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IL KAFENION DI MAKIS

 IL KAFENION DI MAKIS

Delicato racconto di vita greca … semplicità, calda accoglienza, tradizione

Ad Amorgos sull'unica strada che congiunge i capi opposti dell'isola, c'è uno sperduto villaggio di bianche case cicladiche, Arkesini, da Archè, il principio.

Qui ci sono reperti archeologici risalenti al neolitico, e poi, ancora i vari strati che la Storia sa creare, distinguere e al contempo unire sapientemente, in modo misterioso. Solo i più attenti potranno accedere ai suoi arcani.

 

Il cuore del villaggio è la chiesa, un candido cubo sormontato da una cupola azzurra che osa sfidare il colore del  cielo.

Appena più avanti, una tabella appesa sull'uscio di una minuscola abitazione, segnala la presenza del kafenion di Makìs.

Makìs è un arzillo ottuagenario dal viso tondo, con due mustacchi bianchi che sbucano dall'enorme montatura degli occhiali.

Il suo aspetto rispecchia perfettamente lo stile del locale: vetusto, semplice, di nessuna pretesa, ma ordinato, curato e soprattutto accogliente!

Appena entrati, avvertiamo nell'aria, un attimo di sospensione; il nostro ingresso provoca un fermo immagine; il baffuto avventore che stava scherzando con Arghirò, una giovane donna del paese, si blocca; Arghirò da parte sua, seria ma curiosa, ci interroga con lo sguardo e Makìs si avvicina timoroso; sembra che tema di non poter soddisfare le nostre richieste.

Un gioioso Kalimera -buongiorno- e l'ordinazione: "due caffè greci con pochissimo zucchero, per favore" nella lingua locale, rimettono in moto la scena.

L'avventore rivolge di nuovo la sua attenzione ad Arghirò, rincarando la dose della bonaria provocazione, rinvigorito dalla presenza di due spettatori stranieri.

Makìs si ritira al di là di una azzurra parete di legno, dotata di aperture-finestre che a me ricorda l'iconostasi delle chiese ortodosse; si accosta al fornellino dove compie il rito del caffè con maestria ed amore.

Dispone su di un vassoio due tazzine con il caffè bollente e due bicchieri di acqua freschissima; ci serve con devozione e professionalità, pronto a soddisfare ogni nostra richiesta.

Domando se l'acqua sia buona; mi sorride soddisfatto, felice di svelarmi il suo segreto: "Vedi quel monte? E' da lì che quest'acqua scende! Bevi tranquilla!"

Chi ha sperimentato il caffè greco, sa bene che non lo si può affrontare senza cautela; va lasciato decantare perché si raffreddi; occorrono tempo e pazienza.

Ci lasciamo quindi andare ai racconti; il tempo è quasi sospeso e noi stessi ci sentiamo sospesi, avvolti in un'atmosfera di pace.

Riemergono leggende, ricordi: il vecchio pescatore che ha cessato l'attività, l'inverno passato incredibilmente gelido e l'attesa.

Sempre in Amorgos, c'è il senso magico dell'attesa; bisogna solo saperlo vedere!

Finalmente possiamo sorseggiare il caffè; il vecchietto chiede se va bene, gli rispondo che è il migliore dell'isola e lui sorride, visibilmente compiaciuto.

Mio marito gli dice che anche l'anno passato ci siamo recati ad Arkesini, ma il Kafenion era sbarrato; ci dissero che lui era ricoverato all'Ospedale di Atene.

Makis quasi si scusa della sua assenza, poi chiama la moglie Sofia per informarla della nostra visita dell'anno precedente e i due per un attimo, si commuovono.

Si instaura un forte legame  di empatia tra di noi; prima di uscire li abbracciamo.

Mentre ci avviamo all'auto, risuonano ancora nelle orecchie i loro auguri :"Kalò Kimona! Naste kalà! Buon inverno! Andate verso il bello!" e nel cuore risplende  il kafenion di Makis.

 

                                             © Andreina Arcelloni  13 – 07 – 2017

 

 

IL KAFENION DI MAKIS

 

 

LA VECCHIA CASA CON LA SCALA A CHIOCCIOLA

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LA VECCHIA CASA CON LA SCALA A CHIOCCIOLA 
(Riflessioni fra passato e presente) 


Quel problema la richiamò in paese.
Vi andò, consapevole dell’assurda realtà che rendeva quasi impossibile una soluzione razionale.

Tutto ai suoi occhi appariva diverso per misura e colore. Anche gli spazi erano cambiati: nuove costruzioni spuntavano fra quelle solite, alterando le immagini dei suoi ricordi.

Non era trascorso molto tempo dall’ultima volta che vi era stata, ma ora quella vista le causava una strana percezione: forse i recenti avvenimenti, incrinando la sua serenità, evidenziavano differenze mai notate prima. Le cose si presentavano sotto una luce non prevista e le persone non erano più quelle che credeva di conoscere. Del passato restavano solo ombre confuse e sformate che parlavano lontane e in modo nuovo, mentre intorno l'aria era fredda e ostile.

Quanto piccola è la frazione di tempo  che può sconvolgere una vita!
Quanto piccola è la frazione di tempo che può mettere in crisi le certezze umane!

Tuttavia, Anna sentiva che un pezzo di quel mondo apparteneva ancora a lei e, viceversa, un pezzo di lei apparteneva ancora a quel mondo. Decise perciò di non lasciar correre. Non era tipo da arrendersi facilmente, non era suo costume voltare le spalle alle difficoltà; al contrario, le prove le davano energia e lei scendeva sempre in campo coraggiosa e leale. Si sarebbe comportata come riteneva opportuno, anche se gli affetti, le emozioni, il ruolo vissuto in passato e le antiche abitudini, la condizionavano fortemente.

La aiutava però il fatto di non essere più, del tutto, quella di un tempo; ormai era il risultato tangibile di situazioni affrontate  e di persone incontrate lungo il suo cammino.
Così come il valore finale di un’espressione algebrica è dato dal risultato di tutte le operazioni effettuate con ordine e secondo schemi precisi, allo stesso modo ogni uomo, donna o bambino che avevano attraversato la sua vita e con cui aveva interagito in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo, l’avevano plasmata, arricchendo, scavando, piegando o limando i tratti del suo carattere e il suo sapere. Ogni cosa, ogni uomo, donna o bambino incontrati, erano appartenuti alle tante parentesi della vita che le era stata assegnata. Essi si erano sommati al numero racchiuso nel nido delle due prime parentesi tonde, dentro le quali si trovava la famiglia in cui era nata, rendendola la donna di oggi. Il risultato ottenuto era tuttavia provvisorio: altre parentesi tonde, quadre e graffe, in quantità imprecisata, erano infatti pronte ad aggiungersi alle precedenti per fornire infine un valore definitivo.

Si diresse alla vecchia casa.

La scala a chiocciola era ancora lì … avvolta su se stessa … Forse rifletteva sui suoi ricordi … quanti ricordi!!!   

  scala-chiocciola-2-c-1Di tanto in tanto sui gradini di ferro battuto le roselline intagliate dal fabbro erano accompagnate da nuove finestrelle ricamate dalla ruggine: anche da lì filtrava luce attraverso squarci di forma e dimensioni mai uguali. Esse, interrompendo l’armonia del disegno dell’uomo, ne creavano una nuova, nata dalla mano della natura. 
I muri della casa cominciavano a sgretolarsi come i suoi anni … non più corse, riso o capricci di bimbi su e giù per le scale di marmo; non più giochi in terrazza e in cortile; non più pericolose e veloci discese sullo stretto corrimano di ferro della scala a chiocciola, tra il viola – azzurro dei grappoli fioriti del glicine e il verde variegato delle foglie; non più richiami preoccupati di adulti.

Nella mente della donna riemergevano grandi stanze luminose, stanze dalle tinte pastello e dai soffitti fioriti; rispuntavano pesci con stelle marine e conchiglie, sullo sfondo verde – marrone della vegetazione che correva in basso,  lungo le pareti della sala … dal pavimento fino superare di poco la testa  di una piccolissima figura di bimba…
All’istante però, tutto sfumava nella polverosa cortina della fuliggine attuale, nell’incerta penombra delle imposte mal chiuse e deformate, nel solaio pericolante, nelle pareti rovinate e cadenti e nel vuoto assordante.
Scomparsi i volti ora dolci ora severi che l’aiutarono a crescere e a sognare. Spariti quei bimbi divenuti ormai uomini e donne. Non più l’ingenuità e l’istintiva apertura dell’animo ai cari compagni di gioco; non più la spensierata fiducia. Ora solo i pensieri dei “grandi”. Ricordi rivisitati e filtrati da occhi pensanti, da gioie e dolori vissuti, da sogni realizzati e da speranze deluse; animi cresciuti in mondi diversi e non più facilmente leggibili l’un l’altro.

cortile-3-b  Eppure, abbandonata fra la fitta selva degli alti cespugli che avevano invaso il cortile, proibendolo agli altri, e che avevano avvolto l’antico pozzo sino a nasconderlo quasi pietra preziosa, la vecchia casa continuava ad essere bella nel mistero della sua vita solenne e solitaria: quel verde incolto la racchiudeva, mentre il ficus rigoglioso e spontaneo, la custodiva e la proteggeva dalla terrazza, levandosi in alto maestoso e possente; il cielo con pennellate sfumate d’azzurro l’abbracciava dolcemente; la scala fra le due terrazze si era arricchita di merletti; le profonde screpolature sui muri e le finestre sbiadite e pericolanti parlavano dello scorrere del tempo: rughe sul volto degli uomini a testimoniare percorsi di vita, lunghe riflessioni, gravi pensieri, ma anche tanti sorrisi e allegre risate.

