolungata nel tempo di piccoli gruppi di iene. Lungo le pareti della grotta ci sono cunicoli, dove gli animali potevano allevare la prole.
  3. Sempre all’interno, negli strati più superficiali, sono stati rinvenuti resti antropologici risalenti ad un periodo che si aggira attorno a 14 – 11 mila anni a. C., cioè all’ultimo periodo del Paleolitico superiore, in cui vive l’homo sapiens sapiens o di Cro – Magnon. Si tratta di cinque crani e due scheletri eccezionalmente completi, che hanno permesso di migliorare le conoscenze sui primi esseri viventi di questa parte della Sicilia. Al momento del ritrovamento i due scheletri si trovavano uno in posizione supina, l’altro sul fianco sinistro, ricoperti di terra e di un sottile strato di ocra rossa (colorante naturale), THEAsecondo un’abitudine che è stata riscontrata in altre grotte del Mediterraneo. Importantissimo è il ritrovamento dei resti fossili di una donna di circa 30 – 35 anni, alta un metro e sessantacinque centimetri, alla quale è stato attribuito il nome di Thea, in ricordo della grotta. Lo scheletro di Thea si può ammirare al Museo Gemellaro di Palermo. Nello stesso strato si è rinvenuto dell’altro materiale, documentazione di vita quotidiana e di sopravvivenza. Si tratta di arnesi per cucinare (focolari), resti di pasto e utensili di pietra, che servivano all’uomo nel lavoro (per esempio lavorazione di pelli), per la caccia e per preparare il cibo. Gli utensili venivano ricavati dall’ossidiana, proveniente probabilmente dalle vicine Eolie, e dalle rocce a disposizione: quarzite, per strumenti di grosse dimensioni, e selce, per quelli di piccole dimensioni. All’interno della grotta sono stati rinvenuti anche vari frammenti di vasellame in ceramica, che documentano la presenza umana in epoca greca e romana.

 

Nel corso del paleolitico l’homo sapiens aveva già imparato a seppellire i morti con funerali. Seppellire i morti e organizzarne il culto rappresentano momenti essenziali nella nascita della civiltà e nella sua evoluzione. Il corpo del defunto in alcuni casi si presenta ripiegato, in altri steso e qualche volta con pietre attorno alla testa, forse come protezione. Sempre sono scavate fosse.

Il rito della sepoltura si mantenne e si sviluppò con l’homo sapiens sapiens: la grotta di San Teodoro ne è un esempio. Anche qui il defunto è circondato da ossa di animali, ciottoletti e ornamenti di collane con denti di cervo.

Una parte di questo materiale si trova all’Antiquarium di Acquedolci.

Scavi e studi non sono ancora completati; dagli anni ’80 se ne occupa l’Università di Messina in collaborazione con altre Università europee.

Il sito archeologico di Acquedolci, come tutti gli altri sparsi nel mondo, apre una finestra sulla storia della terra e della vita, contribuendo ad ampliare conoscenze e a far riflettere sulla Natura: essa con le sue potenti forze endogene ed esogene (comprendendo in queste anche l’uomo) ha trasformato e continua a trasformare il volto della Terra, condizionando la qualità e la forma della vita di tutti gli esseri viventi.

© Antonina Orlando 09 Novembre 2015

 

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L'HOMO SAPIENS SAPIENS NELLA GROTTA DI SAN TEODORO – ACQUEDOLCI – MESSINA

 

CICLOPI E LESTRIGONI

ACITREZZA-2-MODIFICATA-MANT

I Faraglioni di Acitrezza!

 

Si dice che furono scagliati dal ciclope  Polifemo contro Ulisse in fuga…

voleva ucciderlo … assieme ai suoi compagni … per vendetta …

 

 
   RAGAZZINA 1   Ciclope?

RAGAZZINA 3…cosa vuol dire ciclope? 

 

Cicl – ope vuol dire occhio rotondo.

E’ una parola formata da due parole greche:

kýklos,ou = cerchio + óps, ōpós = occhio1

Come erano i ciclopi?RAGAZZINA 2 +RAGAZZINO 1

Come vivevano?RAGAZZINA 2 +RAGAZZINO 1

CICLOPE bustoI CICLOPI erano esseri giganteschi, con un occhio solo in mezzo alla fronte. Erano  terribilmente forti.

Vivevano senza leggi e non coltivavano la terra, perché essa produceva spontaneamente e in gran quantità cereali, viti , olivi e alberi da frutto.

Erano dediti alla pastorizia e vivevano isolati gli uni dagli altri, in caverne.

Ulisse li descrive nel IX libro dell’Odissea, quando racconta ad Alcinoo del suo arrivo nella terra delle Capre e in quella dei Ciclopi.

LESTRIGONI-E-CICLOPI-1I Ciclopi – egli dice ad Alcinoo che lo ospita –  non hanno leggi e vivono di pastorizia e degli abbondanti frutti che la terra dona loro spontaneamente.

Isolati uno dall’altro, abitano sulle cime dei monti o dentro le caverne (Od., IX, 134 – 147).

Di fronte all’isola dei Ciclopi vi è un’isoletta, su cui si trovano moltissime capre selvatiche, che pascolano tranquille, senza essere disturbate dalla presenza di alcun essere umano, né allevatore, né agricoltore, né cacciatore.UVA COMPOSITA 2

Il luogo, accogliente e fertile, offre buoni approdi naturali.

Lì sbarcarono di notte Ulisse e i suoi compagni (Od., IX, 148 – 176).

I CICLOPI, assieme ai LESTRIGONI, secondo la leggenda furono fra i primi abitanti della SICILIA, ma vivevano anche in altre parti del Mediterraneo.

Essi sono menzionati nelle opere di molti autori dell’antichità, sia scrittori di storia che poeti.

