MARINA E I FANTASMI BURLONI ovvero Il calcio sotto il tavolo

Marina e i fantasmi burloni

ovvero

Il calcio sotto il tavolo

 

“Vedi, cara Anna, a volte i fatti hanno spiegazioni e verità che noi non riusciamo a cogliere: quello che ci sembrava d’aver visto non era vero; quello che ci sembrava d’aver udito, non era stato detto; quello che ci sembrava d’aver capito, era sbagliato.

Non bisogna esprimere giudizi, spinti dalle prime impressioni e basandosi sulle apparenze.”

  “Ma, se io ho visto qualcuno fare qualcosa e ho udito qualcuno dire qualcosa, come posso sbagliarmi? Io l’ho visto! Io l’ho udito!” – insisteva la bimba dalla sua piccola sedia, posta davanti a quella molto più alta della nonna.  

La grande casa si apriva sul mondo e il mondo entrava in casa con il moto e il suono della vita …; si diffondeva piacevole e variegato nelle stanze luminose e serene … e in quelle chiare e fiduciose dell’animo di Anna, riempiendone ogni angolo e impreziosendole per sempre di colori e graffiti, opacità e trasparenze luminose …:   il chiacchierio della gente per strada; esclamazioni spensierate; il pianto di un bimbo e la premura di una mamma; il calpestio ritmato e sonoro degli zoccoli di un cavallo; il rotolare delle ruote di un carretto sul selciato; lo schiocco di una frusta e la cantilena di un venditore ambulante …; dei muratori cantavano; un martello percuoteva l’aria, risuonando a distanza; qualche auto transitava; un camion trasportava mattoni …; un treno, sferragliando e fischiando, entrava nella stazione vicina …; giù nel cortile il lamento di una sega elettrica variava di altezza e intensità, seguendo il lavoro del falegname; bambini giocavano allegri; adulti attendevano alle normali attività quotidiane …; il vento dolce e leggero aleggiava per ogni dove …; le api legnaiole ronzavano rumorosamente sul terrazzino – nere nel profumo azzurro-viola del glicine fiorito – e svolazzavano di tanto in tanto in casa, anche attorno ad Anna impaurita.  

Tutto era naturale, la mancanza di quelle manifestazioni abituali avrebbe creato scompenso e disagio.

Con la semplicità che la caratterizzava e che trasmetteva amore, saggezza e grande esperienza, l’anziana donna rispose:

“Molte volte, Anna, sono i nostri pensieri a vedere e sentire al posto nostro; sono le nostre storie e le nostre esperienze ad informarci; le nostre abitudini di vita e le nostre emozioni ci suggeriscono giudizi; ciò che abbiamo sentito in giro e ciò che ci aspettiamo dagli altri ci fanno interpretare azioni e parole. E poi, Annuccia cara, molte delle parole che senti ti sembrano uguali a quelle che usi tu; invece, spesso, chi le usa dà loro un senso diverso da quello che tu dai loro o le usa in modo scorretto.”  

“Che vuol dire, nonna?”  – Chiese Anna – “Non capisco!”  

“Quando parliamo” – riprese nonna Valeria – “le parole che usiamo esprimono pensieri, cultura, sentimenti, il nostro modo di vedere i fatti, la nostra sensibilità, il nostro tentativo di raggiungere uno scopo … tuttavia, non sempre siamo in grado di farci capire, perché ci riferiamo a concetti o usiamo modi di dire che gli altri a volte non conoscono e non condividono.  

Ti racconto due storielle semplici, realmente accadute e significative.” – disse ancora nonna Valeria ad Anna – “Stammi a sentire: la prima è molto breve, la seconda un po’ più lunga”:  

Anna si volse verso la sua nonna e lei cominciò:  

C’erano una volta tre donne: una mamma molto anziana di nome Silvana, la figlia Marina e Agnese, loro parente.  

“Perché l’hai guardata da dietro la tenda e non ti sei affacciata per salutarla?”  

 – Fece a un tratto con molta amarezza l’anziana madre, lasciandosi andare sulla poltroncina che ne sorreggeva il corpo ormai quasi senza forze.  –  

Marina ricordò…  

... La brezza che arrivava dal mare vicino faceva ondeggiare lentamente la tenda dietro la finestra. Attraverso le imposte accostate, nella  penombra della camera, entrava una sottile e larga lama di luce che formava disegni fissi o in movimento su soffitto e pareti.