Cosa ne sarebbe stato della villa e della vita che vi era stata vissuta? Forse tra poco sarebbero state spazzate via … forse qualcuno se ne sarebbe preso cura … o forse …

La sensibilità e i progetti di chi vi aveva abitato bambino erano diversi, ma sicuramente in tutti continuava a regnare un pizzico di nostalgia e un po’ di affetto per quel luogo che ora ricordava le fiabe, i castelli incantati, i rovi cresciuti per invidia e gelosia di maghe e maghi dispettosi, i sonni profondi delle fanciulle punte dall’arcolaio di una strega e il giovane principe che con il suo bacio le risveglia alla vita, dopo una lunga lotta contro il male.
In mezzo ai rovi dorme la Bella Addormentata; in mezzo al bosco vive l’umanità, l’amicizia e la solidarietà dei nani verso Biancaneve … quella casa avvolta da erbe, fuliggini e pericoli, forse continuava a portare in grembo una nuova lezione di vita, un premio per chi, seppure adulto, avesse avuto voglia di raccogliere la sfida e accettare di crescere ancora dentro di sé (“A vecchia avìa cent’anni e ancora avìa ‘nsignari” – recitava un vecchio proverbio del posto –: “L’anziana (donna) aveva cento anni e ancora doveva imparare”).

 scala-chiocciola-5-f-1  Il vento leggero le sfiorava delicatamente le guance e si spargeva profumato e lieve attraverso le narici in tutti i tessuti del suo corpo, allargandole il respiro; il cielo azzurro sopra la sua testa e dentro i suoi occhi la rapiva e le faceva scalare quei leggeri ciuffi di nuvole … radi e dipanati batuffoli di ovatta bianca che qua e là macchiavano il celeste di trasparenze lattiginose; l’odore del mare vicino le rinnovava il desiderio di correre in spiaggia, attraversare la sabbia bollente e giocare felice dentro l’acqua fresca, fra il moto delle onde, ora impercettibile, ora invece agitato e pauroso.

Abbassò la testa, respirò profondamente e comprese che ora toccava a lei ricordare storie incantate, come un tempo faceva la sua nonna.

“Chi l’avrebbe detto? Chi l’avrebbe immaginato? …”  “Panta rei” le ricordarono i suoi vecchi studi: tutto passa, tutto scorre … com’era vero! …, ma – pensò –   scorrere è trasformarsi e trasformarsi è vivere. “Questa è ficus-4-cvita” – si disse – “La trasformazione è vita. Se io non fossi cambiata, non sarei vissuta, e se non mi stessi trasformando, non starei vivendo. Io cambierò ancora nel corpo e nell'animo, ma continueranno a cambiare anche le cose e le persone intorno a me". Questa riflessione le fece bene e la risvegliò.

Scattata qualche foto ricordo e raccolti i suoi pensieri, considerò la realtà presente, prese per mano la bimba di ieri e la donna di oggi e, determinata, con tanta speranza, si rimise in cammino.

                                 © Antonina Orlando  04 – 01 – 2017

 

 LA VECCHIA CASA CON LA SCALA A CHIOCCIOLA

L’ACINO DELLA TENACIA

 

IlImmagine1 treno avanzava lungo verdi prati trapunti di fiori colorati, di bianche margherite e di rossi gerani; superava case, agrumeti e oleandri rosa, bianchi, cremisi. Oltrepassava velocemente anche le colline circostanti, dalle quali  pini marittimi e gialle ginestre guardavano verso il piano e verso l’azzurro del mare poco distante. Un nastro di sabbia finissima tenuemente dorato, largo e continuo, seguiva il profilo della costa, separando la calma distesa marina dal verde e dai colori circostanti.

Anna, sempre accanto al finestrino, non si lasciava sfuggire nessun particolare di quello spettacolo straordinario, illuminato da un sole stupendo. Da una parte il verde e i colori dei campi, dall’altro le strie celeste chiaro o blu intenso delle correnti marine che si diramavano in direzioni diverse, le macchie chiare delle navi lontane e le petroliere rossastre con la loro forma particolare. L’aspetto del mare variava di continuo e il suo azzurro intenso sfumava all’orizzonte in lievi colori, confondendosi con le tinte del cielo sereno. Anche lassù in alto lo spettacolo era interessante e solleticava la fantasia e MARE PINI GINESTREl’immaginazione: rade nuvole bianche, infatti, artisticamente sfilacciate, si spostavano velocemente, seguendo la corsa del treno e assumendo forme sempre diverse.

Di tanto in tanto il treno sostava in qualche stazione. “Che stazione è?” – era la domanda – e la risposta dei compagni di viaggio era ascoltata sempre con molta attenzione.

Dopo Villafranca, si entrava nel cuore dei Peloritani, in gallerie sempre più lunghe man mano che si procedeva verso Messina. Una di esse era lunghissima: la metà del suo percorso veniva segnalata da uno strano suono, che ad Anna, bambina di pochi anni, sembrava quello di piatti di metallo che cadevano.

Era partita la mattina presto assieme ai suoi, quel giorno, per andare a trovare una zia di circa sessant’anni d’età.

La donna, vedova, abitava con le sue figlie. Era di statura piccolina, i suoi capelli, di un grigio ormai chiaro, erano terribilmente crespi. Li portava raccolti sulla nuca e trattenuti da tante forcine, mentre mollette e pettinini cercavano di tenere a bada quei fili ribelli che non accettavano di stare lontano dal viso e dagli occhi. Incarnava la figura di quelle  padrone di casa che sanno tenere tutto sotto controllo; infatti, lei  riusciva a badare contemporaneamente alla cucina, alle figlie e agli ospiti. Questi ultimi, poi, erano trattati con il massimo della cortesia e della premura, pur nella familiarità della parentela.

Si capì subito che l’arrivo era atteso con piacere e tutti si mostrarono, come sempre, affettuosissimi e felici della visita.

Il tempo che precedette il pranzo, trascorse velocemente tra le chiacchiere degli adulti e il girovagare di Anna per ogni angolo della casa, dove riusciva a trovare sempre qualcosa di interessante da osservare o con cui giocare.

Purtroppo, non c’erano altri bambini; così, anche a tavola, a parte qualche breve coinvolgimento, dovette accontentarsi di sentire parlare, parlare, parlare: erano discorsi di grandi, che a tratti ridevano, a tratti mostravano vene malinconiche, a tratti alzavano la voce, raccontando fatti spiacevoli con toni che la preoccupavano.

piatto di pastaCome sempre la cucina era squisita e le pietanze riempivano l’aria di profumi invitanti, ma lei mangiò pochissimo – a sentire il giudizio degli adulti – anche se, in realtà, si sentiva a posto. Così, alla fine del pranzo, proprio al momento della partenza, le furono rivolte molte osservazioni; si trovò soprattutto al centro dell’attenzione preoccupata della zia, la quale, secondo le buone e ben note abitudini siciliane, non avrebbe permesso che la nipotina andasse via senza mangiare ancora qualcosa.

Come avrebbe potuto affrontare il viaggio?

Sicuramente il non aver mangiato a sufficienza (i parametri con cui valutava erano del tutto personali) avrebbe causato alla nipote un terribile stato di debolezza, di cui lei stessa si sarebbe sentita responsabile.

Fra il numero e l'abbondanza delle portate e i lunghi discorsi appassionati, il pranzo si grappolo d'uvaera prolungato parecchio e si era fatto già tardi. Non c’era tempo da perdere, Anna doveva accettare assolutamente qualcosa, subito, fosse anche solo un grappolo d’uva.

Accettare o non accettare il grappolo d’uva significò ben presto mettere in gioco il proprio prestigio personale; divenne lo scopo per cui si stava disputando una partita importante fra la donna e la bimba.

Le forze in campo presentavano una decisa disparità. La zia, non più giovane, era chiaramente la più forte. Godeva, infatti, oltre che del vantaggio dell’età e dell'esperienza, anche del tifo della maggior parte degli adulti: chi di loro fosse stato  incerto o avesse parteggiato in cuor suo per la bimba, avrebbe tenuto conto dell’obbligo sociale ed educativo di tacere. Anche l’idea che, una volta a casa, Anna avrebbe potuto mangiare qualcosa di particolarmente sostanzioso, non era destinata ad ottenere molto successo:

il non dare ragione ai bambini di fronte alla parola di un adulto, era uno dei punti fondamentali della pedagogia seguita dalle famiglie che Anna conosceva.

Il tempo correva e bisognava sbrigarsi, per non perdere il treno. La poverina si sentiva incalzata da ogni parte, ma, pur così piccolina com’era, non cedeva; anzi, più aumentava l’insistenza, più sentiva crescere dentro di sé la voglia di dire “No!”

Qualcuno riuscì a mediare: “Dai, Anna, accetta almeno un acino. Cos’è un acino? Non è la fine del mondo! Mettilo in bocca: farai presto a mandarlo giù, ti sentirai meglio e la zia sarà più tranquilla”.