NETTUNOPer l’antico poeta greco ESIODO, erano figli di GAIA e di URANO (v. Teogonia).

Per OMERO, invece, i loro genitori erano altre divinità.

Per esempio, POLIFEMO era figlio di POSEIDONE/NETTUNO, dio del mare, e di TOOSA, ninfa marina.

 

 

RAGAZZINA 3 Così, i ciclopi vivevano in Sicilia!

                                     Quando?                                RAGAZZINO 2

RAGAZZINA 1                                    Dove?

                                                        Erano soli?   RAGAZZINA 2 +RAGAZZINO 1

I ciclopi della tradizione classica, quelli di  Omero, Teocrito, Callimaco, Euripide, Ovidio, vivevano in Sicilia.

Potevano trovarsi sulla terra (per esempio, intorno all’odierna Acitrezza),  o dentro i vulcani.

Dalle viscere dell'Etna facevano  tremare la terra ed eruttavano lapilli, fuoco e lava; all'interno dello Stromboli e di Vulcano forgiavano armi per divinità ed eroi.

Altre ipotesi pongono le loro sedi a Milazzo, dove giunse Ulisse.

A Milazzo, infatti, è ambientato l’episodio dei sacri armenti del Sole e oggi, su quel tratto di costa siciliana, archeologi e geologi stanno svolgendo ricerche per identificare i siti dei racconti mitologici.

Per esempio: dove si trovava l'Artemisio con il Tempio di Diana Facellina, nei cui pressi pascolavano quegli armenti, uccisi e mangiati dai compagni di Ulisse, nonostante la promessa di non toccarli?

Si cerca di identificare anche i vari luoghi di approdo lungo la costa milazzese, utilizzati successivamente dai Romani (un solo Nàuloco o più Nàulochi?).

La famosa battaglia del Nàuloco (quale Nàuloco?), combattuta fra Ottaviano e Sesto Pompeo nel 36 a. C., ci viene raccontata anche da Appiano, uno storico greco del II secolo d. C. Egli, fra l’altro, ci dice che Ottaviano occupa anche l’Artemisio, presso Milazzo. Ci dice, inoltre, che l’Artemisio è una piccola cittadina nella quale dicono che vi fossero le vacche del Sole e che vi avvenisse il sonno di Odisseo.2

Nota a tutti è l’importanza dei collegamenti fra Milazzo e le isole Eolie e la posizione strategica di tali luoghi geografici. Nelle manovre della battaglia del Nàuloco, le Isole Eolie, assieme alla costa eEOLIE da Tonnarella all’entroterra milazzese, rivestirono un ruolo importantissimo.

Ottaviano con l’intera sua flotta si recò a Stromboli e, poi, lasciate le operazioni militari di quella zona ad Agrippa, si spostò verso Taormina per conquistarla, mentre Agrippa da Stromboli andava alla conquista di Hiera (Vulcano) 3 .

Alle isole Eolie approdò anche Odisseo, subito dopo la partenza dall’isola delle Capre… Su  una di quelle isole (forse Stromboli) viveva Eolo, il dio dei venti.eolie da alberi milazzo sfumata

Leggendo i versi che descrivono il soggiorno dell'eroe presso la divinità, si può avere un'idea dei valori dell'ospitalità mediterranea: cordialità, affabilità, banchetti, particolari regali per il viaggio.

Purtroppo, il famoso otre con i venti sfavorevoli venne violato dai sospetti, dall’invidia e dalla gelosia dei compagni di Ulisse. Da qui la triste ripresa delle perigrinazioni (Od.,X, 1 – 99).

Se i Ciclopi volevano vivere senza lavorare, con i frutti che la terra offrivaSICILIA IN MEZZO A MARE 1 spontaneamente, quella raccontata fin qui era proprio la regione adatta:

«tutta la Sicilia era intesa come molto fertile e la Piana di Milazzo era davvero un paradiso. 

Quali i prodotti? Possiamo pensare certamente a cereali, ma anche a olive, ortaggi, frutta, e poi la vite, ed il legname dei boschi.»4. Inoltre, «La zona alle spalle della Piana, sulle colline e lungo il corso dei fiumi, era ricca di alberi di vario tipo.» 5

«Ovidio riporta la leggenda di Cerere che, alla ricerca della figlia Proserpina rapita dal dio degli Inferi, percorre i luoghi della Sicilia, tra cui

 

 – il Melan, lieti pascoli delle sacre vacche –»6.

 

Anche per identificare esattamente il sito del Mela, attualmente sono in corso ricerche e studi, come quelli del geologo Davide GORI: ci muoviamo, comunque, sempre nei pressi di Milazzo e fra Milazzo e Venetico/Spadafora.

RAGAZZINA 1E … Polifemo?   RAGAZZINA 2 +RAGAZZINO 1

    RAGAZZINA 3      Chi era il ciclope Polifemo?  RAGAZZINO 2

Polifemo era il ciclope violento e crudele, in cui si imbattè Ulisse durante una delle sue peggiori avventure.

Figlio del dio del mare NETTUNO e della ninfa TOOSA, secondo quanto ci racconta  una parte della tradizione, viveva in Sicilia, assieme ad altri Ciclopi, figli di altre divinità. Era superbo, violento e inospitale.

Oltre che nell'Odissea, egli è presente nelle opere di altri importanti scrittori di epoca classica.

Alcuni di essi lo ritraggono con lo stesso carattere brutale che si trova in Omero; altri ne fanno emergere qualche tratto più delicato, seppure condizionato dall’irrazionalità e dalla violenza complessiva; altri ancora lo presentano con più simpatia, in atteggiamento malinconico, incline a rifugiarsi nella poesia, panacea per i suoi mali d’amore.