Il gioco di luci e ombre generato da quell’assieme e intravisto dalla strada, dietro i vetri velati dai merletti in movimento, componeva, probabilmente, il profilo di una figura, creando l’illusione che una persona nascosta spiasse….

E’ stata l’illusionepensò Marina a innescare malumore e lamentele in chi guardando dal basso e credendosi osservata, decise di accusare.  

La figlia cercò di spiegare e dire le sue ragioni, sperando di tranquillizzare la povera madre, ma lei era ancora molto scossa dal racconto del fatto e, per di più, era molto condizionata dal ruolo che aveva assunto Agnese nella sua vita. Questo non le permise di lasciarsi convincere dalla verità. La cosa più dolorosa per Marina fu che in quel cuore stanco scorgeva  un senso di sofferenza, di frustrazione e di sospetto che le sue parole non riuscivano a rimuovere.   

Agnese, che non aveva avuto il coraggio di rivolgersi a Marina, era realmente abituata a nascondersi dietro le tende.  

 

“Ed ecco il secondo racconto; ascolta”:      

 

Era un giorno di festa.  

Molti ospiti erano riuniti attorno alla tavola imbandita per la cena. Come gli altri, anche Marina, assieme al marito che le stava accanto, rideva e scherzava; ma quale fu la sua sorpresa, allorquando, accostatasi a lui per commentare il gusto di una delle tante pietanze saporite, incredula e sorpresa, in mezzo ad una risata sarcastica, esageratamente prolungata, sentì nascere un inaspettato e sonoro:  

“Mah … guarda!!!”.  

Si interruppe all’istante e, volgendo lo sguardo intorno per capire, si vide fissata da occhi indagatori e perplessi. La voce di Luisa assunse allora il tono di un denuncia arrogante, mentre il suo viso alterato da pose artefatte, si trasformava in una maschera, reso irriconoscibile dal riso forzato:  

“Gli ha dato un calcio sotto il tavolo!”   

“Gli ha dato un calcio sotto il tavolo!!!”,  – ripeté più forte, ormai fuori controllo, compiaciuta di se stessa e dell’effetto ottenuto –  “Gli ha detto che il cibo non è buono e che non deve mangiarlo. Ah! Ah! Ah!!!”  

La forza della sicurezza e la fermezza dell’osservazione trascinarono immediatamente dalla sua parte gli altri commensali, ignari dell’accaduto, ma usi a dare di tanto in tanto qualche personale calcetto di prudente intesa, sotto il tavolo, al commensale vicino; cosa che la stessa Luisa era solita fare.  

Fiduciosa in quello che era certa d’aver visto, con rinnovato sarcasmo, Luisa si rivolse direttamente all’interessata che esterrefatta la guardò incredula, accennando ad uno sfortunato tentativo di correzione:  

 – Guarda che ti sbagli; al contrario, stavamo lodando la bontà delle portate!”

 – “Coome mi sbaglio? Coome mi sbaglio? Ah! Ah! Ah!!!”- controbatté, continuando a ridere sul suo piedistallo, lei che possedeva tutte le verità del mondo:

 – “L’ho visto io!! Io l’ho visto!!!” – affermò

 – “Hai visto sotto il tavolo?” –chiese calma Marina con un sorriso.

 – “Come no!! Un calcio sotto il tavolo! T’ho visto io!!!!”

  Marina valutò la persona e il fatto, si mantenne composta e passò oltre …    

Alcuni anni dopo, Marina con il marito si recò nuovamente a cena in casa di Luisa, per trascorrervi qualche ora in piacevole compagnia, assieme ai soliti invitati.  

Era una serena serata d’estate. In collina non si soffriva il caldo; anzi, un dolce venticello rinfrescava l’aria pulita. Il cielo era meravigliosamente stellato e giù, a poca distanza, si stendeva chiara la pianura, lambita dalle calme acque del mare e illuminata dalla fiamma della raffineria non lontana dal porto. La tavola, imbandita in terrazza, era piuttosto lunga: tovaglia, piatti, bicchieri, posate e tovaglioli facevano presagire allegria e giovialità.

Vicino ad essa le scintille scoppiettanti di un piccolo focolare acceso per una squisita grigliata; nell’orto sottostante un lieve stormire di foglie; intorno, proveniente dal verde intenso e profondo di alberi e piante, un dolcissimo e penetrante profumo di gelsomini avvolgeva e stemperava quello degli altri splendidi fiori sparsi in aiuole e fioriere; dalla cucina, sulla scia di aromi che stuzzicavano l’olfatto e giocherellavano con il gusto, giungevano i sapori del cibo ormai pronto.  