La mediazione funzionò: la donna si arrese al compromesso …

… e l’interessata?

Ad Anna venne in mente un’idea straordinaria: avrebbe vinto, pur mostrando di lasciarsi convincere dall’insistenza generale. Tutti avrebbero pensato di avere avuto partita vinta e non avrebbero capito nell’immediato che, mostrando di accontentarli, alla fine era stata proprio lei a spuntarla.

Giustizia e dignità sarebbero state salve!

MANINA CON ACINOOrmai alle corde, ma con la chiara percezione della vittoria, fece una mezza concessione e quell’ “almeno un acino” diventò immediatamente “uno solo!”.

Tutti si ritennero soddisfatti dal cedimento: la zia, che aveva potuto dare il viatico alla nipotina; i familiari, che avevano anche evitato di perdere il treno, e lei, Anna, con il suo unico acino e con la risorsa delle sole armi a sua disposizione.

Dal momento in cui accettò l’acino, Anna o si mostrò inspiegabilmente muta o parlò in modo inspiegabilmente strano. La maggior parte delle risposte che concedeva erano comunicate a cenni o con poche parole, pronunciate in modo inusuale. Adoperò di preferenza il linguaggio gestuale … fino a quando …

Rifecero a ritroso il percorso fra la casa dei parenti e la stazione ferroviaria. Lungo la strada nessuna parola. Sul treno le venne chiesto se fosse stanca o se avesse sonno: le sue spallucce si alzarono, accompagnate dal movimento della testa che reclinava a destra, mentre contemporaneamente le sopracciglia si inarcavano e la mimica di tutto il viso diceva “un po’!”.

Avevano già preso posto nel compartimento e il treno si era mosso. Gli adulti parlavano OLEANDRO ROSA E BIANCOe commentavano: lei ascoltava e guardava case, alberi, prati e fiori che le correvano incontro, sparendo all’ingresso in galleria e ricomparendo nuovamente, quando il treno tornava all’aperto. Alla sua sinistra le dolci colline ricoperte di verde e fiori variopinti, a destra la lunga e profonda striscia azzurra del mare al di là della fertile campagna o dietro qualche gruppo di case, in prossimità dei paesi. Il tutto avvolto dalla morbidezza e dal calore di un bel tramonto ancora estivo.

Si era ormai quasi alla fine di quel tragitto, la cui durata complessiva superava di poco lo spazio di un’ora. Il lungo silenzio cominciava a diventarle pesante. Anna aveva tante cose da chiedere e da dire, senza dimenticare che spesso le veniva posta qualche domanda a cui puntualmente rispondeva con cenni del capo o con qualche parola male articolata.

 La sua resistenza, però, si mantenne salda e tenace, fino a quando decise che era giunto il momento di svelare l’arcano.

Era stata proprio brava; ne era convinta e si congratulava con se stessa. Nessuno aveva sospettato niente.

Adesso, però, assieme alla soddisfazione per la bravura, si insinuava nel suo cuoricino, che sentiva palpitare forte, un po’ di disagio; non sapeva, infatti, quali sarebbero state le reazioni degli adulti di fronte alla verità.

“Ma” – ripeteva nella sua mente – “alla fine, non volevo più niente e l’uva, poi, assolutamente no! Sono stata costretta a dire di sì!

La scena era sempre viva dentro la sua testolina e gli attori continuavano a muoversi e a parlare nel loro mondo, senza curarsi del suo.

Il “cosa diranno” la rese esitante qualche minuto ancora …, ma presto si fece coraggio e, dopo aver guardato i genitori e lo zio, si rivolse istintivamente alla cara,  paziente e rassicurante figura della nonna …

“Tieni, nonna,” – le disse farfugliando, ma facendosi capire, … e la sua manina sicura, da sotto la lingua, estrasse, ancora intatto, l’acino d’uva.

Il silenzio profondo degli attimi seguenti espresse lo stupore generale.

Ad esso seguirono le più svariate manifestazioni sonore d’incredulità e di tardiva preoccupazione per quello che sarebbe potuto succedere in seguito ad un colpo di tosse, ad un movimento brusco o ad una fermata improvvisa del treno.

Non si contarono le espressioni del tipo: “E tu hai tenuto tutto questo tempo l’acino sotto la lingua?!” “Cose dell’altro mondo!” “ E se ti fosse andato di traverso?!” “Per questo quando parlavi, non si capiva bene cosa  dicevi!”. Ma l’esclamazione più bella di tutte, istintiva e soprattutto poco ponderata, fu:

“Potevi dire che non lo volevi! ….”

I commenti naturalmente durarono molto a lungo, vista la portata del fatto. Non solo si prolungarono per giorni e giorni, ma si allargarono a dismisura, perché parenti e amici ne furono informati. Anna passò per un fenomeno e il ricordo di quella bravata rimase per sempre.

Quando si voleva sottolineare la sua  fermezza nelle decisioni ritenute giuste e necessarie, si diceva:

“Già, tu sei quella dell’acino d’uva!”. ACINO

 

                                                                                                     

 

                                                      © Antonina Orlando 17 Maggio 2015

 

 

TESTIMONIANZE E RICORDI

Nella ricorrenza del centenario della partecipazione dell'Italia alla Prima Guerra Mondiale, sarebbe cosa interessante e bella ricordare che anche molti Siciliani furono chiamati a difendere e ad allargare i confini del Regno d'Italia, nato da pochi decenni.

Molti partirono per il fronte convinti dell'ideale della Patria e spinti dal senso del dovere; altri senza la piena coscienza delle motivazioni di quel conflitto.

Tutti, destinati ad enormi sofferenze e spesso alla morte, andarono verso terre e climi che non conoscevano, agli ordini e in compagnia di uomini con cui, per lo più, non avevano ancora in comune nemmeno la lingua.

Non sempre e non da tutti il loro sacrificio viene riconosciuto. Per questo ho pensato di raccogliere le testimonianze di quanti ancora ricordano qualche racconto di nonni.

Chi volesse aderire a questa iniziativa o ricevere informazioni può scrivere su facebook (antonina.orlando.315@facebook.com ) o più sotto, nello spazio riservato ai commenti.

Spero, comunque, in una condivisione. GRAZIE.

© Antonina Orlando 06 Maggio 2015

MACCHERONI DI CASA … MASCHERE … CARNEVALE A VENEZIA

stelle e coriandoliColoratissimi e allegri clowns, assieme a tanti altri personaggi amati dai bambini, rallegravano le vetrine ricche di coriandoli e stelle filanti, calamitando occhi affascinati.

Qualche mamma si affrettava a finire il lavoro prima dell’ultima domenica di carnevale. Nell’originalità della creazione trasferiva emozioni, colori, sfumature e immagini del suo spirito. I soggetti scelti, sia nuovi che tradizionali, attraversavano le maglie della sua immaginazione e della fantasia dei figli, prima di essere realizzati.

Anche Anna ogni anno curava personalmente la realizzazione dei costumi per i figli, che ne andavano fieri, pur non essendo lei particolarmente brava.

L’Estate, la Primavera, il Signor Buonaventura, la Fatina dai capelli turchini, i maghetti, l’omino di neve, avevano tutti un tocco personale e originale e, soprattutto, non si trovavano in nessun negozio e su nessuna rivista.

Mentre cuciva, ripercorreva spesso all’indietro, gli anni trascorsi, quando, piena di entusiasmo, era lei a vestirsi in maschera.

Da una cassapanca di legno massiccio e antico, con il coperchio bombato, tirava fuori abiti che facevano rivivere un’epoca tanto tanto lontana. Un tempo in cui le donne andavano con i vestiti lunghi e i capelli pieni di boccoli raccolti sulla nuca e con le ciocche inanellate, pendenti sulle spalle. Si muovevano lente, con un fascino ormai inusuale, dentro le lunghe e larghe gonne fruscianti.

Solo questo riusciva ad immaginare la bimba, non potendo ancora sapere altro che le immagini suggerite da quelle sottane.

Assieme alle cugine frugava nello scrigno, tirandone fuori camicie da notte, gonne, busti e corpetti. corpettoSangalli, trine e nastrini facevano bella mostra di sé sul bianco delle tele di cotone o di lino, impreziosendo colli, polsini e corpetti con le delicate sfumature rosa o azzurro intorno ai poliedrici ajour dei merletti.

Ognuna delle bambine sceglieva un capo che potesse adattarsi alla sua figura e ai suoi gusti, e che con un po’ di fantasia si potesse trasformare. Capelli acconciati opportunamente (Anna li aveva lunghi e ne otteneva chignons e code invidiabili), un po’ di trucco con i rossetti delle mamme, un velo di cipria, una manciata di coriandoli ed ecco la trasformazione.

Andavano, poi, in giro per le case di parenti e conoscenti, felici di non essere mai riconosciute.

Il riconoscimento arrivava (o meglio doveva arrivare) dopo un breve pseudo-interrogatorio. La gioia era tanto maggiore quanto le mascherine credevano di non essere state scoperte ed era ancora più intensa per chi era convinta di essere riuscita a mantenere l’anonimato più a lungo delle altre.

Oltre a questo modo di “vestirsi da carnevale”, ve ne erano altri mille e tutti prevedevano un tocco di creazione individuale.