Fra i primi ricordiamo

 – Euripide che gli dedica un dramma satiresco, «Il Ciclope»

 – Virgilio che, nell’Eneide, fa approdare Enea in Sicilia, terra dei Ciclopi (Eneide, 3. 655- 683).

Fra i secondi

 – Ovidio che nel XIII libro delle Metamorfosi lo presenta delicato e sensibile al pensiero della fanciulla amata, cui promette ricchezza e felicità, ma guidato da un carattere violento e possessivo, a causa del quale, nell’ira, ucciderà brutalmente Aci con un masso. il giovane subito dopo si trasforma nel fiume omonimo.

Fra gli autori del terzo gruppo, emergono

 – Teocrito il quale nell’ Idillio XI,  Il Ciclope, ci presenta il gigante con un carattere gentile.

 – e Callimaco il quale, nell’Inno ad Artemide, lo descrive mentre, assieme ad altri Ciclopi, lavora nella fucina di Efesto.

 

GREGGE Egli viveva di pastorizia e di agricoltura, ma era anche antropofago/cannibale e non rispettava i sacri doveri dell’ospitalità. Si comportò, infatti, in modo violento e crudele con gli ospiti, divorando sei compagni dell'eroe greco.

Ulisse, nel IX libro dell’Odissea, lo descrive ad Alcinoo.

E’ un uomo gigantesco – dice  – che vive da solo e agita nella mente pensieri malvagi. Non ha nessuna somiglianza con gli uomini: il suo aspetto è molto simile alla cima di una montagna immensa e isolata (Od., IX, 236 – 244).

RAGAZZINA 3In quali altri posti del Mediterraneo abitavano i ciclopi?

RAGAZZINA 1L’aspetto di questi mostri cela qualche verità?

Altri Ciclopi è probabile vivessero altrove, nel bacino del Mediterraneo …

Ma … procediamo con ordine!

Che Ciclopi e Lestrigoni fossero fra le prime genti ad abitare la Sicilia, ce lo tramandano racconti popolari, miti e leggende … e , come dice Francesco Renda 7 «… [i miti] assunti come racconti di storia, naturalmente hanno del romanzesco e del fantastico, e nondimeno anche loro contengono spesso frammenti di verità …».

Nel libro VI,2 della sua «Storia del Peloponneso», Tucidide scrive:

« Si dice che i più antichi ad abitare una parte del paese fossero i Lestrigoni e i Ciclopi, dei quali io non saprei dire né la stirpe né donde vennero né dove si ritirarono: …. »

Popoli preistorici, di loro si sa pochissimo, soprattutto dei Lestrigoni, giganti rozzi e antropofagi, simili ai Ciclopi, tranne che per l’occhio.

Ulisse ne fa la descrizione nel libro X dell’Odissea (vv. 100 – 172).

RAGAZZINA 3 Riguardo ai Ciclopi, quale potrebbe essere il frammento di verità?

Un’ipotesi è quella degli elefanti nani vissuti in Sicilia nel Paleolitico …Elephas Falconeri

Il loro cranio si presenta con un grande buco centrale, che lasciava adito alla fantasia popolare di ritenerlo l’orbita di un solo grande occhio in mezzo alla fronte.

L’occhio rotondo centrale del «Cicl – ope».

In realtà tale foro sarebbe il punto d’innesto della proboscide (apparato nasale).

Il Palaeoloxodon falconeri (l’elefante nano di cui si sta parlando) da adulto era alto al massimo un metro alla spalla e si trovava in Sicilia circa 500.000 anni fa.

I suoi resti sono stati ritrovati in grotte, come quella di Spinagallo, nei pressi di Siracusa, dove entrava in cerca di sali minerali.

D’altronde, il cranio degli “elefanti nani” non era molto più grande di quello degli uomini.

Questi elefanti, inoltre, si trovavano anche su altre isole del Mediterraneo; quindi, è facile che i racconti che circolavano assieme ai commerci, venissero avvalorati dai ritrovamenti sparsi in più isole dello stesso Mediterraneo.

I Ciclopi vivono prima della guerra di Troia, nell’età della pietra, della ceramica, del rame e del bronzo, fino agli albori dell’età del ferro e della loro presenza non rimane nessuna traccia.8

Bernabò Brea, a p. 20 del testo La Sicilia prima dei Greci, dice:

«L'elemento più caratteristico di questo complesso faunistico sono però gli elefanti nani, che la Sicilia ha in comune con le altre isole del Mediterraneo (Sardegna, Creta, Cipro) e soprattutto con Malta, con la quale, però, almeno fino al principio del pleistocene, la Sicilia era certamente congiunta.

Gli elefanti di razza nana derivano dal maggiore fra gli elefanti conosciuti e cioè dall'Elephas antiquus.

In essi si riconobbero, soprattutto in base al progressivo nanismo, tre varietà principali: El. ant. maidrensis, El. ant. melitensis, El. ant. falconeri.

Quest'ultimo doveva essere poco maggiore di un grosso cane.»

E … chi era Ulisse?RAGAZZINA 2 +RAGAZZINO 1

ULISSE, personaggio principale dell’Odissea, era l’eroe, re di ITACA, che, dopo la guerra di Troia, voleva ritornare finalmente in patria dai suoi cari (PENELOPE, la moglie; TELEMACO, il figlio; LAERTE, il padre).

Egli, però, durante il viaggio di ritorno, si trovò ad affrontare molti pericoli e molti problemi, … per dieci anni. Uno di questi momenti difficili fu il brutto incontro con Polifemo.

Ulisse è il nome italiano; quello greco è ODISSEO, da cui ODISSEA. Il nome Odisseo, nel suono, è molto simile alla parola greca udèis che corrisponde all'italiano NESSUNO: il nome che l'astuto eroe userà per salvare sè e gli altri malcapitati.

