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LE IMPIRARESSE

 

LE IMPIRARESSE 

 

“Anche nei lavori muliebri l’industria delle conterie fu tenuta in gran pregio, specialmente anni or sono. … E pensando al grande commercio delle perle, pel quale Venezia ha fama mondiale, ed ai diversi usi a cui vengono destinate, corre il pensiero a chi con tanta pazienza le passa tutte pel filo. S’intende parlare di quella piccola industria tanto diffusa fra le nostre popolane, che vien chiamata quella dell’impira perle o dell’impiraressa. … L’impiraressa che si dispone al lavoro, prende una matassa intera, la taglia per aprirla, … Da una parte il filo viene passato per la cruna degli aghi, si fa un nodo e si attortiglia il capo, (se fa un gropo e se intorcola el cao) e dal lato opposto si unisce la fine della matassa, formando una specie d’occhiello detto asola. Tutti gli aghi infilati, che dal numero di 40 possono arrivare fino al numero di 60 si tengono con le tre prime dita della mano destra, formando un ventaglio, cioè la palmeta, che viene immersa velocemente nella sèssola riempita di perle. … Meschino è il guadagno delle impiraresse pensando alla fatica materiale di queste poverette, che dall’alba a tarda ora di notte stanno sedute con la sessola sulle ginocchiaOltre che lavorare in casa, vi sono scuole apposite per le giovani impiraresse, dove la direttrice, la mistra, non soltanto insegna alle sue allieve, ma anche le paga. … (Irene Ninni, L'Impiraressa, Longhi e Montanari, 1893).

 

Quello delle impiraresse o impiraperle era un antico mestiere artigianale praticato a Venezia, soprattutto nei sestieri di Castello e Cannaregio, ma anche nell’isola della Giudecca e a Murano. Oggi esistono ancora impiraresse che cercano di tenere in vita l’antica tradizione, attualizzandola con realizzazioni creative di vario tipo, ma, proprio per questo, le loro esigenze e le loro attività sono diverse da quelle delle impiraresse di un tempo.

Mantano ha incontrato una delle odierne impiraresse in Calle de la Mandola, 3805A, a Venezia: una signora molto interessante che lavora nell’ambiente artistico del suo negozio – laboratorio, arredato con drappi rossi, espositori e specchi con cornici dorate, manufatti di diverso tipo e ciotoline ricolme di perline dai mille colori. Marisa Convento, nata a Marghera, veneziana d’adozione e appassionata collezionista di perle veneziane antiche, dopo un veloce saluto e una breve autopresentazione, si è preoccupata di ascoltare le domande che le venivano rivolte e di rispondervi esaurientemente, raccontando del suo lavoro e della storia della sua arte.

Ha spiegato che impiraresse (dal veneziano impirar > italiano “infilare”) erano  chiamate le signore che, tra l’Ottocento e il Novecento, avevano il compito di raccogliere su lunghi aghi perline di vetro prodotte a Murano, facendole, poi, scivolare nei fili di cotone inseriti nella cruna degli aghi stessi. Quando i fili erano colmi di perle, venivano sfilati dall’ago e richiusi su se stessi, formando collane che venivano impacchettate in mazzi con un numero prefissato di fili e un peso di mezzo chilo. “Il lavoro dell’impiraressa era dunque legato semplicemente all’infilatura delle perle a scopo trasporto”, – ci tiene a sottolineare Marisa – per evitare che, cadendo, si spargessero a terra e per garantirne dimensioni e qualità; per esempio per dimostrare di non essere orbe (termine veneziano > italiano “cieche”, cioè senza foro).

A lavoro ultimato, le collane assemblate venivano ritirate dalla fornace che pagava l’importo dovuto alla mistra (termine veneziano > italiano “maestra”) e che prontamente consegnava un nuovo carico.

La mistra era una figura femminile di imprenditrice che faceva da intermediaria fra le impiraresse e le vetrerie che fornivano le perle. Era lei che reclutava le lavoranti, ne organizzava l’attività (qualche volta anche in un suo laboratorio), riceveva dalle fornaci le casse di perle, il cui peso poteva raggiungere persino i novanta chili, e le consegnava alle donne per l’infilatura che doveva essere portata a termine in fretta: ogni settimana, infatti, venivano consegnate nuove quantità di perle e ritirate quelle precedentemente infilate . Era sempre lei, inoltre, a dare la paga alle lavoranti, in base al numero di mazzi completati e all’ammontare del compenso ricevuto dalla fornace, a cui detraeva una parte, tenendola per sé.

Le perle riconfezionate successivamente in mazzetti più piccoli e più maneggevoli, che servivano anche come unità di misura monetaria, venivano vendute a mercanti spagnoli, portoghesi, inglesi, francesi, olandesi, che, recandosi nelle nuove terre  esplorate, le scambiavano con oro, avorio, pietre preziose, pelli, spezie, seta e addirittura anche con schiavi.

Questa prassi fu seguita fino agli anni Sessanta del secolo scorso, dopo di che l’industria delle conterie pian piano perse il mercato e scomparve anche la figura tradizionale dell’ impiraressa.

Oggi le conterie non vengono più prodotte a Venezia, ma in molti altri paesi, come Repubblica Ceca, India, Taiwan, Giappone, dove tutte le fasi del lavoro, compresa l’infilatura, sono meccanizzate.

Le perle destinate a formare le collane si chiamavano conterie e potevano essere anche di piccolissime dimensioni. Si ricavavano da cannucce di vetro, bianche o dai colori vivaci, ed erano contenute nella sèssola, sorta di vassoio di legno, di varia misura e con il fondo concavo, costruito in casa, in genere dal marito.