Anna amava vestirsi da contadinella con una gonna di cotone, arricciata in vita, vaporosa e intessuta di tantissimi fiori colorati e moltissime rose rosse sul bianco dello sfondo; le corolle erano sostenute dal calice verde, in cui si allargava lo stelo anch’esso verde. Molte delle foglie erano naturalmente attaccate allo stelo, altre invece, vagavano intorno fra un fiore e l’altro. Il giro vita della gonna tratteneva garbatamente una morbida camicia bianchissima, le cui maniche venivano fuori da un gilè di velluto liscio nerissimo; da qui fuoriusciva anche il colletto della stessa camicia assieme alla prima abbottonatura slacciata. Sui capelli era posato un cerchietto verde cui erano state assicurate cinque roselline rosse. Il cerchietto con le sue rose rosse era stato realizzato dalla stessa Anna con l’aiuto di una zia che aveva il compito gradito di aiutare le bimbe a realizzare o completare con gli accessori idonei il proprio vestitino. Tutte si esercitavano a costruire cerchietti con fil di ferro ricoperto da carta crespa verde e roselline rosse, ottenute ritagliando la carta crespa e allargandola opportunamente in modo da formare dei petali. Questi ultimi alla fine sarebbero stati riuniti in boccioli per il cerchietto.

Dalle loro mani usciva un’infinita varietà di cappellini, mascherine e bacchette magiche, mentre trombette, ritagli di giornali, carta colorata, coriandoli e stelle filanti inondavano il pavimento delle stanze lasciate a disposizione per i “lavori”. L’aria risuonava di risate, scherzi, qualche espressione di disappunto di chi si offendeva e dal ritornello “Carnevale ogni scherzo vale; chi si offende è un … ma…iàle! Ah … ah … ah!”.

All’ora del pranzo, quando dalla cucina arrivava l’invito a lavarsi le mani e a sedersi a tavola, si lasciava tutto, ci si preparava e ci si sedeva ai propri posti: gli adulti attorno al tavolo grande, i bambini attorno a quello più piccolo.

Il profumo del sugo di maiale si spargeva intorno, mentre venivano conditi i “maccheroni di casa”, preparati il giorno precedente con il contributo di tutti.

La mamma impastava, poi si formavano le “corde”, da cui le bambine più piccole ricavavano dei bastoncini; le bambine più grandi li lavoravano con il ferro, ottenendone i maccheroni col buco. Gli uomini stendevano la pasta ad asciugare. Alla fine si faceva il maccherone grosso. Chi se lo fosse ritrovato nel piatto, avrebbe suscitato le risate generali e sarebbe stato apostrofato come il Carnevale dell’anno.

Maccheroni, carne di maiale e patatine fritte, insalata e salsiccia caratterizzavano il pranzo di quel giorno. Come dessert frutta e i dolci con le inevitabili frittelle farcite di ricotta o cioccolato, pignolata e cannoli. Discorsi, scherzi e risate coronavano e arricchivano la mensa.

beppe nappa 2Anche nel piccolo paese di Anna le tradizioni avevano le loro radici nella notte dei tempi e, pur alquanto rivisitate, si mantengono ancora oggi fra le nuove generazioni. Gli anziani continuano a raccontare la storia della maschera locale, Beppe Nappa, e delle loro tradizioni; la scuola attraverso i bambini che riportano i racconti dei nonni, raccoglie le loro testimonianze, e le maestre, come la maestra Angelina, li aiutano a fissare le storie in vari documenti.

Ormai stava completando l’ultimo costumino, quando il pensiero della giovane donna andò ad altri carnevali, più o meno ricchi e famosi, di altre città.

Le sue esperienze le confermavano che in tutto il mondo in fondo al cuore degli uomini abita sempre un istintivo senso di bontà e di altruismo, anche se spesso soffocato e neutralizzato dai casi della vita, dal senso del pudore, da forme di rispetto esagerato, dalla paura di mostrarsi deboli, da equivoci, da interpretazioni soggettive di espressioni comunicate da altri in forme pur esse soggettive, da superficialità e disattenzione, da gelosia e invidia, e, ancora peggio, da cieche ideologie e da molte altre cause che possano scaturire dalle infinite pieghe dell’animo umano. Tuttavia, buone disposizioni e generosità molte volte riescono a riemergere in comportamenti spontanei,  lucidi e concreti, silenziosi e schivi.

Un pomeriggio di qualche anno prima, per esempio, Anna cercava di spingere il passeggino del suo bimbo in mezzo a una folla immensa, colorata e festante. Non era sola, ma nessuno fra quanti l’accompagnavano riusciva a trovare una calle, dove poter camminare più comodamente.

PUPI VENEZIA artisticaIl raduno di gente a Venezia in un’occasione come quella di carnevale, è cosa risaputa, ma quella volta non erano previste le enormi dimensioni del fenomeno. Lo spettacolo su dai ponti era straordinario e sapeva di surreale. Una marea umana riempiva calli, ponti, campi e campielli. Fra una maschera e l’altra non c’era spazio. Nessuno sarebbe potuto cadere, nemmeno per un eventuale malore; molti, infatti, l’avrebbero sorretto involontariamente con la prossimità del proprio corpo. Onde caleidoscopiche oscillavano lentamente, senza sosta, mentre un mormorio indistinto si librava nel cielo, spargendosi in ogni dove. Non si andava dove si voleva, si andava dove la massa spingeva … e, immerso in quella folla, così inaspettatamente enorme, il povero passeggino pensava di potersi fare strada! Non solo, pensava addirittura di poter andare su e giù per ponti e ponticelli, verso la sua meta!

“Bisogna esser mati!” – urlava chi vedeva a rischio l’incolumità del bimbo – “chi podeva saver …!” controbatteva qualcuno dei compagni d’avventura di Anna, che intanto cercava una soluzione.

All’improvviso, senza saper come, il percorso fu libero e si trovò tranquilla e sicura al riparo di un muro di contenimento: erano giovani dal corpo robusto che, pronti e generosi, avevano arginato la folla, mentre, con le forti braccia piegate ad arco, poggiando le mani al muro lungo il quale correva la parte terminale del ponte, formavano una galleria. Anna passò in fretta, ma quando si girò per un nuovo segno di gratitudine, non vide più nessuno. Così come in silenzio e decisi erano arrivati, allo stesso modo, senza farsi notare, i giovani sparvero tra la gente, senza che nessuno sapesse chi fossero.

BATMAN ESTATE CLOWN artisticaOrmai il lavoro era completato e i vestitini furono pronti in tempo. Erano davvero belli: Estate, Batman e il piccolo clown.

© Antonina Orlando 16 Febbraio 2015

 

 

 

 

 

 

 

 

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ANGELINA progetto 1

     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                  

 

GIORNI DI NATALE

  

GIORNI DI NATALE senza didasalia     

 

 

 

 

Già da qualche settimana si percepiva sempre più intensa l’atmosfera incantata del Natale, ma in quella mattina fredda e luminosa dell’otto Dicembre, ricorrenza dell’Immacolata, aleggiava intorno un particolare senso di pacatezza.        

“Oggi anche giù nell’inferno c’è pace!” – diceva la nonna ad Anna, che aveva da poco litigato con una cuginetta e che, come lei, non era per niente serena.

Entrambe, infatti, si erano lasciate con la netta sensazione della colpevolezza dell’altra e con il deciso proposito di riscattare la propria dignità.

Anna piagnucolava e l’anziana donna, che non era solo la confidente dei tanti nipoti, ma sapeva calmare i loro animi, li sapeva condurre alla riflessione, alla riappacificazione e alle scuse, se necessarie, anche quel giorno con Anna seppe trovare la soluzione giusta.

   La festa dell’Immacolata era la prima delle ricorrenze natalizie festeggiate solennemente in famiglia.

PALLINE ROSSEAlla S. Messa del mattino, seguivano il pranzo e la cena con tutti i parenti. Dopo cena erano d’obbligo i giochi: sette e mezzo, il mercante in fiera e l’immancabile tombola, di gran lunga la preferita.

A tombola si giocava lentamente, assaporando l’attesa dell’estrazione successiva, sospesi tra speranza e preoccupazione, a seconda che si guardasse la propria o l’altrui cartella. Il silenzio profondo era interrotto dalla voce stentorea di chi estraeva il numero, magari con qualche allegro e vecchio commento, e dai mal trattenuti gridolini infantili, ricchi di attesa e di timore.

      In quasi tutte le serate natalizie i parenti si incontravano per giocare insieme e spesso a loro si univano amici.

Anna adorava quelle serate.

 Era davvero uno spettacolo bellissimo: un tavolo enorme, attorno al quale sedevano i parenti e gli amici più cari, riservando agli anziani il posto d’onore; tutti insieme per divertirsi, giocando rilassati. Lo sfavillio degli addobbi, sparsi in tutta la stanza, impreziosiva la scena; la sacralità, invece, era materialmente simboleggiata dal Presepe.       

In casa di Anna, come in molte altre case, il Presepe si allestiva il pomeriggio del sette Dicembre. I bambini vi partecipavano attivamente, secondo l’età, sotto la guida di un  adulto, deputato anche a gestire il loro andirivieni frenetico e desideroso di “dare aiuto”.