UDEIS, NESSUNO, non però un uomo da nulla, come l'astuto itacese dirà al gigante infuriato, al momento della partenza.

La sera dell'incontro e la mattina successiva, il mostro mangia due uomini. Dopo la colazione, quando esce per portare gli animali al pascolo, chiude tutti gli altri dentro con un masso tanto enorme, che neppure ventidue carri a quattro ruote potrebbero smuovere.

Così Ulisse pensa ad uno stratagemma: durante la sua assenza, assieme ai compagni, taglia un tronco d’olivo che si trova nella caverna; appuntisce il palo di sei piedi, che ha ottenuto, e lo abbrustolisce al fuoco; in ultimo sorteggia quattro uomini che lo aiutino ad accecare quell'essere spregevole.

La sera, al ritorno, Polifemo porta dentro tutti gli animali, chiude l’antro, ripete le solitePOLIFEMO SI UBRIACA azioni e divora altri due giovani. A questo punto Ulisse gli offre tanto vino buono e lui, dopo avergli chiesto il nome e avergli promesso, come dono di ospitalità, che l’avrebbe mangiato per ultimo, si addormenta ubriaco …..

POLIFEMO ACCECATOE’ giunto il momento: i greci infiammano la punta del palo al fuoco che è lì vicino e gliela conficcano nell’occhio, accecandolo.

Il dolore lo fa svegliare urlando, tanto da destare gli altri ciclopi. Essi accorrono prontamente, spaventati dai suoi forti lamenti e temendo per se stessi. Giunti vicino, gli chiedono chi gli stia facendo del male.

La risposta è Nessuno e tutti vanno via, consigliandogli di rassegnarsi, perché se nessuno gli procura male, vuol dire che le sue sofferenze dipendono da Giove.

Preghi, perciò, il padre Nettuno.

Quando si calma, Polifemo toglie il masso e apre la caverna. Si ferma all’uscita, tastando con le mani, per sentire se qualcuno degli uomini esca assieme agli animali.

Ulisse è furbo, però: suddivide le pecore in gruppi di tre, legandole insieme; poi, sotto quella centrale, ben nascosto, assicura un compagno.

Lui, a sua volta, si aggrappa sotto la pancia di un grosso ariete, l’animale preferito dalULISSE E L'ARIETE ciclope.

L’ariete si ferma vicino all’infermo, che lo accarezza, parlandogli con parole dolcissime …

Neanche Ulisse viene scoperto e tutti possono mettersi in salvo sulle imbarcazioni che avevano lasciato a riva.

Polifemo capisce e cerca di colpirli con dei grandi massi strappati alla roccia che incombe sul mare … non riesce … allora prega il padre di vendicarlo … e il padre che domina sulle acque, susciterà grandi tempeste.

Ecco, la leggenda dice che i Faraglioni di AcitrezzaACITREZZA-2-MODIFICATA-MANT, sono i massi che Polifemo scagliò quel giorno.

 

ODISSEO – OUDEIS – NESSUNO incarna l’astuzia dei commercianti; la sete di conoscenza che non sfugge il rischio; la fiducia nel proprio obiettivo, che non teme nè le avversità né le ostilità degli uomini; la ricchezza interiore accumulatasi lungo il cammino della vita e temprata dalle prove affrontate coraggiosamente; lo spessore delle esperienze, stratificate e rielaborate a contatto con i tanti popoli da lui conosciuti nel Mediterraneo e in Sicilia.

Infatti, questa grande isola ha avuto una sua preistoria, immigrazioni  e contatti conNAVE FENICIA popoli evoluti, come, per i tempi riferiti, i Fenici, i quali hanno contribuito a diffondere nel Mediterraneo occidentale innovazioni tecnologiche, artistiche e culturali. Tali novità cominciano a plasmare non solo il carattere e il pensiero dei siciliani, ma anche quello della storia e della cultura mediterranea, preparando la formazione dell’Europa e del mondo occidentale.9 

Alla figura di Ulisse si ispirano autori di rilievo, mettendo in luce i lati del suo carattere.

Se Dante lo condanna come consigliere fraudolento, lo ammira, invece, e lo addita per il suo coraggio, per la sua intraprendenza e, più ancora, per la sua sete di sapere che non teme ostacoli né pericoli, e che fa onore all’essenza della natura umana, protesa verso interessi superiori.

Rileggiamo i versi 87 – 142 del XXVI canto dell’Inferno:

 

DANTE

INFERNO CANTO XXVI

         …

         indi la cima qua e là menando,
         come fosse la lingua che parlasse,
90     gittò voce di fuori, e disse: "Quando

         mi diparti' da Circe, che sottrasse
         me più d'un anno là presso a Gaeta,
93     prima che sì Enea la nomasse,

        né dolcezza di figlio, né la pièta
        del vecchio padre, né 'l debito amore
96    lo qual dovea Penelopé far lieta,

        vincer poter dentro da me l'ardore
        ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto,
99    e delli vizi umani e del valore;

        ma misi me per l'alto mare aperto
        sol con un legno e con quella compagna
102  picciola da la qual non fui diserto.

        L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,
        fin nel Morrocco, e l'isola de’ Sardi,
105  e l'altre che quel mare intorno bagna.

        Io e' compagni eravam vecchi e tardi
        quando venimmo a quella foce stretta
108  dov’ Ercule segnò li suoi riguardi,

        acciò che l'uom più oltre non si metta:
        dalla man destra mi lasciai Sibilia,
111   all'altra già m'avea lasciata Setta.

        "O frati", dissi "che per cento milia
        perigli siete giunti all'occidente,
114  a questa tanto picciola vigilia

        de’ nostri sensi ch'è del rimanente,
        non vogliate negar l'esperienza,
117  di retro al sol, del mondo sanza gente.