Durante il lavoro che richiedeva grande pazienza ed era molto faticoso, le donne stavano sedute per moltissime ore, tenendo la sèssola sulle ginocchia.

 

Per velocizzare la produzione, aumentando così il numero dei mazzi pronti per la consegna, le impiraperle (altro modo di chiamare le impiraresse) tenevano in mano contemporaneamente molti aghi lunghi, spuntati e di varia grossezza, ognuno con il suo filo.

Le più brave riuscivano a gestire anche sessanta – ottanta aghi: li tenevano fra le dita di una mano, a ventaglio, e li immergevano nella massa di conterie contenute nella sèssola, riempiendoli abilmente con l’aiuto dell’altra mano e facendo scorrere le perle lungo i fili.

I fili usati dalle impiraresse erano sottili, dal momento che venivano utilizzati soltanto per impacchettare e trasportare le perline; oggi, invece, servendo per la creazione di gioielli ed altri oggetti, devono essere più robusti e, per facilitare il loro impiego, si ricorre a qualche espediente, come quello usato dalla nostra Marisa: crea un anellino, –infilando una piccola quantità di filo nella cruna dell’ago, e dentro l’anellino così ottenuto – “piccola estensione della cruna” – fa passare il filo da riempire con le perle.

Spesso le impiraresse cominciavano a lavorare ancora bambine (dieci, dodici anni) – ha sottolineato Marisa emozionata, mentre mostrava la vecchia foto di una bambina di circa dieci anni e faceva notare la povertà documentata dallo scatto – e andavano avanti fino a tarda età. Nelle belle giornate si riunivano in calli e campielli, aggiungendosi con la loro immagine alle note caratteristiche dell’ambiente veneziano.

Quasi tutte le impiraresse lavoravano a domicilio, pochissime in un laboratorio o dentro le stesse fabbriche di conterie ed erano pagate a cottimo; si calcola che intorno a fine Ottocento – inizi Novecento ve ne fossero in attività circa cinque o sei mila, ma, non essendo state registrate da nessuna parte, non se ne conosce il numero preciso.

La retribuzione piuttosto misera e il lavoro ingrato, in condizioni terribili, soprattutto per chi lavorava in laboratorio, fecero sì che nel 1904 alcune di loro si organizzassero per scioperare.

La produzione delle conterie fu molto importante dopo il 1797; dopo, cioè, la caduta della Repubblica di Venezia, quando declinò la produzione del vetro soffiato, in seguito ai provvedimenti presi durante la dominazione francese prima e durante quella austriaca successivamente. “Le perle veneziane” – ha detto Marisa – “non devono essere considerate un’arte minore, rispetto al vetro di Murano, ma un virtuosismo della lavorazione del vetro – date le dimensioni notevolmente più piccole rispetto agli altri oggetti”.

Con il volto incorniciato da morbidi boccoli argentati e con occhi chiarissimi dietro l’originale e simpatica montatura delle lenti, Marisa ha continuato a parlare di colonie e di commerci coloniali, di baratti e del valore monetario delle antiche conterie; di contatti con popoli sconosciuti allettati dalle perline coloratissime e dei tentativi di missionari, esploratori e mercanti di stabilire anche per mezzo di esse relazioni amichevoli nelle nuove terre, facilitandone così in molti casi la successiva colonizzazione.

Sebbene oggi il lavoro artigianale sia stato soppiantato da quello industriale e molte perle non vengano più prodotte dalle vetrerie veneziane e muranesi, tuttavia, l’impiraressa Marisa, assieme ad altre sue colleghe, cerca di far sopravvivere un artigianato di alta qualità che produce capolavori; lei stessa anzi utilizza ancora perline originarie muranesi di fine ottocento o dei primi decenni del Novecento che erano rimaste invendute nei magazzini o che si è procurata dalle ex colonie in America, dove ancora ne sono rimaste dai vecchi commerci e dove vengono utilizzate per restaurare antichi ornamenti.

Con soddisfazione, alla fine dell’incontro ha mostrato una scatolina rossa che tiene in vetrina e che contiene un bel medaglione di vetro anch’esso rosso, su cui è inciso un leone “in maestà” (in moleca) dorato: è il premio che ha ricevuto dal comune di Venezia il 25 Aprile scorso, giorno di San Marco; ne è contenta, perché la sua dedizione viene ricompensata, e con orgoglio ci ha anticipato che quest’arte tradizionale, che ha fatto conoscere nei vari continenti la bellezza delle coloratissime perle veneziane, nata fra la fame e la povertà delle donne del popolo e alimentata dalle espansioni e dai commerci coloniali di fine Ottocento – inizio Novecento, sta per essere riconosciuta e protetta dall’UNESCO.

 

 

 

Di seguito qualche momento delle sue spiegazioni e delle sue dimostrazioni

 

Lavorazione, produzione e commercio delle perle

Il commercio delle perle veneziane

I lavori di Marisa

Il messaggio di Marisa

 

 

                                                                                                                        © Antonina Orlando 31 Maggio 2018

 

 

 

LE IMPIRARESSE

 

 

 

L’INTELLIGENZA EMOTIVA

L'INTELLIGENZA EMOTIVA: Il 25 Giugno scorso, al Bar Pietro, piola sardo – veneziana di Torino, si è parlato delle emozioni che nascono dentro di noi e di come "leggerle" con intelligenza.