L’attesa era spasmodica. I bambini, specie i più piccoli, non finivano di chiedere:

“Quando facciamo il Presepe?”

“Quando cominciamo?”

            MIRTILLOFinalmente ecco… la grande scatola con tutto il necessario arrivava e veniva  poggiata sul tavolo in sala. Una volta aperta, il caratteristico odore di chiuso, della cartapesta e della cera delle candeline si spargeva tutt’intorno; ad esso si contrapponeva il profumo del muschio appena raccolto, dei rami di mirto e dei fiori freschi che avrebbero preso posto vicino alla grotta.

Seduta accanto alla nonna durante la prima fase dell’allestimento, mentre la scena lentamente cominciava a comporsi, Anna osservava e, dal posto, univa le sue proposte a quelle degli altri:

le montagne di pietra scura, tappezzate qua e là di muschio, si formavano sullo sfondo, nell’angolo a sinistra, sopra il praticello verde; fra le montagne o in piano, comparivano laghetti e ruscelli d’argento, circondati da pecorelle, cani e pastori; da un’altra parte piccoli ponti di legno colorato, appena costruiti, scavalcavano corsi d’acqua, per permettere ai viandanti di raggiungere la riva opposta.

Poi anche lei si alzava per concretizzare meglio il suo contributo.

Amava spargere pietruzze bianche lungo i sentieri, e sistemare anatre e oche sulla superficie dei laghetti.

Le palme erano già in mezzo al deserto, là dove polle d’acqua formavano piccole oasi; le casette si abbarbicavano sulle alture; attorno e dentro di esse trovavano posto le varie figure dei pastorelli.1

Non importava che ambienti e personaggi rispettassero schemi cronologici o storico – geografici precisi; quello che contava era rappresentare la terra e la gente di ogni tempo e di ogni luogo nell’attesa dell’amore, della giustizia … della salvezza.

    E invero il presepe è l’istantanea in cui convivono epoche, regioni, paesaggi e climi diversi. Esso rappresenta tutta l’umanità con le sue aspirazioni. Sin dal tredicesimo secolo2, pur in fogge diverse, tutte le classi sociali, dai re agli artigiani, dai pastori ai contadini e ai pescivendoli, vi sono state rappresentate. Presepi popolari e Presepi artistici, viventi o iconografici, si sono susseguiti per secoli fino ai nostri giorni. 

In legno o terracotta, sughero o marmo, lava o corallo; semplici o con innovazioni tecnologiche per far funzionare fontane, mulini e cascate, spesso sono diventati capolavori, custoditi in Chiese e musei3, simbolo di credo religioso o documenti dei costumi degli uomini.

   Anna, concentrata nella  sua occupazione, proseguiva il lavoro con entusiasmo crescente e ascoltava la voce dello zio:PRESEPE

“Guarda, Anna, qui sistemiamo l’arido deserto con cammelli e dromedari; da questa parte prati, fiumi e ruscelli; più in fondo montagne piene di neve.

Gesù nasce nel caldo dei cuori ricchi di speranza, ma anche nel freddo e nella neve di chi purtroppo l’ha perduta”. 

   Sulle palme verdi Anna andava posando ovatta bianca, per simulare fiocchi di neve, e imbiancava le rive dei corsi d’acqua, spargendo farina. Sul verde del muschio faceva brillare la brina con polverina argentata, mentre in casa, sull' aia o nel cortile, si lavorava alacremente.

        “Il venticinque Dicembre, nel giorno di Natale, adageremo il piccolo Gesù nella mangiatoia – il bue e l’asinello sono già lì, pronti a scaldarlo – e poseremo sulla capanna la stella cometa, perché, dopo aver guidato il cammino dei pellegrini, essa, alla fine, indicherà loro la meta raggiunta.”

«Nonna, guarda, questa signora porta la biancheria nella cesta!»

«La porta al fiume per lavarla: regalerà panni puliti al povero bambinello!»

«Nonna, c’è il pescatore!»

« Venderà i suoi pesci, ma ne regalerà anche alla povera Maria, che è senza cibo!»

« E il pastore?”

“Porterà l’agnellino alla stalla!»

«E questi re a cavallo?»

«Sono i Re Magi che recano in dono oro, incenso e mirra».

 Molti rami verdi ombreggiavano la piccola capanna e le luci erano pronte dentro le case e lungo le strade.

     STELLE NATALE - CANDELAIl lavoro era ormai finito. Il perimetro della scena era contornato da mille candeline colorate, che sarebbero state accese durante la Novena, quando lo zampognaro sarebbe venuto a suonare in casa. Tutti i cuginetti allora sarebbero corsi ad ascoltarlo, seguendolo poi su e giù per le scale, per riascoltarlo ancora presso i vicini.

Nelle estati che precedevano le festività natalizie, alla fiera del paese, Anna chiedeva regolarmente in regalo ai suoi genitori una piccola "ciaramella" giocattolo, con tanto di canne e palloncino.

Tutte le volte che lo zampognaro concludeva la sua novena, lei lo pregava di suonare anche con la sua piccola zampogna.

Che bel suono ne traeva! Molto meglio di quanto non riuscisse a lei!

Ma si sa: lui era uno zampognaro… lei no!

      Le abitudini della vigilia e del giorno di Natale tenevano conto di prescrizioni religiose e tradizioni popolari. Presto anche Anna imparò a gustare la semplicità dei pasti privi di carne e la bontà della cena della Vigilia: fili sottili di pasta conditi con sugo a base di acciuga e spolverati con mollichina tostata; frittura calda di cavolfiore, finocchi e carciofi con e senza pastella; tocchetti di baccalà e anguilla anch’essi fritti e gustati caldissimi. E poi frutta secca, arance dal gusto vaniglia, delizia dei bambini, arance amare, mandarini e profumatissimo melone latino.

La sera stessa, sul tardi, la bimba seguiva gli adulti in Chiesa, per la S. Messa, quella della notte di Natale.

L’indomani non sarebbe mancato il brodo, che sin dai tempi antichi si usava preparare per le puerpere, come Maria, per riceverne forza e nutrimento. Lo si serviva sia come primo piatto con  pastina piccolissima, che per secondo con dentro pallottoline di carne, completamente ricoperte dal “Truscello”6, a base di uova, ricotta e parmigiano. A seguire i cesti della frutta fresca, avvolti dal profumo di arance dal gusto vaniglia e da quello delle arance amare; mentre, in quelli della frutta secca, noci, mandorle, nocciole e arachidi avrebbero invitato i commensali a gustarle da sole o assieme a datteri e fichi secchi dolcissimi, preparati in casa nei mesi precedenti. Non sarebbero certo mancate le formine di marmellata di cotogne, fatta in casa e lasciata asciugare al sole, come pure la mostarda dolce, preparata al tempo della vendemmia e asciugata anch’essa dai raggi ancora caldi del sole autunnale.

Per concludere il dolce mai assente, il “riso nero”7, accompagnato da altri dolci tipici.           

   Dunque, in quelle ore la tradizione regnava naturalmente sovrana, interpretando e rielaborando scene e vicende della venuta al mondo di Gesù, il bambinello sceso in terra, per difendere i valori più alti dell’Umanità.

Nessun bambino di quella grande casa avrebbe mai dimenticato le sensazioni e gli insegnamenti di quei giorni; avrebbe sempre desiderato, invece, condividerli con altri nella sua vita futura.

 

 

© Antonina Orlando, 20 – 12 – 2014

 

 

 

 

 

1In Sicilia tutte le figure del presepe, tranne la Madonna, San Giuseppe e Gesù, sono convenzionalmente chiamate pastori o pastureddi. torna su

2 Si fa riferimento alla prima rappresentazione vivente della Natività, realizzata a Greccio da San Francesco nel 1223. torna su

3L. Zeppegno, Presepi italiani, artistici e popolari. Interlinea Edizioni Novara. torna su

6Nome della crema che va cucinata nel brodo, dopo averla versata sulle pallottoline di carne. torna su

7Riso cucinato con cioccolato e altri ingredienti, in grado di dargli un colore scuro e un gusto caratteristico. torna su

 

 

GIORNI DI NATALE

 

 

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FIORI, GIOCHI, STRANE VERITA’

DAL PASSATO AL FUTURO Racconto n.2

 

Una cascata profumata di eleganti grappoli fioriti, di foglie e di verdi tralci  rendeva fresca e piacevole parte dell’assolato cortile di una grande villa . Sul delicato violazzurro  del maestoso glicine spiccavano qua e là le macchie rosa antico dei grossi fiori di un geranio rampicante, adagiati sul verde intenso delle loro foglie carnose e pendenti dalle fioriere sovrastanti.

GLICINE CON GERANIO

 

        Lì, nell’immobile silenzio del caldo pomeriggio estivo, si rincorrevano voci argentine, risuonando ora allegre ora concitate: erano bimbi che, insieme, a squadre o a gruppetti, si sfidavano nella corsa, si nascondevano, facevano correre o rimbalzare  la palla, gareggiavano con le biciclette.                                                 

palma 1

Lo spazio a loro disposizione era tanto, anche se, da un lato del cortile, accanto al muro dei magazzini, si trovava una bella palma alta, più in là un gelso e, sul lato opposto, di fronte alla palma, un pozzo, chiuso da un pesante coperchio, faceva da base a piante di ogni tipo, tutte fiorite.