        Considerate la vostra semenza:
        fatti non foste a viver come bruti,
120  ma per seguir virtute e canoscenza".

        Li miei compagni fec'io sì aguti,
        con questa orazion picciola, al cammino,
123  che a pena poscia li avrei ritenuti;

        e volta nostra poppa nel mattino,
        dei remi facemmo ali al folle volo,
126  sempre acquistando dal lato mancino.

        Tutte le stelle già de l'altro polo
        vedea la notte e 'l nostro tanto basso,
129  che non surgea fuor del marin suolo.

        Cinque volte racceso e tante casso
        lo lume era di sotto dalla luna,
132  poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,

        quando n'apparve una montagna, bruna
        per la distanza, e parvemi alta tanto
135  quanto veduta non avea alcuna.

        Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
        ché della nova terra un turbo nacque,
138  e percosse del legno il primo canto.

        Tre volte il fe’ girar con tutte l'acque:
        alla quarta levar la poppa in suso
141  e la prora ire in giù, com'altrui piacque

        infin che 'l mar fu sovra noi richiuso»

Bellissima l'osservazione che, per bocca di Dante, Ulisse fa ai suoi compagni:

         «Considerate la vostra semenza:
         fatti non foste a viver come bruti,
120   ma per seguir virtute e canoscenza".

 

Le prove che Ulisse affronta lungo il viaggio di ritorno in patria sono tante e ardue, ma temprano il suo animo e lo maturano.

La gente che incontra, amica o nemica che sia, gli propone modi di vita, usi e costumi, diversi , ora da apprendere ora da rigettare e da combattere, ma tali da allargare le sue conoscenze, implementare le risorse del suo spirito, offrirgli nuovi elementi di comprensione e nuovi strumenti, per essere in grado di interagire con l’altro.

Anche Foscolo evidenzia la bellezza spirituale che Ulisse ha raggiunto nelle sue peregrinazioni verso l’amata patria Itaca, pietrosa e arida nella realtà, ricca, bella e desiderabile nel suo animo. A quella meta, per cui ha resistito e ha lottato con forza e grandi sacrifici, è giunto alla fine, felice e soddisfatto, celebrato da Omero, cioè da

«colui che l’acque cantò fatali e il diverso

esiglio, per cui bello di fama e di sventura,

baciò la sua petrosa Itaca Ulisse»

 

E la dimensione della vita come viaggio arricchente, è il tema della poesia di Costantin Kavafis che viene proposta di seguito.

Che l’Uomo non abbandoni mai il suo obiettivo; che non trascuri mai di far esperienze; che non trascuri mai  di apprendere quanto di buono c’è negli altri; che valorizzi sempre quanto appreso; che sia forte, coraggioso e determinato.

La meta raggiunta può sembrare inferiore alle aspettative e di poco valore; ma il premio della grandezza e della ricchezza ottenute nell’animo non ha prezzo.

Che bella la «petrosa Itaca», ricca di affetti da difendere e di cui riappropriarsi con la forza del corpo, con l’esperienza di una vita, con la sicurezza dei sentimenti!

 

Costantin Kavafis :

 

                         ITACA

Quando ti metterai in viaggio per Itaca 
devi augurarti che la strada sia lunga, 
fertile in avventure e in esperienze. 
I Lestrigoni e i Ciclopi 
o la furia di Nettuno non temere, 
non sarà questo il genere di incontri 
se il pensiero resta alto e un sentimento 
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo. 
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo, 
nè nell’irato Nettuno incapperai 
se non li porti dentro 
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga. 
Che i mattini d’estate siano tanti 
quando nei porti – finalmente e con che gioia – 
toccherai terra tu per la prima volta: 
negli empori fenici indugia e acquista 
madreperle coralli ebano e ambre 
tutta merce fina, anche profumi 
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi, 
va in molte città egizie 
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca – 
raggiungerla sia il pensiero costante. 
Soprattutto, non affrettare il viaggio; 
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio 
metta piede sull’isola, tu, ricco 
dei tesori accumulati per strada 
senza aspettarti ricchezze da Itaca. 
Itaca ti ha dato il bel viaggio, 
senza di lei mai ti saresti messo 
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. 
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso 
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

 

Riflessione:

«Quanta realtà c’è nei miti, nelle leggende e nelle epopee dei popoli?»

Ulisse ricorda i Micenei; come loro naviga nel Mediterraneo, prima ancora della colonizzazione dei Greci; conosce i Fenici e, tramite loro, anche gli Egizi e il mondo orientale, con cui quei marinai mantenevano stretti legami.

I Fenici avevano le loro basi sulle coste siciliane, importando ed esportando fra l’occidente della Spagna e della Sardegna e il Vicino Oriente degli Assiri. 10

Già prima dell’età del ferro (circa 1200 a.C.), frequentavano il Mediterraneo, come commercianti; scambiavano merci e prodotti artigianali da una terra all’altra per tutto l’occidente conosciuto. Successivamente oltrepassarono le terribili colonne d'Ercole (Stretto di Gibilterra), viaggiando su quelle acque che costarono la vita ad Ulisse e ai suoi pochi vecchi amici.11

Essi incontrarono e misero in contatto le evolute civiltà  del vivace mondo mediterraneo: Egizi e Micenei, senza lasciare in secondo piano la forza e l’importanza delle culture popolari locali che si manifestano nella produzione artigianale, condizionandola.12

Così come di quella fenicia, si deve parlare di una massiccia presenza micenea nel Mediterraneo, prima della colonizzazione greca, iniziatasi intorno all'VIII secolo a. C. Tale presenza, pur essendo dedita essenzialmente ai commerci e al reperimento di materiale locale, in qualche caso, già allora, diede vita ad insediamenti stabili, come in Sicilia, Puglia, Sardegna.13

Si può dire che Siciliani e Micenei cominciarono a stabilire relazioni fra di loro già nel XVIII secolo e anche un po’ prima14 e che figure come Eracle e Minosse, presenti anche nella mitografia della Sicilia, ne sono testimonianza. 15.