Dopo la presentazione del Prof. Paladini, la Dott.ssa Diana Nicastro – che assieme ad alcuni colleghi ha dato vita all’Associazione “Cuori intelligenti”, scuola di Intelligenza Emotiva – ha spiegato l’importanza dell’intelligenza emotiva relativa alla conoscenza delle nostre emozioni. E’ fondamentale – ha detto la Dott.ssa Nicastro – imparare a conoscersi bene, per individuare le proprie ricchezze interiori e i propri limiti; le une e gli altri, infatti, si ripercuotono sul nostro corpo e nella nostra mente, determinando atteggiamenti e comportamenti con i quali inviamo messaggi a chi è intorno a noi. Una volta consapevoli delle nostre emozioni, possiamo trovare soluzioni adeguate a quelle negative e far emergere al massimo quelle positive, punti di forza utili ad instaurare valide relazioni con la realtà in cui ci troviamo a vivere.

Alla percezione delle proprie emozioni si giunge in modo sempre più chiaro, affinando l’ascolto di se stessi, l’andirivieni dei propri pensieri e il risultato dei propri comportamenti. Più impariamo ad ascoltarci, maggiore è la possibilità che abbiamo di comprenderci e di decidere responsabilmente e coraggiosamente.

Bisogna, inoltre, cercare di essere il più possibile se stessi nelle relazioni interpersonali e nell’affrontare le situazioni positive e/o negative che la vita ci dà. Questo ci aiuterà anche ad affrontare i cambiamenti che faremo nell’arco della vita e che ci chiederanno di passare da una situazione di equilibrio raggiunta ad una successiva da raggiungere. I momenti di passaggio da una posizione di equilibrio all’altra, possono ingenerare, assieme alla perdita di stabilità, confusione, senso di solitudine e di incertezza, per superare i quali occorre aumentare il potenziale di intelligenza emotiva, dotandosi di strumenti che ci permettano di avanzare da soli e di trovare di volta in volta la reazione giusta.

Ad ottenere questo scopo possono aiutare momenti di confronto con altre persone: inseriti in piccoli gruppi di lavoro mirato, gestiti da esperti, è possibile così venire a conoscenza di altri punti di vista e prendere coscienza di altre verità in un percorso di arricchimento vicendevole.

L’incontro, interessante, ha coinvolto i presenti, alcuni dei quali hanno chiesto chiarimenti e approfondimenti sugli argomenti trattati.

                                     © Antonina Orlando  27 – 06 – 2017

 

L'INTELLIGENZA EMOTIVA

ALBINISMO IN AFRICA E UNIVERSALITA’ DELLO STIGMA

 

ALBINISMO IN AFRICA E UNIVERSALITA' DELLO STIGMA: questo l’argomento trattato domenica scorsa al Bar Pietro, piola sardo-veneziana di Torino, dove periodicamente vengono proposti libri, autori e tematiche culturali.

Durante l’incontro che ha preceduto di qualche giorno la Giornata Internazionale dell’Albinismo, proclamata per il 13 Giugno dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è stata presentata l’edizione italiana del libro Il Moukala di Kedi di Andre Ebouaney, in cui si descrivono il trattamento riservato agli albini e la considerazione in cui essi vengono tenuti nel piccolo villaggio di Makossi, in Africa.

Nel suo breve romanzo l’autore italo-camerounese riporta l’ambiente geografico e culturale, dentro il quale prendono forma e si sviluppano i sentimenti e le vicende dei vari personaggi.

Fondamentale per lo svolgimento dell’azione è la scelta del termine generico “moukala” (bianco) e non dello specifico “nguenguerou” (albino), fatta da Kedi per informare i genitori che il suo promesso sposo è un “bianco”.

Da tale scelta, infatti, deriva l’equivoco che dapprima alimenta entusiasmo e grandi aspettative nel villaggio e nella famiglia di Kedi e che poi, dopo la constatazione della realtà, causa delusione e amarezza.

Il Signor K., fidanzato di Kedi, non è “tutto bianco e venuto dal paese del freddo”(p. 35), a portare ricchezza e prestigio1, come ci si aspettava, ma un albino e “A Makossi, nascere albino era la peggiore maledizione che un bambino potesse scagliare contro la sua famiglia e l’intera comunità”(p. 63)

La considerazione di questa realtà, assieme al suo rapporto con l’odierna globalizzazione, è stata pre/tesTO per interessanti interventi non solo sullo stigma dell’albinismo, ma anche sulla sua strumentalizzazione e sullo sfruttamento economico che ne deriva.

In alcuni paesi africani, come Tanzania, Malawi e Monzambico – è stato ricordato – le parti del corpo degli albini vengono utilizzate per riti magici e, assieme alla pelle, vengono vendute a prezzi altissimi, permettendo facili guadagni e rapidi miglioramenti sociali.

In quei paesi, dunque, viene praticata una vera e propria caccia all’uomo albino2 che, generalmente disprezzato ed emarginato da vivo (“Stava per scendere anche l’altro passeggero … il più atteso … straniero e … venuto … dal paese del freddo. Curiosamente, nessuno gli andò incontro. … Nessuno si mosse … L’animazione si era spenta di colpo”(pp. 60-61), diventa prezioso da morto, quando le parti del suo corpo sezionato vengono vendute a caro prezzo.

Bisogna aggiungere, però, che qualche volta l’albino può servire da vivo3; ne consegue allora che anche lo stigma dell’albino, come qualsiasi altro stigma, non si può definire in assoluto, ma va contestualizzato, come l’ordalia dell'acqua fredda4 – ha spiegato il prof. Paladini – che è regolata dagli interessi del momento.

 

Di seguito alcuni momenti dell’incontro

 

1 Il Signor K., fidanzato di Kedi, non è “tutto bianco e venuto dal paese del freddo”(p. 35), a portare ricchezza e prestigio … (Andre)

In quei paesi, dunque, viene praticata una vera e propria caccia all’uomo albino … (Andre)

Bisogna aggiungere, però, che qualche volta l’albino può servire da vivo … (Andre)

4 anche lo stigma dell’albino, come qualsiasi altro stigma, non si può definire in assoluto, ma va contestualizzato, come l’ordalia dell'acqua fredda … (Paladini)

                                                

                                                                                                                                                         

  © Antonina Orlando  13 – 06 – 2017

 

                                               

ALBINISMO IN AFRICA E UNIVERSALITA' DELLO STIGMA

 

Miseria, Miseria!