Pozzo fiorito

In posizione centrale si trovava un’aiuola con una stupenda rosa bianca. I piccoli se ne servivano in vario modo: poteva avere la funzione di rotonda, poteva fungere da punto di partenza o da  traguardo per le corse in bici o a piedi. Il suo bordo rialzato diventava di tanto in tanto divanetto per le bambine che imitavano le signore in salotto, o panchina per le signorine che si raccontavano, con piccoli sorrisi, le prime attenzioni dei giovanotti.

Persino i gradini di marmo della scala accanto al pozzo servivano per divertirsi:

seduti fianco a fianco al momento della partenza, i bambini si lasciavano scivolare giù velocemente e, di gradino in gradino, arrivavano  ai piedi della scala stessa.

Vinceva chi arrivava per primo. 

Gareggiavano anche nel salto … bisognava saltare quanti più gradini possibile.

Il più “bravo”, o “coraggioso” o “incosciente” che dir si voglia, riusciva a saltare dal primo pianerottolo,

 … e non erano solo i maschietti a sfidare la legge di gravità!      

bimbo e bimba con scala                                                                                                                 

La fantasia infantile era infinita …

chi saliva al secondo pianerottolo poteva aspettare che passasse giù in strada il fruttivendolo o il carrettino del pesce o …

BIMBA IN ALTALENAIn ognuno dei due pianerottoli, da una ringhiera all’altra, legavano molte volte una corda robusta, per crearsi una piccola altalena (altre più alte ve ne erano altrove).   

Quella scala, nelle cui ringhiere in ferro battuto si intrecciavano i ricchi rami del glicine, dopo il primo pianerottolo girava a destra ad angolo retto e, senza più cambiare direzione, interrotta solo da un secondo pianerottolo, raggiungeva il primo piano attraverso un cancelletto.

 Si arrivava così al terrazzino del piano superiore, ombreggiato dalla pergola che il grande albero vi aveva costruito; anche l’attigua terrazza più grande aveva ricevuto la visita del rampicante. Esso si era avvinghiato alla ringhiera, che la delimitava da un lato e che ne permetteva l’affaccio sul cortile sottostante.

La pianta, inoltre, aggrappandosi ai muri che dal terrazzino raggiungevano il terrazzo superiore, si allargava anche lì, per ridiscendere al primo piano, rivestendo la parete di un’antica scala a chiocciola.

Quest’ultima, pure in ferro battuto, metteva in comunicazione le due terrazze grandi.

 

        bimbo su scala chiocciolaIl corrimano della scala a chiocciola serviva spesso da scivolo nei giochi dei bambini, che sentivano crescere la loro gioia in misura direttamente proporzionale all’aumentare delle manifestazioni d’ansia degli adulti.

“Attenti!!!” si udiva su per la scala.

“Uahhhhhh!!!!!” era la risposta che, partendo a squarciagola dall’alto, accompagnava la spericolata discesa. 

                                                         

        Quanti piacevoli quadretti sgorgati da quelle menti inesauribili si potrebbero elencare!!! Quanti girotondi, quante grandi battaglie con i piccoli fucili delle fiere in quegli eterni e incantati pomeriggi, in cui i confini del tempo si dilatavano all’infinito!!!

 

        Ogni tanto qualche litigio, qualche pianto, qualche graffio, … a volte qualche ferita più grave …, ma poi tutto passava e ritornava l’atmosfera magica che nessuno di loro avrebbe mai più dimenticato e che li avrebbe uniti per sempre in qualsiasi luogo si fossero trovati!

IBISCUS

        In quel mondo incantato viveva Anna, una bambina di pochi anni, che abitava al primo piano della villa.

 

bambina azzurra con treccineCon le sue treccine svolazzanti, allegra e spensierata, aveva corso e giocato anche lei in quel caldo pomeriggio estivo assieme ai cugini, dopo aver trascorso la mattinata al mare, ora nell’ acqua, ora sulla sabbia a scavare gallerie e a costruire castelli.

 

 

BAMBINI INSIEME

 

Ormai, però, era giunto per tutti il momento del rientro.

 

       Nessuno di quei bambini avrebbe mai ammesso di essere stanco, ma gli adulti avevano detto che lo erano …: dunque, dovevano rimettersi in ordine e, dopo la merenda, trovare un’occupazione più tranquilla.

BARCHETTA CARTA“Si potevano indovinare i personaggi che a turno ciascuno di loro era in grado di mimare; CAPPELLINO CARTAsi poteva disegnare, si poteva giocare con i legnetti o costruire cappellini, barchette e VENTAGLIO CARTAventagli di carta; si poteva … quanti giochi erano a disposizione, da quelli vecchi a quelli nuovi, tutti da inventare!”. 

E, in verità, sovente si faceva a gara nel proporre giochi nuovi: lo spunto veniva da tutto e da tutti …

“Facciamo finta che tu sei … e che io sono … ?”

e ogni oggetto disponibile diventava qualcos’altro.

 

       LITE BIMBI Attimi di tensione potevano nascere se qualcuno “rubava” un’idea o un ruolo assegnato ad un altro; alla fine, comunque, in modo più o meno tranquillo, indolore e autonomo, cessavano le ostilità, come sempre, e lasciavano il posto al chiarimento, al “bacetto della pace”, ad un accordo.

“Dai, … adesso facciamo pace!” – diceva l’uno all’altro.

Seguiva un secco “No!” iniziale … ma, presto, arrivava la capitolazione, dietro la promessa di un comportamento più ortodosso.

“Promettimi, però, che non mi ruberai più la mia parte!”

… “Va beene!” 

 “ … e neanche le mie idee!”.

“Te lo prometto” …

“ Giuralo! …” 

“Lo giuro!” 

“Allora, facciamo pace”.  

                                                                                        

BACETTO PACEE con l’animo sollevato si poteva ricominciare a giocare tutti assieme.

 

 

NONNA CON ANNA

 

        Anna giocava volentieri con tutti e, se restava da sola, aveva sempre le bambole, le costruzioni e i pastelli; oppure la tartarughina in terrazza, i gattini e i cagnolini per casa.

        Quando si stancava, si sedeva vicino alla sua nonna e le chiedeva di raccontare …

“Nonna, mi racconti della scala che saliva e scendeva, della porta che si apriva e chiudeva …?”  “Nonna, mi racconti del re, bafè, biscotto e manè?” “Mi racconti di quando i siciliani scoprivano i francesi travestiti, facendogli pronunciare la parola ceci?” e … “la fata Morgana …?” e …

L’anziana donna raccontava allora di buon grado, con tanta pazienza e dolcezza.

 

 

TRICICLO

 

        Le stanze dell’appartamento del piano di sopra erano molto grandi e luminosissime.

Una sfociava nell’altra e da questa, attraverso due o tre porte su pareti diverse, si poteva accedere ad altre camere ancora.  

A volte vi era anche una porta-finestra, per  uscire sul balcone.

Gli ambienti sembravano diramarsi in ogni direzione , per allontanarsi uno dall’altro e per reincontrarsi di continuo.

Anna giocava tantissimo passando da una camera all’altra, specie d’inverno, quando, nelle giornate peggiori, le era permesso di aprire tutte le porte e attraversarle con il suo triciclo o con la sua prima biciclettina a due ruote.

        Immersa in quelle grandi stanze,la bimba cominciava a conoscerne ogni angolo.

Osservava molto il mondo che le stava intorno ed era molto curiosa.

Chiedendo e ascoltando veniva a conoscenza di realtà straordinariamente interessanti; seguendo i racconti, immaginava, costruiva legami, imparava abitudini e tradizioni.

Ben presto seppe che ognuna di esse aveva tante storie da raccontare.

Lei, guardando le pareti colorate e i soffitti abbelliti da rami e foglie, le ascoltava dalla voce di chi le parlava di altri nonni, zii, fratelli e cugini, vissuti in un’epoca imprecisata e di cui vedeva le immagini in vecchie foto.

“Quanto tempo fa dovevano essere vissuti!” –  pensava.

Li collocava in un remoto passato e, per quanto le era possibile, si spingeva indietro, indietro negli anni che non le appartenevano, senza essere in grado di comprendere che in realtà alcuni di loro erano andati via per sempre soltanto da poco tempo.

“Come può essere?”, si chiedeva, “Io non li ho mai visti!”

“Ad un bambino sembrano infinitamente lontani personaggi, avvenimenti e epoche anteriori alla sua nascita. Gli sembra, infatti, che appartengano al mondo delle fiabe, il cui racconto inizia con – c’era una volta” –  … qualcuno le spiegava ….

        La mamma, la nonna, il papà, gli zii discorrevano spesso di quelle persone straordinarie , quando parlavano tra di loro.

“Chi sono, dove si trovano?” – chiedeva.  

Le risposte ottenute lentamente le aprivano le porte di un castello misterioso e le rafforzavano quel significato del succedersi della vita che si andava delineando nella sua testolina.

 

                     CARAMELLA MONOCOLO         CARAMELLE 1    CARAMELLE 2   CARAMELLE 3     

 

        Sui mobili o dentro alcuni cassetti erano conservati con cura tanti ricordi.