© Antonina Orlando, 06 – 11 – 2014

 

 

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1Dizionario Etim. Lingua Ital. – alla voce Ciclope

Claudio Saporetti, Diana Facellina, Ed. Pungitopo, pagg. 88 e 89

3Claudio Saporetti, Diana Facellina, Ed. Pungitopo, pag. 18

4 Claudio Saporetti, Diana Facellina, Ed. Pungitopo, p 34

5 Claudio Saporetti, Diana Facellina, Ed. Pungitopo, p 57

6 Claudio Saporetti, Diana Facellina, Ed. Pungitopo, p 47 e pp. 161 – 162

7 Storia della Sicilia, dalle origini ai giorni nostri, vol. 1 p.38

8 F. Renda, Storia della Sicilia dalle origini ai giorni nostri, vol. 1°, Sellerio editore Palermo, p. 26,27

9 F. Renda, Storia della Sicilia dalle origini ai giorni nostri, vol. 1°, Sellerio editore Palermo, p. 13

10 Sabatino Moscati, Chi furono i Fenici, p. 96

11 Sabatino Moscati, Chi furono i Fenici, p. 54 e p. 159

12 Sabatino Moscati, Chi furono i Fenici, p. 160

13 Sabatino Moscati, Chi furono i Fenici, p. 89

14 F. Renda, Storia della Sicilia dalle origini ai giorni nostri, vol. 1°, Sellerio editore Palermo, p. 37

15 F. Renda, Storia della Sicilia dalle origini ai giorni nostri, vol. 1°, Sellerio editore Palermo, p. 18              

PREISTORIA E PROTOSTORIA DI MILAZZO

 

 

 

 ingresso sito archeologico milazzo 

 

Entriamo con  Alessandro (presidente dell’associazione Siciliantica) e con Tanya (tesoriere dell’associazione Siciliantica) nel sito archeologico di Milazzo…

… vi troviamo testimonianze di strutture risalenti al bronzo antico siciliano (XVIII- XVI sec. a. C.), ma tutta la zona fu abitata per l’intera età del bronzo, cioè dal II millennio al X sec. a. C., e sembra facesse parte di un complesso che si allargava a tutta la parte orientale della rocca su cui si trova il castello della cittadina.

Ci avviamo dapprima alla pianta del sito, per capire la disposizione dello stesso e l’ubicazione delle capanne che vi si trovavano. Qui, infatti, sorgeva un villaggio preistorico con capanne ovali.

 

pianta sito archeologico milazzo blog

Sito Archeologico Preistorico “Viale dei Cipressi” Milazzo – Pianta Partendo da sinistra: capanna n. 3, capanna n. 2, capanna n. 1

 

Avviciniamoci adesso alla capanna n. 1, una delle cinque del sito. Essa, più a monte rispetto alle altre, si presenta di forma ovale e di dimensioni eccezionali e ricorda la grande capanna delta IV dell’Acropoli di Lipari, l’unica che le si possa avvicinare per estensione e per caratteristiche costruttive. E’ divisa in due ambienti, abside e vano principale con focolare, da un muro-tramezzo. Gli scavi hanno messo in luce vari reperti (n. 101) di diversa tipologia, in particolare domestica.

 

capanna 1

Sito Archeologico Preistorico “Viale dei Cipressi” Milazzo –Base della capanna 1, risalente all’età del bronzo.

 

La capanna 2, riconoscibile e visitabile, presenta anch’essa una pianta ovale, ma è piuttosto mal conservata, perciò, dopo aver esaminato la capanna 1, ci soffermiamo ad osservare la capanna 3, ben conservata, con profilo ovale e irregolare. Anch’essa ha al suo interno un focolare per le esigenze quotidiane del complesso.

 

Focolare capanna 3

Sito Archeologico Preistorico “Viale dei Cipressi” Milazzo –Il focolare della capanna 3, risalente all’età del bronzo.

 

Apprendiamo che, nella prima età del bronzo, era sorto un villaggio di sei capanne ovali a Capo Graziano, un promontorio dell’isola di Filicudi. Da Capo Graziano deriva il nome di Civiltà di Capo Graziano, dato alla civiltà eoliana di questo periodo. Le sepolture del villaggio sono situate nella zona meridionale del promontorio [1] . Alla civiltà di Capo Graziano (oltre che all’interno del Bronzo Antico siciliano) si ricollega il villaggio di Viale dei Cipressi, unico esempio in Sicilia di questa civiltà. Peraltro, come dice L. Bernabò Brea, altri reperti ritrovati sulla costa della Sicilia nord-orientale, nonché un frammento di tazza-attingitoio con manico lungo del tipo conosciuto a Tindari e a Longane e ritrovato a Capo Graziano, fanno ipotizzare una particolare forma di civiltà per la Sicilia nord-orientale, di cui recentemente si è cominciato a trovare qualche reperto e di cui, attualmente, si sa pochissimo. Essa sarebbe della stessa età delle culture di Capo Graziano (Filicudi), di Castelluccio (nel Siracusano) e della Moarda (nel Palermitano) [2] . Gli scavi che stiamo osservando sono recenti (vanno da 1995 al 2005) e interessantissimi e ci rammarichiamo che per motivi economici non possano continuare, dal momento che facilmente si intuisce la grande estensione che doveva avere il villaggio lungo la zona orientale del promontorio su cui si trova il castello. Completata la visita agli scavi, siamo curiosi di conoscere sia i reperti rinvenuti nella capanna n. 1, sia quelli rinvenuti in altri insediamenti e necropoli del territorio, su cui sullo scorcio dell’VIII secolo a. C. Zancle avrebbe fondato Mylai, la sua prima subcolonia, assicurandosi il possesso di una fertile Piana e di un’ampia insenatura portuale, punto strategico per il controllo della rotta tirrenica e dell’accesso allo Stretto.   Così, accompagnati sempre dalle nostre brave e disponibili guide Tanya e Alessandro, ci dirigiamo verso l’Antiquarium “Domenico Ryolo”, nel centro abitato di Milazzo. Qui abbiamo modo di visionare molto materiale, di cui di seguito riportiamo qualche esempio:

 

Anfora Castellucciana  1

Anfora Castellucciana, rinvenuta all’interno della capanna 1 del sito di viale dei Cipressi e risalente all’età del bronzo antico (XVIII – XVI sec. a.C.). Unicum, vaso importato dall’area etnea.  