 

Miseria, Miseria!  

                           La voce di quella parte dell’umanità che deve fare i conti con la fame e spera di costruirsi un’esistenza dignitosa; la voce di quella parte dell’umanità, la cui sorte è decisa da chi struttura e gestisce le forme socio-politico-economiche, secondo le quali si è andata organizzando nel corso del tempo la vita umana:
questo l’argomento di molte canzoni di protesta, alcune delle quali, raccolte assieme ad altre testimonianze sotto il titolo di “Miseria, Miseria!”, sono state proposte al Bar Pietro – piola sardo-veneziana di Torino, l’8 aprile scorso, da Beppe Turletti con la sua chitarra e con la sua fisarmonica.
Beppe Turletti ama comporre, ricercare e riproporre canzoni di argomento satirico, canzoni che hanno per oggetto il risvolto negativo degli avvenimenti militari e canzoni che trattano problemi sociali; egli ricerca e mette insieme, inoltre, storie e modi di dire popolari piemontesi, ricostruendo ambienti, personaggi e quadretti familiari, in cui con spontaneità e semplicità i pensieri e i saperi locali vengono tra-mandati dagli anziani ai giovani.
Durante l'incontro dell’8 aprile scorso, ricordando la Prima Guerra mondiale, Turletti ha parlato delle fabbriche chiuse, perché gli operai erano impegnati in guerra, e della conseguente fame del popolo, le cui proteste causavano morti di civili, così come la diserzione sui campi di battaglia causava quelle dei “traditori” passati per le armi. Anche gli ideali più alti – ha fatto notare il cantante – possono essere strumentalizzati e sviliti per interessi materiali.
Fermandosi su alcune tappe particolarmente significative della storia – il 1864 – gli anni Sessanta del Novecento – l'oggi con il problema dei migranti – ha letto le vicende storico-sociali nel loro aspetto umano senza tempo, più che nel loro sviluppo cronologico.
Fra le più belle canzoni degli anni Sessanta è stata proposta quella di Gualtiero Bertelli “Nina ti te ricordi …”: anch’essa non tanto legata alla contingenza del fatto, quanto invece al valore umano e simbolico che permette di poterla gustare al di là di ogni riferimento temporale.

Bravo e simpatico, Beppe Turletti ha saputo coinvolgere il pubblico, rendendo la serata piacevole e interessante.

                 © Antonina Orlando  13 – 04 – 2017

 

Miseria, Miseria!

La Venezia dei Veneziani al Bar Pietro, piola sardo-veneziana

La Venezia dei Veneziani al Bar Pietro, piola sardo-veneziana

 

La Venezia dei Veneziani inseriti nei fatti e nei fenomeni di diverse epoche storiche.

Non solo, dunque, la Venezia e i Veneziani come vengono presentati ai turisti, ma anche la Venezia e i Veneziani di tutti i giorni, la Venezia e i Veneziani che godono e soffrono degli aspetti positivi e negativi della società globale e delle realtà locali di cui fanno parte.

Soprattutto la Venezia e i Veneziani dall’Ottocento ad oggi; delle attività artigianali e dell’industrializzazione; dell’emigrazione, del calo demografico e di chi decide di restare tra mille difficoltà, protestando, lottando e cercando soluzioni.

E ancora la Venezia e i Veneziani delle tradizioni, dei ricordi, delle vecchie abitudini contro la massificazione delle ragioni economiche.

Il libro Guida alla Venezia ribelle di Beatrice Barzaghi e Maria Fiano  racconta ciò che è accaduto e che accade veramente nella città che non si vede, nella città non rappresentata nelle cartoline per i turisti. Parla degli avvenimenti bellici e umani che l’hanno coinvolta, così come di calcio e femminismo; parla di grossi complessi industriali (Junghans e Mulino Stucky), del lavoro che davano, ma anche della loro chiusura e della fine di molti operai; parla delle più recenti preoccupazioni per il passaggio di nuovi mezzi di trasporto come le moderne grandi navi, della necessità di nuove costruzioni e di adattamenti urbanistici, ma pure della capacità di integrare il nuovo senza sconvolgere l’equilibrio architettonico e artistico tradizionale.

Le autrici non tralasciano certo i luoghi visitati dai turisti e le immagini che ne vengono date, ma lo fanno da un punto di vista diverso, con storie legate alla vita reale. Ne emerge, insomma, una Venezia con un suo vissuto; una città che oggi “si ribella” a essere considerata solo cartolina, così come si ribella a tutto ciò che distrugge la sua identità e la sua umanità e che calpesta i diritti dei suoi abitanti. Una Venezia che si sta difendendo per recuperare i suoi spazi e per continuare a vivere, anche se in molti ne prevedono la morte.

 

Di seguito immagini della presentazione della Guida alla Venezia ribelle di Beatrice Barzaghi e Maria Fiano, al Bar Pietro, piola sardo-veneziana di Torino, il 4 marzo scorso.

 

                                              © Antonina Orlando  19 – 03 – 2017

La Venezia dei Veneziani al Bar Pietro, piola sardo-veneziana

Il LARIN: cultura e cordialità fra le montagne del bellunese

Il LARIN

Un soggiorno nell'Alpago (Belluno) non offre solo lo spettacolo di dolci valli protette da splendide  montagne, e di pittoreschi laghi incastonati qua e là,

ma al visitatore attento e sensibile permette anche di godere di calda ospitalità, ottima cucina tradizionale e tuffi in un passato ricco di credenze pagane, custodite persino nella terminologia della parlata locale.