Uno di essi, un giorno, colpì la sua fantasia e la sua curiosità…

Rovistando appunto dentro uno di quei cassetti, mentre intorno altri erano affaccendati nei normali lavori domestici, notò un piccolo vetro rotondo, inserito in un anello di metallo.

“Cos’è?” – chiese, prendendolo e guardandolo con fare interrogativo.

Quale non fu la sua meraviglia,quando sentì rispondersi che quel vetro rotondo si chiamava caramella!

Fino a quel momento l’unica caramella di cui aveva esperienza era colorata, dolce e si poteva mettere in bocca, masticarla o lasciarla sciogliere.

        Più grande avrebbe conosciuto molte altre parole, che potevano essere adoperate con significati diversi.Le avrebbero raccomandato perciò di usarle e di interpretarle con attenzione, tenendone presente referente e contesto.

 

        Gli adulti si muovevano con destrezza  fra mille attività ed erano tenuti in gran conto. Perciò Anna voleva provare a fare come loro, cimentandosi nei loro lavori e cercando di dimostrare che ne era capace.

        Appena vedeva le donne che cucinavano, per esempio, prendeva la sua sediolina, l’accostava alla cucina, salendovi sopra, e, con il loro aiuto, mescolava facendo girare il cucchiaio di legno dentro la grossa pentola, per non fare “attaccare” il cibo.                                                     ANNA E NONNA IN CUCINA

 

“Devo stare molto attenta” ripeteva tra sé.

Le avevano spiegato, infatti, due cose importanti:

primo, era facile scottarsi e farsi molto male (si ricordava bene che una volta le bollicine del puré di lenticchie le erano “scoppiate” sulla manina … che dolore!!!); secondo, se non mescolava bene, il cibo si “attaccava” al fondo della pentola, si abbrustoliva e tutto avrebbe assorbito un aspro gusto di fumo …

“Ma perché succede questo?!”.

Osservò bene allora la fiamma sotto non dentro la pentola e ne dovette chiedere la spiegazione.

Lungo il cammino di quei primi anni di vita, quante altre verità la meravigliarono!!!

 

        GRANITA LIMONE.jpg 2Un mattino d’estate, vicina ormai ai cinque anni, essendo già grande abbastanza, scese con la mamma e la nonna a comprare la granita.    

        Dovete sapere che in estate molte famiglie di quel piccolo paesino siciliano, in cui viveva la protagonista del nostro racconto, avevano l’abitudine di far colazione con la granita, ma, non avendo ancora il frigo, dovevano comprarla.

Pochi anni dopo, con l’arrivo del nuovo elettrodomestico, avrebbero potuto farla in casa e Anna avrebbe imparato a prepararsene una, buona e sostanziosa, con latte e caffè. 

        Quel mattino, dunque, appena Anna sentì avvicinarsi il carrettino e la voce che sempre più chiaramente annunciava: “Granite! Limone! Caffè! Fragola!”, prese il suo bicchiere di vetro e giù per la scala principale che scendeva fino in strada.

Se lo fece riempire con granita di limone … ne sentì la frescura, appena riavutolo in mano.

Felice, pian piano ritornò a salire con l’acquolina in bocca.

Ma …, dopo pochi gradini, il refrigerio provato qualche istante prima si andò trasformando in sofferenza.

“Ahi, ahi!”.

Si sentì “bruciare” le manine e fece fatica a reggere il bicchiere.

“Mamma, mamma, brucia!”, esclamò a voce alta.

“Ma no, che non brucia!”, fu la risposta.

“Sì, sì! Brucia, bruciaaa!!!”.

Il bicchiere stava per cadere … fece appena in tempo a metterlo nelle mani della nonna, che intanto le si era avvicinata, quando arrivò improvvisa e incomprensibile la spiegazione:

“Tu senti bruciare, perché il bicchiere è freddo!”

“…. !!!! …. ????? …. !!!!! ….” 

Anna non capì: le manine erano doloranti … la testa confusa!!

“Cosa vuol dire brucia, perché è freddo!?!?!?”.

 Associò immediatamente questa verità incomprensibile ad una precedente esperienza che l’aveva lasciata dubbiosa per qualche tempo.

       Era andata a comprare del pane dal panettiere vicino casa. Prima di uscire, le era stato raccomandato di prenderlo fresco.

“Mi dà, per favore, un chilo di pane fresco? –  si premurò a sottolineare Anna, mentre faceva l’ordinazione alla signora dietro il banco.

Ne ricevette un sacchetto di carta: era molto caldo.

Provò timidamente ad insistere che il pane doveva essere fresco.

Ma la risposta fu che andava bene così.

Uscì dalla bottega poco convinta e ritornò pensierosa sui suoi passi. Era molto insicura e preoccupata per le prevedibili reazioni che l’aspettavano.

                                      Mamma scala Anna pane                                                                                                   

Quando arrivò, la mamma l’attendeva in cima alla scala, e lei, piccolina, in basso:

“… gliel’ho detto di darmelo fresco, ma me l’ha dato caldo …!!!” – esclamò imbarazzata, cercando di scusarsi.

La reazione della mamma la colse di sorpresa …..

Un piccolo sorriso benevolo … e poi …

“ Il pane è caldo, perché è fresco!

“……. Ehhh?!?!?!?………”

       Aveva fatto appena in tempo a mettere al sicuro il bicchiere, grazie al previdente sopraggiungere della nonna, quando dovette concentrarsi su una nuova spiegazione:

“Se tocchi un corpo gelato, la sensazione che provi è simile  al bruciore … e possono esserci conseguenze spiacevoli!!”

       La mamma meritava rispetto e fiducia. Così accettò anche questa volta la sua spiegazione ….. ma sul momento non la capì molto bene!!

 

        Dopo aver preparato una buona cenetta, rimestando con cura e salvando il cibo dal fuoco che era sotto la pentola, la bimbetta corse da papà.

 

 

        Egli, un uomo ormai di mezza età, non era di molte parole e aveva un atteggiamento modesto e bonario, ma nello stesso tempo un’espressione dignitosa e severa. Attento e comprensivo nei confronti dei figli, faceva loro sentire, tuttavia, che non potevano permettersi troppe libertà, senza dover ricorrere per questo ad alzare troppo la voce o a infliggere punizioni di sorta.

Le risposte che forniva alle domande più complicate sapevano essere semplici, chiare e corrette nella loro essenzialità.

Aveva, infatti, una mente eclettica, che si occupava dei più diversi argomenti, rielaborandoli e comunicandoli, secondo l’età e la cultura dell’interlocutore.

Spesso mostrava di essere dotato di un sottile humour e di una grande capacità di osservazione. I suoi giudizi difficilmente erano errati.

Anna aveva capito che era capace di fare tante cose, oltre al suo lavoro, e quante cose sapeva! Aveva sempre una risposta per qualunque domanda.

Praticava parecchi hobbies:

non era ingegnere, ma progettava e disegnava come se lo fosse; non era un falegname, ma ne usava gli strumenti e costruiva oggetti, come se lo fosse; non era laureato in matematica, ma la conosceva benissimo; sapeva suonare e cantare e in molti si rivolgevano a lui per consiglio.

 

parole crociate

Spesso dedicava il suo tempo libero alle parole crociate.

Lei lo ammirava così concentrato e in grado di scrivere in tutti i quadratini

“Come riesce a rispondere a tutto?” –  si domandava.

        Imparò da lui gradualmente: prima ad annerire gli spazi segnati dai puntini del “cosa apparirà”, per ricavarne un disegno; poi, ad unire i numerini della “pista cifrata”, per scoprire la figura che vi si formava. Poi ancora a risolvere i rebus; quindi, a rispondere ai quesiti.

 

CARTE FRANCESI

        Quando non aveva voglia di disegnare né di unire i puntini, Anna chiedeva al papà di fare i giochi di prestigio o di giocare a “dama” o a carte.

Giocavano a lungo (o forse il tempo continuava a dilatarsi per lei?).

Le prime carte che Anna riuscì ad utilizzare furono quelle di dimensioni ridotte. Se non le aveva, doveva tenere quelle “normali” appoggiate sul tavolo e giocarle una ad una.

GIOCATORI A TAVOLOTutte le volte che “i grandi” si incontravano e “facevano una partitina”, li guardava, seguendo incuriosita il mistero di tante lunghe riflessioni, come pure la stranezza dei cenni che rimbalzavano da un giocatore a quello di fronte.

“Papà, posso giocare anch’io?” chiedeva la piccola Anna, “scalando” la sedia vuota vicino al tavolo dei giocatori.

“Vieni, siediti qua vicino”, rispondeva l’uomo dall’aspetto severo, ma disponibile e comprensivo, come i papà sanno essere.

La bimba si accomodava allora accanto al suo papà.

“Mi fai giocare con te? Come si gioca?”

“Giochiamo insieme” – rispondeva lui.

“Posso tirare io la carta?” – chiedeva lei, paga e felice – e, quando ne aveva ricevuto il permesso formale, prendeva dalle sue mani la carta che lui le indicava e la buttava orgogliosamente sul tavolo.

        I giochi più semplici si imparavano tra bambini.

Anche Anna imparò dai cugini più grandi.

Le regole e le tecniche più complicate, invece, le imparò dal papà, che, quando fu più grandetta, le insegnò a giocare anche con le carte francesi.