Era dunque il momento di prendere posto.  

Anche Marina e Paolo si accinsero a sedersi …, ma non fecero a tempo … un ordine perentorio intimò:  

  “Marito e moglie devono sedere lontani! Non devono stare vicini!

  Uno di qua (indicando un capo della tavola) l’altro di là (indicando l’altro capo della tavola)!!!”  

Marina e Paolo si guardarono intorno.  

Gli invitati nei loro freschi abiti estivi, colorati e leggeri, con la pelle calda e ambrata dai raggi del sole ricadenti sulla spiaggia, erano già seduti: molti chiacchieravano, altri ascoltavano … di tanto in tanto un tono più alto e una gaia risata.

Nessuna coppia era divisa, tranne i padroni di casa per motivi strategici: lei doveva, infatti, attendere a servire gli ospiti.

Le voci di uno dei figli e delle sorelle di Luisa replicarono l’ordine, riportandone l’eco ai coniugi:   

       “Voi! … Uno di qua, l’altro di là”.

  I due si adeguarono a quello che decisero di considerare un gioco.  

Passò ancora un anno e arrivò il terzo invito.  

Anche Marina e Paolo  stavolta furono liberi di scegliersi un posto, e la cena si svolse nella normalità … fino a che … al dessert …  

Il dolce fra le mani di Luisa si trasformò di colpo in un grossissimo uovo di pasqua, su cui la fantasia di quella donna andava disegnando affermazioni molto colorate e poco veritiere, mentre parole e parole, strato su strato, vi aggiungevano incrostazioni variopinte e multiformi.  

Con un colpo da maestro l’uovo alla fine venne aperto e dal suo interno una voce rauca e lontana, lenta, seria e solenne, pronunciò altezzosa:  

“Questa volta vi ho lasciato sedere vicini, ma l’anno scorso … ricordi lontaaaani!… perciò vi ho fatto sedere divisi!!!………..”   

Marina ne fu allibita e divertita allo stesso tempo …

Quelle attorno a lei, erano persone impazzite o  

  fantasmi burloni?

 

 

“Vedi, Anna: Agnese non aveva visto la verità,” – disse nonna Silvana – “ma quello che lei stessa era abituata a fare, e accusò ingiustamente Marina, mettendola in cattiva luce e generando agitazione in una povera mamma anziana.

Nemmeno Luisa aveva visto il calcio sotto il tavolo, semplicemente perché non c’era mai stato; ma lei faceva così con il marito, quando voleva fargli segno in segreto. Lei, non solo affermò il falso, ma comportandosi da persona arrogante e superficiale, divenne anche ridicola, perché non ammise correzioni e si credette tanto importante da poter emettere sia la sentenza che la punizione, trascinando per anni un fatto inesistente.

Agnese e Luisa sin da piccole erano state abituate a imporsi sugli altri, a credersi le depositarie della verità, a raccontare i fatti secondo il loro tornaconto, manipolandoli in modo da condizionare chi temeva le loro reazioni e quelle della loro famiglia. Erano abituate a considerare sempre vere le loro impressioni e a non dare ascolto e valore a quelle altrui. Erano convinte che la realtà fosse come loro se la raccontavano e, ancora peggio, come loro la volevano

Chiuse nella loro perfezione, non riuscivano nemmeno ad immaginare altri modi di pensare e di vivere … e, se pure fossero entrate in contatto con abitudini diverse, avrebbero cercato subito di correggerle, senza percepire la presunzione del loro operato.

 

Rifletti, Anna – aggiunse ancora con dolcezza e serietà, nonna Silvana – quelle accuse in fondo hanno causato rincrescimento e malumore nella vittima, ma, pur essendo una cosa grave, niente di più che disagio e tensione. A volte, però, affermazioni soggettive e avventate o, peggio, dettate da invidia e gelosia, possono arrecare danno e conseguenze molto gravi.”

Anna ascoltò, attenta e interessata, racconti e  consigli e, pur non riuscendo a penetrarne tutto il significato profondo, ne rimase comunque colpita, serbandoli sempre nei suoi ricordi e confrontandoli spesso, in seguito, con molte realtà della sua vita quotidiana.

 

                © Antonina Orlando 31 -10 – 2017

 

MARINA E I FANTASMI BURLONI ovvero Il calcio sotto il tavolo

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