Ed è proprio ad un termine in uso nel dialetto delle montagne dell’Alpago che si accenna nel presente articolo:

LARIN

LARIN indica un focolare libero da tutti i lati, attorno al  quale ci si può riunire per scaldarsi, mangiare, bere in compagnia e parlare socievolmente.

Attorno ad esso nelle case delle campagne venete, soprattutto in montagna, la sera ci si ritrovava dopo le dure fatiche del lavoro, per trovare calore, per comunicarsi le vicende della giornata e per intrattenersi con storielle e fiabe per i bambini. E’ circondato per questo da panche che corrono lungo tre pareti contigue della stanza in cui si trova e su di esso spesso si preparano ottime grigliate.

Oggi se ne può trovare ancora qualcuno in ristoranti e alberghi, dove regala una nota caratteristica agli ambienti e all’atmosfera che circonda gli ospiti.

LARIN è un termine suggestivo, portatore di cultura e antiche tradizioni che si perdono molto indietro nel tempo, quando il fuoco con la sua scoperta modificò sia le abitudini alimentari dei popoli che le loro superstizioni e le loro credenze religiose. Presto al fuoco furono associate valenze sacre e, raccogliendo attorno a sé la famiglia, esso fu considerato il posto prediletto dagli antenati, divenuti dei tutelari della famiglia stessa.

Dove giunsero i Romani con le loro conquiste, tali dei ricevettero il nome di Geni, Penati e Lari. E’ a questi ultimi che si collega la parola LARIN:

con il  termine Lare, dal latino Lar, Laris, si indicava appunto la divinità tutelare domestica e, per estensione, il focolare presso il quale erano collocate le sue statuette.

Il focolare era sacro presso i Romani e originariamente era posto nell'atrio, luogo fondamentale di tutta la casa, su cui si affacciavano le varie stanze. Doveva essere tenuto sempre acceso; curarlo e mantenerne viva la fiamma era compito di madri e figlie.

Su di esso, in particolari ricorrenze dell’anno, si offrivano alle divinità vino, incenso e fiori.

Di seguito Mantano riporta come esempio le immagini dei LARIN che si trovano in due alberghi dell’Alpago e di quello ricostruito nella piazza di Tambre d’Alpago durante il Natale scorso.

Semplice ed elegante, l'albergo-ristorante “Trieste” di Tambruz (piccola frazione di Tambre d'Alpago) accoglie l'avventore con cordialità in un’atmosfera familiare e professionale al tempo stesso. In una delle sue salette, attorniato da tre panche di legno lungo le pareti, fa bella mostra di sé il caratteristico focolare. Esso serve per scaldare gli ambienti, ma anche per cucinare dell'ottima carne, mentre attorno può trovare posto chi voglia trascorrere un po’ del suo tempo in un clima di amichevole socialità.

Il secondo LARIN, strutturalmente simile al primo e con la stessa funzione, si trova nel secondo locale visitato da Mantano, l’albergo-ristorante “Da Beio”, a Bastia, frazione di Puos d'Alpago.

Là i viaggiatori nei primi anni del ’900 trovavano riparo e una buona zuppa.

Un piccolo locale dapprincipio, a cui presto se ne aggiunsero altri per il cambio dei cavalli. Oggi gli ambienti della "posta" hanno lasciato spazio a vari negoziettimentre la casa principale, arricchita di nuove sale,  è diventata un ottimo ristorante, dove vengono serviti con attenzione e gentilezza gustosi piatti tipici, fra il profumo invitante della carne cucinata sulla brace davanti ai clienti. 

Il terzo LARIN, di cui si riporta l’immagine, è quello realizzato nella piazza principale di Tambre d’Alpago, in occasione delle festività natalizie scorse. Imponente e suggestivo fra luci e bancarelle, profumo di vin brulé, würstel e crauti, rallegrava la piazza, conferendole un tocco di calda e serena familiarità.

 

                                             © Antonina Orlando  15 – 03 – 2017

 

Il LARIN: cultura e cordialità fra le montagne del bellunese

 

IMPORTANTI INIZIATIVE DEL ROTARY CLUB DI PATTI-TERRA DEL TINDARI (ME)

                     Importanti iniziative per diffondere, fra tutte le fasce della popolazione, consapevolezzTINDARI TEATRO GRECOa e sensibilizzazione ai problemi sociali, sono state programmate e realizzate recentemente dal Rotary Club di Patti – Terra del Tindari (Messina), di cui è attualmente Presidente il Prof. Antonino Caccetta.

           Il Prof. Caccetta, docente presso il Dipartimento di Agraria dell’Università di Reggio Calabria e in contatto per motivi professionali con studiosi di tutto il mondo, in un’intervista rilasciata ad “Omnianews” di Patti, ha illustrato i lavori svolti dal Rotary in collaborazione con Ribeirão Preto, nello Stato di  San Paolo (Brasile).

         Obiettivo dell’intervista è stato quello di informare il grande pubblico sui temi di attualità e di rilevanza sociale e culturale svolti dal Rotary nelle scuole, per contribuire alla formazione dei cittadini di domani, con la proposta non solo di lezioni teoriche, ma anche di attività pratiche, atte a stimolare interesse, partecipazione e significative esperienze.