        La tecnica era sempre la stessa:

osservarlo, mentre giocava con gli altri; ascoltare poche e semplici spiegazioni; provare successivamente con lui a carte scoperte, per essere aiutata e consigliata “sul campo”; in ultimo tenere le carte in mano rivolte a se stessa e affrontarlo da vera avversaria.

“Ho vinto!!!” esclamava soddisfatta alla fine di quasi tutte le partite.

Infatti, le prime volte la vittoria arrivava frequentemente e con lei la sensazione di essere “brava”.

Poi, pian piano, vincere fu sempre più difficile:

“Hai vinto tu … !” – doveva ammettere sempre più spesso con rassegnazione .

Riconobbe allora che papà era veramente bravo e lei non era più una bambina piccola:

se qualche volta voleva riuscire ad avere la meglio, doveva utilizzare tutti i consigli e tutti gli insegnamenti ricevuti e doveva stare più attenta.

ANNA PENSACosì si disse:

“Adesso mi metterò veramente d’impegno, userò con attenzione tutti i consigli che lui mi ha dato e le tecniche che mi ha spiegato e gli farò vedere che sono capace di vincere, come i grandi … !!!”

 

© Antonina Orlando  Agosto 2014

CULURGIONES

 

foto culurgiones

E' un piatto tipico, originale e unico delle zone dell'Ogliastra e della Barbagia di Seui: culurgiones (o culurgionis, culurxionis, culingionis).
Si tratta di ravioli di forma oblunga a mezzaluna caratterizzati dalla chiusura a spighetta fatta a mano e ripieni di patate lesse, menta, aglio, pecorino fresco, formaggio casevita (detto anche viscidu), il quale è un formaggio sardo in salamoia (in mancanza di questo aumentare la dose di pecorino),olio.

 

Il mio racconto

HO RICAMATO IL SAPORE


Marianna distende con mani delicate e premurose la tela di bisso sul ripiano del tavolo. Passa e ripassa il palmo morbido per sentire la consistenza dell'ordito e della trama intrecciarsi sotto la lieve pressione. Chiude gli occhi, come fa di solito, quando compie questo gesto. Gesto che sa di attenzione e di cura. Gesto che nasce dalla sua sensibilità di giovane donna avvezza alla ricerca del bello.
Fra tutte le ragazze da marito del paese Marianna ha il corredo più ricco.
Corredo fine, corredo raffinato, frutto di un lavoro svolto dall'alba al tramonto per giorni e giorni con dedizione estrema.
Tovaglie, fazzoletti, teli da bagno, lenzuola, federe, centrini, sono nati sotto le mani delicate e forti di questa giovanetta che svolge questo compito come se fosse in suo possesso il gesto ultimo della creazione.
«Ha mani d'oro» dicono di lei le donne.
Marianna non se ne cura, adombra con un fare umile, gli elogi e i complimenti delle comari.
Per lei è pratica normale il ricamo, il macramè, l'uncinetto, il tombolo, il cucito; così come scegliere il tessuto migliore, cercare l'armonia dei colori, infilare spedita ma senza fretta il filo nella stoffa dandogli la giusta pressione e la corretta consistenza, formare nodini che s'intrecciano in delicati pizzi, avvitare frange, forgiare filè.
E così nel ricamo dalle sue mani e dal passare nella stoffa di delicati fili di colore pastello nascono fiori, pavoni, viticci e racemi che vanno a riempire in delicate campiture orli e risvolti, trine e balze.
«E non avete ancora visto il costume. Il corredo è nulla in confronto!» dice l'amica in un soffio lieve alle orecchie delle comari.
Marianna lo sa che nella grande cassapanca intarsiata di legno di castagno si cela il suo vero tesoro. Spesso quando è a casa da sola apre il pesante coperchio e s'incanta a guardare al suo interno.
Qualche volta, ma solo se è sicura di non poter essere disturbata, tira fuori tutto e lo posa sul letto; ed ecco che la bianca silente stanzetta si illumina di un fasto rilucente multicolore e chiassoso. Deve accostare gli scuri Marianna perchè i bassi raggi del sole pomeridiano fanno troppo baluginare l'oro dei ricami.
Non ha lesinato di aureo filo Marianna quando evidenziava i contorni dei racemi e i pistilli all'interno dei fiori della gonna. Tocchi di luce ha infuso nei petali rossi e blu della blusa. E che dire della verzura dorata a punto pieno che prende rilievo nel grande sciallo nero? Si contano le ore di laborioso lavoro in quel tripudio di punti a catenella, a bandera, erba, crociati.
Ore che non sono state tolte ad altre mansioni, o vani trastulli, perchè la vita di queste giovani donne è imperniata sulla costruzione di questi piccoli tasselli che andranno a costituire il mosaico della loro vita futura.
Nel chiuso delle loro stanze silenziose, o delle cucine rumorose, con la luce diretta che penetra dalla finestra, o con quella sghimbescia e tremolante della fiammella dei lumi, preparano frammenti della loro personale e autonoma vita domestica.
Verrà un giorno in cui fra parti recitate e frasi ad effetto ormai consuete anche Marianna esporrà in pubblico il suo corredo sul grande carro bardato a festa come i buoi che lo trascinano e sulle piatte canestre che le amiche porteranno in testa.
Il corredo prenderà la strada che dalla casa paterna conduce alla casa sponsale dove verrà riposto in un altro grande cassone intarsiato di legno di castagno che lo celerà insieme ad una nuova trovata intimità.
«Marianna vieni ad aiutarci a fare i culurgiones?» chiede la madre già circondata dal femmineo parentado.
Sono tutte intente a lavorare la pasta di semola e acqua; deve risultare un impasto morbido, ma tenace ed elastico. Le donne hanno risvoltato i bordi dei grandi fazzoletti sulla testa e rimboccato le maniche delle candide camicie. I polsi si piegano sotto l'impasto, qualcuna prende il matterello e comincia a stendere la pasta in una larga e sottile sfoglia circolare. Le giovinette sono addette al taglio con la tazza. Devono risultare cerchi perfetti e tutti uguali. Alcune di loro prendono l'impasto e lo collocano al centro. Si sprigiona nell'aria un incrocio di profumi diversi che sanno di patata bollita, strutto, formaggio fresco, aglio e menta. I sentori diversi si uniscono insieme e sanno di ripieno e di pienezza.
Marianna con il dito prende un po' dell'impasto, l'annusa e chiudendo gli occhi lo porta alla bocca.
«Marianna che fai?» le chiede guardinga l'amica.
Sorride la ragazza colta in fallo, ma non può proprio resistere alla bontà che si sprigiona da esso.
Che cose buone ha fatto il Signore, pensa.
E come siamo state brave noi donne a metterle insieme custodendole dentro questo involucro che ne conserva ed esalta profumo e sapore, aggiunge.
Nel frattempo le donne piegano i cerchi in tante mezzelune e con una forchetta ripassano il contorno per sigillarne l'interno come in una valva.
«Chiudete bene altrimenti si aprono durante la bollitura» dice l'anziana più esperta.
Lo dice sempre ogni volta che si fanno i culurgiones, ormai fa parte del rituale.
Marianna è nel gruppo delle giovani che devono saldare la mezzaluna. Osserva la pasta molle che ricopre il morbido impasto al suo interno. Soppesa la forma come fosse stoffa di lino, ne segue il contorno e il rigonfiamento. Lo prende in mano invece di lasciarlo disteso sul tavolo.
«Marianna che fai?» le chiede l'amica preoccupata.
Non si può uscire dagli schemi di una tradizione consolidata. Fuori da ogni logica di potere culinario femminile le dice uno spirito interno.
Marianna fa spallucce a se stessa e alla voce interiore e continua a soppesare fra la mano sinistra e le dita della mano destra quello spicchio di luna crescente che profuma di cucina famigliare.
Le dita di Marianna si muovono come mosse da una forza innata, la stessa che le fa spostare con grazia l'ago nei fili del ricamo.
Pizzicano le dita destra sinistra destra sinistra, la pasta si chiude lentamente. La pasta si chiude celermente a spighetta. Non ci pensa che un attimo, il finale è un pippiolino come di macramè.
«Zitta non dirlo» intima all'amica.
Prende un tovagliolo e cela all'interno il culurgiones segreto.
Solo più tardi Marianna segue la cottura dell'ultima portata. Gli uomini stanno già seduti da tempo al desco aspettando un'altra porzione. Il sugo di pomodoro e basilico colora di rosso il candore della pasta ripiena. Cucchiaiate di pecorino grattugiato spargono nell'aria un odore più forte e rustico.
Marianna immerge il suo ricamo e lo vede affondare nell'acqua che ribolle ormai sporca di patate che hanno cercato un varco fra la sigillatura. Aspetta con ansia che risalga. Fin quando ballando e sbandando sospinto dalle bolle riemerge. Lo scola Marianna, lo guarda, soppesa la chiusura come farebbe con un merletto dopo il lavaggio. Ha retto. Lo avvicina alla bocca, la spighetta crea una consistenza di pasta più dura, la cimasa un punto croccante. L'impasto all'interno è perfetto, morbido, profumato.
«Divino sapore» pensa Marianna mentre l'amica guardandola di sottecchi ammicca.


© Pia Deidda 2010

Per la ricetta vedi
giallozafferano.it/panegianduia/culurgiones-di-patate-e-formaggio