 

Dolio di origine liparota   2

Dolio di origine liparota, rinvenuto allinterno della capanna 1 del sito di viale dei Cipressi e risalente all'Età del Bronzo antico (XVIII – XVI sec. a. C.), per derrate alimentari

 

Foto-0018  3

Pithos, contrada S. Papino, usato in contesto funerario, secondo il tipico rituale che prevedeva la deposizione singola dell’inumato in posizione fetale (enchytrismòs)  (XVIII – XV sec. a.C.)

 

Foto-0019 urna cineraria 4

In basso a sinistra, urna cineraria, via XX  Settembre, età del bronzo recente – finale (XII – X sec. a.C., facies Ausonio I – II).  Prova della presenza di gente di origine continentale, perché la necropoli protovillanoviana è attribuita a quelle popolazioni provenienti dalla penisola italiana (gli Ausoni della tradizione letteraria) che occupano nel XIII sec. Lipari e, sullo scorcio del XII sec. a.C., Milazzo.

 

Foto-0048 Coppa (calcidese) a occhioni, 5

Coppa (calcidese) a occhioni, rinvenuta nella tomba 7 di via Pietro Gitto. necropoli meridionale tra la fine dell’VIII e gli inizi del III sec. a.C. Era pertinente a una sepoltura risalente alla fine del VI sec. a.C.

 

WP_000063 Amphoryskos in pasta vitrea 6

Amphoryskos in pasta vitrea, rinvenuto in piazzetta De Andrè (una delle zone interessate in antico dallo sviluppo della c.d. necropoli meridionale tra la fine dell’VIII e gli inizi del III sec. a.C.), pertinente a unasepoltura infantile della metà del VI sec. a.C.

 

WP_000064 Cratere a colonnette 7

Cratere a colonnette, corredo della tomba S. Giovanni (una delle zone interessate in antico dallo sviluppo della c.d. necropoli meridionale tra la fine dell’VIII e gli inizi del III sec. a.C.), la sepoltura è un unicum per tipologia sepolcrale, rito, ricchezza e varietà dei reperti rinvenuti.

 

WP_000068 Corredo della tomba 5 8

Corredo della tomba 5 di contrada S. Paolino (Cooperativa Serena), sepoltura pertinente a una adolescente. Tra i molti oggetti che dovevano accompagnare la piccola defunta nel suo viaggio ultraterreno, due tipi di imbarcazione prodotti dai ceramisti: quello con scafo particolarmente allungato, talora provvisto a prua di un rudimentale rostro, che verosimilmente prese come modello imbarcazioni da guerra, e quello con scafo panciuto, capiente, che ebbe a modello un particolare tipo di imbarcazione mercantile, comunemente diffuso in Sicilia e in Italia meridionale tra le fine del IV e il III secolo a.C. .

   

Osservando i reperti, non possiamo non pensare ad un mondo tanto lontano, tanto diverso dal nostro, eppure tanto reale e presente con le sue testimonianze archeologiche. Nel complesso di Viale dei Cipressi e all’Antiquarium abbiamo immaginato gente che, usando il materiale a disposizione, si è costruita capanne e focolari, necropoli per i propri morti, contenitori per conservarne il corpo o urne per le ceneri, corredi e porta unguenti per la loro vita ultraterrena. Oggetti provenienti da Lipari (come vasi e ossidiana), dalle zone dell’Etna, da Micene o dall’oriente con il commercio di Egei e Fenici, ci raccontano dell’intensa attività che si svolgeva anche sul tratto di Mediterraneo che si estende dall’odierna Milazzo alle isole eolie, in particolare Lipari, e da Milazzo verso la costa tirrenica nord-orientale e occidentale, nonché verso l’entroterra. Immaginiamo vecchi abitanti e popoli nuovi che arrivano; abitudini che si formano e si trasformano a contatto con nuove genti; ripetute emigrazioni e profughi i quali, sotto la spinta di altri popoli che occupano le loro terre, sono costretti a loro volta a cercarne altre su cui vivere, scontrandosi con gli indigeni, sostituendosi ad essi o anche raggiungendo una convivenza pacifica; commercianti [3] , che portano con sé il corredo delle proprie conoscenze e che trasferiscono da una gente all’altra non solo merci, ma idee, miti, divinità, tecniche, prodotti, coltivazioni. Così, negli anni sin qui esaminati, si sono avvicendati, in questa parte di terra, per abitarvi o per porvi basi commerciali, Sicani, Siculi, Ausoni, Fenici, Greci [4] .

Con gli Ausoni, giunti qui dopo essersi insediati a Lipari, Milazzo conosce la cultura protovillanoviana, come testimonia l’urna cineraria della foto n. 4 (torna su).

Prima dell’arrivo dei popoli d’urne, sia qui, a Milazzo, che a Lipari i morti venivano inumati in posizione fetale, utilizzando contenitori come il pithos della foto n. 3 (torna su).