        Questi gli argomenti di attualità e di interesse generale esposti dal Prof. Caccetta: 

–          Salute: osteoporosi

–          Alimentazione: cultura, tradizione e innovazioni tecnologiche

–          Famiglia

–          Fame nel mondo: materie prime e risorse economiche nei Paesi “poveri”

 

L'INTERVISTA al Prof. Antonino CACCETTA

                                                                                                       Antonina Orlando

 

MARGHERITA OGGERO – Incontri d’autore

Margherita Oggero

presenta

“La ragazza di fronte”

Conduce l’incontro

Antonina Orlando

 

         Sabato 19 Dicembre 2015 alle ore 17,00, presso la sede dell’Associazione sarda Nosu Impari di Torino, ha avuto luogo l’incontro con la scrittrice Margherita Oggero che ha presentato il suo ultimo libro “La ragazza di fronte”.

       Dopo un breve saluto della Presidente dell’Associazione, Luisa Pisano, e dopo gli interventi dei consiglieri di circoscrizione Antonio Ciavarra e Lidia Andolfatto, Antonina Orlando ha accompagnato la scrittrice nel suo incontro con il pubblico.

       Scrittrice ormai famosa e creatrice del personaggio Camilla Baudino, la protagonista della serie televisiva "Provaci ancora Prof!",  Margherita Oggero è stata insegnante di materie letterarie e, sin da giovanissima, ha coltivato la passione per la scrittura.

        “La ragazza di fronte”, come ha spiegato l’autrice, è un romanzo di formazione, che ci fa seguire la progressiva maturazione dei protagonisti e di altre figure a loro strettamente legate. Infatti, vengono delineati sovente non solo i tratti  psicologici dei personaggi, ma anche l’evoluzione che la loro maturità subisce in relazione agli avvenimenti narrati. “Ma quante persone diverse siamo stati?” è per esempio una delle domande che ad un certo punto del racconto si porrà Michele.

Di seguito tre momenti della spiegazione:

        Uno dei motivi di disagio dei ragazzi è rappresentato spesso dalla limitata presenza e dalla poca attenzione dei genitori, lontani da loro fisicamente e qualche volta anche mentalmente  per motivi lavorativi o per scelta di vita. Inoltre, in generale, in alcuni momenti della sua vita, l’uomo sente necessità di attenzione e comprensione. Sensibilità, attenzione e comprensione che, quando ci sono,  si trovano sia presso le persone colte che in quelle più semplici, ma ricche di saggezza e umanità:

        “La ragazza di fronte” ci presenta gli avvenimenti quotidiani quasi durante il loro svolgimento. Lo sviluppo del contenuto del libro, può considerarsi come una finestra sul vissuto di tutti i personaggi che si muovono davanti ai nostri occhi. E la finestra è un elemento della struttura della casa che ricorre spesso sia ne “La ragazza di fronte” che in altri libri della nostra autrice. Il suo valore concreto e simbolico ce lo spiega la stessa scrittrice:

        Margherita Oggero ci dà anche una prima descrizione di Marta e Michele bambini, delle case e dell’ambiente sociale in cui vivono:

        “Solo un cortile li separa”. Marta e Michele si conoscono e si guardano, stando ognuno sul suo balcone, separati solo da un cortile. Non scendono mai a giocare e non si parlano mai. Perché?

        Nel libro spesso si fa riferimento alla differenza di classe sociale, e appartenere ad una classe sociale elevata è importante anche per l’inserimento nel mondo del lavoro.

        Marta bambina, inconsapevolmente, fa a Michele un grande dono: l’interesse per la lettura. Michele nota, infatti, il libro che la bambina tiene in mano e un po’ spinto dallo spirito di emulazione, un po’ per non essere da meno, desidera anche lui averne uno.  “… Ma perché vuoi un libro?” – chiede il nonno a Michele – Per leggerlo le domeniche pomeriggio, sul balcone. – risponde il nipote –  Per fare come la bambina dai capelli biondi quasi rossi della casa di fronte…”:

        Peppino, barbiere, conosce bene il professore, che è un suo cliente, e spesso, parlando con lui, ne raccoglie la delusione professionale. A p. 51 troviamo: “… Insomma ‘o professore – che insegnava in una scuola di periferia estrema a ragazzi strafottenti o apatici, con alle spalle famiglie disastrate, rissose e violente – si era lentamente disamorato del suo lavoro, della vita in generale e tirava la carretta come un ronzino sfiatato”. Una di quelle scuole di cui si lamenterà anche Sofia, sorella di Michele: p. 165  “a scuola le compagne mi massacravano, non a pugni e calci come fate voi maschi, ma a parole che qualche volta sono peggio”.

        Parlando di scuola, viene in mente la prof. Baudino. E’ vero che ogni attore personalizza un po’ il personaggio e che ogni sceneggiatore lo ripropone rielaborato dalla sua creatività e dalla necessità di adattarlo al grande pubblico, ma è anche vero che a volte il profilo della Baudino proposto in TV è quello di “un’insegnante un po’ caotica e leggermente nevrotica”, seppure piacevole:

        Un’altra osservazione: la città in cui si svolgono gli avvenimenti narrati è Torino. Margherita Oggero predilige tale  ambientazione, che resta unica, come nel caso del nostro romanzo, o che si alterna con altre, come in altri scritti. Come mai?

        Gli interventi pacati e chiari hanno stimolato molte riflessioni e il pubblico si è mostrato soddisfatto dell'incontro.

                                          

                                                 © Antonina Orlando 07 Gennaio 2016

 

 

Incontri d'autore: MARGHERITA OGGERO

 

 

 

ANGELICA PIRAS, REGINA DELLE OMBRE

INCONTRI D’AUTORE

La poetessa Angelica PIRAS

e la sua silloge

Regina delle ombre

In asulu bisenti

 

Con l’intervento della psicologa e psicoterapeuta

Lucia ATTOLICO

 

        Sabato 16 Maggio 2015, alle ore 17,30, presso la sede dell’Associazione sarda Nosu Impari di Torino, ha avuto luogo l’incontro con la poetessa Angelica PIRAS e con la psicologa e psicoterapeuta Lucia ATTOLICO. 