L’abitudine di arricchire la sepoltura con tutto ciò che si pensava potesse servire al defunto o allietarlo nell’al di là, è tipica dei popoli del bacino del Mediterraneo che ce ne hanno lasciato testimonianza nei reperti rinvenuti nei vari siti. Nella foto n. 7 è possibile vedere uno di quei crateri, in cui si mescolavano vino e acqua, da bere durante i simposi. Prima del pasto, infatti, in un grande vaso chiamato cratere, si mescolavano in quantità più o meno varia, a seconda delle circostanze, vino e acqua. I servi attingevano al cratere con mestoli o con tazze e riempivano le coppe dei convitati [5]  (torna su).

Nella foto n. 8, si vedono due tipi di imbarcazione che dovevano accompagnare una piccola defunta nel suo viaggio ultraterreno (torna su).

La pasta vitrea è un materiale usato originariamente in Oriente, ma, grazie ai Fenici, che con il commercio mettono in relazione Oriente e Occidente, oggetti in pasta vitrea si diffondono nel Mediterraneo, dove spesso sorgono laboratori. Nei laboratori della Sicilia, per esempio, vengono prodotti oggetti e monili che poi saranno venduti sia nei mercati occidentali che in quelli orientali. Nella foto n. 6 è riprodotta un’anforetta in pasta vitrea appartenente ad un corredo per una sepoltura infantile (torna su).

 Il dolio della foto n. 2 è di origine liparota ed è stato rinvenuto all’interno della capanna 1 del sito di viale dei Cipressi; risale all’età del bronzo antico (XVIII – XVI sec. a.C.) ed era usato per conservare derrate alimentari (torna su).

Il vaso della foto n. 1  è un vaso di prestigio proveniente dall’area etnea; esso ci informa sulle relazioni tenute dagli abitanti del nostro villaggio con i popoli vicini, sull’importanza della capanna 1, in cui è stato ritrovato, e sullo scopo cui essa era destinata (torna su).

Nella foto n. 5 vi è l’immagine di una coppa calcidese; essa richiama le reciproche influenze artistiche e culturali dei popoli del Mediterraneo. Gli occhi che vi si vedono raffigurati, infatti, hanno una valenza magica che appartiene originariamente al mondo egizio (deriva forse dall’occhio apotropaico del dio Horos?). Importazione e imitazione di oggetti egizi furono notevoli presso i Fenici e con esse l’assorbimento e il trasferimento ad altri popoli di mentalità e credenze. A questo si aggiunga che i Greci ebbero un ruolo importante nei commerci tra la Fenicia e l’Occidente ed erano stabilmente in contatto con i Fenici nelle basi commerciali sia asiatiche che occidentali [6] . Va inoltre ricordato che Messina fu fondata dai Calcidesi [7] nell’VIII secolo, che la coppa in foto era pertinente ad una sepoltura del VI sec. a. C. e che la formazione della c.d. necropoli meridionale, in cui essa si trovava, va dalla fine dell’VIII agli inizi del III a. C. Dunque, l’occhio apotropaico potrebbe essere arrivato in Sicilia dai Fenici, ma sicuramente anche i Greci contribuirono alla sua diffusione, così come tutta la cultura del Mediterraneo. Il Mediterraneo della preistoria e della protostoria è un pullulare di popoli diversi che portano attività e sviluppo tecnologico; essi solcano il mare costruendosi tecnologie sempre più avanzate e facendo circolare assieme alla merci idee e progresso (torna su).

 

[1]  L. Bernabò Brea, La Sicilia prima dei Greci, 1982, Il Saggiatore, p. 98 – 99

[2] L. Bernabò Brea, La Sicilia prima dei Greci, 1982, Il Saggiatore, p. 115

[3] Cfr. trattazione sui commerci nel corso “Il Mediterraneo” della categoria Mediterraneo.

[4] Nella parte riguardante la Sicilia delle origini, approfondita nei corsi sul Mediterraneo, si tratta più diffusamente di Ciclopi, Lestrigoni, Sicani, Siculi, Ausoni, Fenici, Greci e delle scoperte che avvalorano quanto tramandato da miti e leggende.

[5] Cfr. Storia dell’alimentazione in Un viaggio interculturale: sapori mediterranei, a cura di A. Orlando

[6] Sabatino MOSCATI, Chi furono i Fenici, SEI, 1992, p. 123, 124

[7] Heurgon, Il Mediterraneo occidentale, p. 122  

 

L’uso odierno della ceramica, per esempio, tanto diffusa nel Mediterraneo, risale alla necessità dei primi uomini di costruire utensili. Molte fabbriche di ceramica ancora oggi in Sicilia, accanto alla produzione di soggetti contemporanei, riproducono immagini e recipienti dell’antichità.

 

anforetta Pippo 1                                                                            portavasi Pippo

anforetta Pippo 2

 

Piatto Pippo

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Gabriella Tigano, Laura Bonfiglio, Gabriella Mangano, Piero Coppolino

 

l'Antiquarium archeologico di Milazzo. Guida all'esposizione.

Messina: Sicania

2011

  L. Bernabò Brea

   La Sicilia prima dei Greci.

 

Il Saggiatore

1982

  Sabatino MOSCATI

   Chi furono i Fenici

SEI

1992

 

brochure

Milazzo – L'antiquarium "Domenico Ryolo" e il sito archeologico di viale dei Cipressi

 

 

 

 

 

RINGRAZIAMENTI

 

Si ringraziano sentitamente per la gentile e importante collaborazione

     

Alessandro Ficarra presidente dell'associazione SiciliAntica Milazzo  

Tanya Pensabene, tesoriere dell'associazione SiciliAntica Milazzo  

Ceramica e dintorni di Antonietta Gerbino http://www.ceramicaedintori.nent  

 

 © Antonina Orlando Aprile 2014