    Dopo una breve introduzione della Presidente, Luisa Pisano, la segretaria dell’Associazione, prof. Pia Deidda, ha presentato il libro “Regina delle ombre” e ha letto una delle più belle e significative poesie “Guerriera”. 

Il componimento è stato scelto, perché in esso sono presenti le tematiche della serata:

i gravi problemi di Angelica in famiglia, la sua determinazione a non soccombere e i segreti per riuscirci.

    La poetessa è stata affiancata dalla dottoressa Attolico che, psicologa e psicoterapeuta, ha aiutato tutti a comprendere e a sviluppare gli argomenti.

     “Regina delle ombre” è Angelica stessa – ha osservato la dottoressa. Come lei, infatti, il libro piange e ride, soffre e cerca la salvezza; come lei ha paura della paura e ama l’Amore; di fronte all’impotenza chiede aiuto e libertà.

      La serata è stata particolarmente emozionante, perché le vicissitudini della bambina, dei fratelli e della mamma, alla mercè della furia incontrollata del padre malato, hanno destato solidarietà e commozione.

      Raccontarsi, ha rappresentato per la poetessa un modo per aprirsi e alleggerire il suo pesante fardello di pene, ma ha soddisfatto nello stesso tempo l’esigenza di offrire un possibile aiuto al lettore.

      La lettura delle prose introduttive e delle poesie ha fatto emergere da un lato terribili sofferenze fisiche e morali, dall’altro la forza vittoriosa della Vita. Grazie a questa forza, la bambina ha trovato momenti rigenerativi e nuove risorse per sorridere e per regalare ai fratelli un po’ del suo sorriso.

     Angelica ha parlato della tristezza che l’assaliva, quando doveva scegliere da che parte stare – chi dovevo voler meno bene, e a chi dovevo far star bene? – e dei sensi di colpa che la tormentavano tutte le volte che non riusciva a confortare la mamma: di fronte ai maltrattamenti da lei subiti, infatti, si sentiva fragile e doveva cercare rifugio nella protezione di luoghi nascosti.

     La vita, la natura, la fede hanno dato ad Angelica la forza di reagire anche nei momenti in cui più fortemente desiderava che la donna celeste, a cui spesso si rivolgeva fiduciosa, la portasse via con sé. La donna celeste era la Madonna, l’unica dalla quale potesse ricevere coraggio e parole dolci.

       Si è parlato anche dei colori e della luce, con cui la bambina dominava le ombre che con un’ascia la dividevano dall’infanzia.

        L’immergersi nella natura reale o immaginata ha salvato Angelica. E’ riuscita così ad attraversare il dolore a piedi nudi senza diventare pietra e ad avere un cammino di rose e viole.

Noi facciamo parte della natura, è stato detto dalla dottoressa, ed è per questo che abbiamo bisogno di stare a contatto con essa.

Perciò Angelica trovava pace sull’albero e rifugio dentro l’armadio di “cedro”. Il profumo naturale del cedro ristorava il suo animo e alimentava la sua fantasia, allontanandola dalla realtà e addolcendole il cuore.

       Questi alcuni dei “segreti” di Angelica per “vincere la partita con il buio”, trasmessi al lettore come “spunti” di trasformazione.

     Forte il richiamo alla gioia della trasformazione e del riscatto; alla rivalutazione dell’Amore che può contaminare anche gli altri : in altre parole, alla bellezza della Vita, al di là delle tovaglie d’ipocrisia, cioè al di là della falsità.

La Vita merita di essere vissuta – è stato detto – e l’Amore genera Amore.

E’ quest’Amore che ha riavvicinato la figlia al padre. Angelica, cresciuta, ha avuto pietà di quell’uomo e la pietà, lei dice, fa parte dell’Amore. Angelica ha offerto la sua umanità non al padre – lei non sa cos’è un padre – ma ad un essere umano malato, anche lui con un triste vissuto, e che pure le ha donato qualche breve momento di dolcezza.

     Il libro parla anche di due Angelica: l’una con i nodi del dolore e della tristezza, l’altra con i dolci sogni di miele e vaniglia.

     E’ un libro che insegna veramente tanto, ha affermato la psicologa, ci fa conoscere esperienze significative e, dunque, crea cultura. Quello che impariamo, informandoci e leggendo, si aggiunge a quelle forme di cultura che ci portiamo dentro dalla nascita, che caratterizzano l’ambiente storico – sociale da cui proveniamo e che ci distinguono dagli altri. E’ la nostra cultura che condiziona gran parte delle scelte che facciamo ed è essa che, assieme ad altri strumenti, come la psicoterapia, contribuisce alla soluzione di tante problematiche.

    I dialoghi e le riflessioni hanno coinvolto il pubblico che ha applaudito più volte calorosamente e che è intervenuto con numerose domande anche di carattere generale.

 

Eccone alcune:

  • Cosa ci permette di capire se un bambino vive nella sofferenza e nella violenza?
  • Si può definire violenza anche il carico di impegni che scuola e famiglia danno ai bambini spesso in modo eccessivo?
  • Quanto l’adulto, sempre presente, condiziona negativamente l’incontro del bambino con se stesso?
  • Quanto le leggi e le strutture sociali esistenti oggi in Italia sono in grado di aiutare veramente le famiglie disagiate?
  • Angelica si è avvicinata al padre per pietà o per perdono?

 

    Gli interventi pacati e chiari hanno stimolato profonde riflessioni e il pubblico si è mostrato soddisfatto dell'incontro.

     

© Antonina Orlando 20 Maggio 2015

 

 

                                                                                                                    

Incontri d’autore: ALBINO AGUS

Lo scrittore ALBINO AGUS

e i suoi due libri

 

Il tralcio staccato

e

Is contusu de s’arrollieddu

(I racconti del crocchio)

 

 

          2 Il 25 Gennaio scorso, in via Reiss Romoli 45, ha avuto luogo “Incontri d’autore”, manifestazione culturale organizzata e realizzata dall’Associazione “Nosu Impari” di Torino.

 

           Luisa Pisano, Marcello Pisano e Rebecca Melis hanno presentato i due ultimi libri di Albino Agus: “Il tralcio staccato” e “I racconti del crocchio”, alcuni brani dei quali sono stati letti da Rebecca Melis.

Il  pubblico è stato subito coinvolto e molti si sono emozionati ricordando, attraverso la parola dello scrittore e dei conduttori, momenti di esperienze trascorse. Il commento di alcuni passi salienti di entrambe le opere, infatti, ha dato modo di rievocare tradizioni, stili di vita, chiaroscuri e interrogativi di una terra sempre viva nel cuore dei figli lontani, perché bella e ben radicata nella sua storia e nella sua identità.

           “Io,” – dice lo scrittore – “come chi va via, mi sono innamorato della Sardegna, quando ero fuori dalla Sardegna”; “Chi è ancora in Sardegna e va a lavorare nei campi con la zappa che sprigiona scintille sulla pietra, vede il mare come il muro di una prigione. La nave che passa è la speranza di un’occasione”, ma dopo la partenza si riconosce la bellezza della propria terra, dove le nuove abitudini acquisite impediscono di ritornare a vivere.

           Ricordando alcuni degli episodi della sua vita, svoltisi a Villaputzu ed esposti nell’autobiografia “Il tralcio staccato”, Agus ha lasciato spazio a riflessioni e dibattiti su problematiche sempre attuali:

 

  • La condizione della donna “serva”, descritta nell’infanzia tormentata di una bambina rimasta orfana a undici anni, diventata di colpo la mamma dei fratelli e  responsabile dell’organizzazione della casa; sempre attenta a non permettersi un attimo di distrazione e di riposo, per non incorrere nelle ire del padre. Un padre, capace di portare via, ad insaputa della figlia, il gruzzoletto di soldi che lei, scegliendo di lavorare in casa d’altri, faticosamente aveva potuto mettere da parte per la “dote”. Il “Padre padrone” di Gavino Ledda, ancora presente, purtroppo, in molte famiglie, e non solo sarde – ha ricordato qualcuno del pubblico.
  • Il bambino del romanzo (alias Albino), fortemente desideroso di qualche manifestazione d’affetto da parte della mamma, esacerbata dalla durezza della vita e completamente assorbita dai lavori quotidiani, come molti genitori, trascinati lontano dai figli dai ritmi e dalle esigenze della società “progredita”.
  • L’educazione spartana e inflessibile impartita ai bambini, confrontata con il permissivismo esagerato che oggi talora si riscontra. Questo non è sempre frutto di scelte pedagogiche, ma, molte volte, di necessità contingenti, legate alle problematiche degli adulti.
  • Il perdono. “Nel perdono c’è una pace interiore che non si può neanche descrivere … una ricchezza interna che non si può spiegare … non è facile”, dice Agus. Il rancore che tormenta l’animo del giovane figlio, invano desideroso di segni tangibili d’affetto, si tramuta col tempo nel dolce e rasserenante perdono dell’adulto che ha riconosciuto l’amore naturale e profondo nel cuore della madre, plasmata dalla mentalità del paese e dal vissuto doloroso.

           Vita rassicurante e appagante quella emersa dalla presentazione de “I racconti del crocchio”.

Il pubblico ha avuto modo di apprezzare o di rivivere i momenti di socialità dei “crocchi”, in cui spontaneamente per strada, in piazza, sulla soglia di casa, si riunivano i compaesani. Nei crocchi ci si raccontava di sé, degli altri, dei fatti del paese, ci si lamentava, si rideva e si scherzava, senza conoscere gli spasmi di una società frenetica, caratterizzata da individui soli fra potenti strumenti di comunicazione virtuale e social networks.

“Che fine ha fatto il crocchio?”

“Il crocchio è morto!”

“E chi l’ha ucciso!”

“La televisione!”

“La televisione?”

“Sì comare, la televisione ha ucciso il crocchio!”

 

Questo l’incipit del racconto “Il crocchio”.

 

Altro notevole tema dell’incontro: il dialetto.

           “Quando io ero bambino” – dice Agus – “si andava a scuola per imparare l’italiano, come oggi si va a scuola per imparare le lingue”.

Ormai, invece, si tende a non parlare più in dialetto. Per lo scrittore, il dialetto è la carta di identità di un popolo e ha il valore affettivo e identitario proprio della lingua con cui ognuno di noi impara a relazionarsi con l’altro. Perciò, egli scrive I racconti del crocchio in “serrabese”, il suo dialetto caratteristico derivato dall’arabo, avendo l’avvertenza, però, di renderli accessibili a qualsiasi lettore, con il corredo della traduzione a fronte.

 

           A conclusione dell’incontro, interessante e stimolante, Luisa Pisano ha ringraziato Albino Agus. Un pensiero riconoscente è stato rivolto, inoltre, a tutti gli scrittori che hanno il merito di arricchire lo spirito di chi li legge, anche con il racconto di storie personali. In esse, infatti, il lettore ritrova spesso qualche aspetto del proprio vissuto.

 

© Antonina Orlando  27 Gennaio 2015