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GIORNI DI NATALE

GIORNI DI NATALE senza didasalia  

 

 

Già da qualche settimana si percepiva sempre più intensa l’atmosfera incantata del Natale, ma in quella mattina fredda e luminosa dell’otto Dicembre, ricorrenza dell’Immacolata, essa assumeva un valore particolare.         

“Oggi anche giù nell’inferno c’è pace!” – diceva la nonna ad Anna, che aveva da poco litigato con la cuginetta e che, come lei, era molto arrabbiata.

Entrambe, infatti, si erano lasciate convinte della colpevolezza dell’altra e decise a difendere le proprie ragioni.

Piagnucolando, Anna era entrata in cucina, in cerca del conforto dell’anziana donna, e l’aveva trovata intenta ai preparativi per il brodo.

La pulizia della gallina, immersa velocemente e ad intervalli irregolari nell’acqua bollente, l’aveva sempre incuriosita, inducendola a saggiare la debole resistenza delle sue penne umide e calde e a confrontarla con quella che ne ostacolava l’estrazione, quando invece erano asciutte o ormai fredde.

Cos’è successo? – Le chiese la nonna.

Lei raccontò l’accaduto, imbronciata dapprima, ma poi sempre più distesa man mano che le parole fluivano fiduciose, incontrandosi con quelle calme e persuasive dell’interlocutrice, la quale, pur parlando, seguitava tranquilla a svolgere le sue faccende.

In breve anche le piccole mani di Anna, rimaste chiuse fino a quel momento, si andarono sciogliendo dalla morsa che le imprigionava assieme alle braccia e a tutto il resto del corpo.

Istintivamente cominciò allora a seguire i preparativi e desiderò fare qualcosa; tuttavia, un che di aristocratica chiusura al mondo le impediva ancora di agire apertamente.

Si avvicinò alla gallina con molta lentezza, sicura che così il suo gesto passasse inosservato, e, allungando timidamente la mano, quasi per non farsi vedere, prese a staccare qualche penna; poi … di sfuggita fece veloci domande su come sarebbe stata cucinata; poi … aiutò a preparare la salsiccia, spingendo la carne condita nel budello raccolto intorno al cannello dell’imbuto e pungendo qua e là le bollicine d’aria che si formavano … e poi … poi non ricordò più niente di quanto poco prima l’aveva afflitta tanto, e corse ad incontrare gli altri bimbi per continuare a giocare.

La festa dell’Immacolata era la prima delle ricorrenze natalizie festeggiate solennemente in famiglia.

Alla S. Messa del mattino seguivano il pranzo e la cena con tutti i parenti. Dopo cena iniziavano i giochi di società: sette e mezzo, il mercante in fiera e l’immancabile tombola, di gran lunga la preferita.

 

 

 

Prepararsi a giocare a tombola era un rito.

Il vecchio sacchetto verde era già pronto in qualche angolo della sala sotto la custodia dello zio Antonio.

Era lui che dava inizio al gioco, lasciando che in seguito continuassero gli altri.

Egli lo slacciava con meticolosità sotto gli occhi impazienti dei bimbi e nella tranquilla attesa degli adulti; ne tirava fuori con gesti precisi e sempre uguali il cartellone ripiegato che con cura posava sul tavolo, allargava e metteva a posto; ne appiattiva infine le pieghe, passandovi sopra la mano con delicatezza e precisione, per non danneggiare la sua antichità.

Era quindi la volta delle cartelle: esse, tutte insieme, venivano consegnate agli astanti che sceglievano quella o quelle con cui giocare, in base a criteri sempre nuovi o mantenendosi fedeli alle preferenze degli anni passati: per tentare la fortuna percorrendo nuove strade nel primo caso; temendo il nuovo e fidandosi del vecchio per una sorta di scaramanzia, nel secondo.

I giocatori più piccoli che avevano difficoltà a leggere e che dovevano essere aiutati dai più grandi, prendevano solo una cartella; i più grandicelli anche due.

Dopo avere scelto, ognuno consegnava la somma di denaro corrispondente al numero delle cartelle prese e la cifra raggiunta veniva suddivisa in modo crescente fra i vari premi: ambo, terna, quaterna, cinquina e tombolone.

Successivamente iniziava l’estrazione: l’entità di ogni vincita era irrisoria, ma i bimbi la ritenevano cospicua ed erano eccitati dall’idea di poter vincere tanti soldini da utilizzare nei giochi successivi.

Da quel momento nessuno doveva più muoversi o doveva farlo con molta circospezione, per non fare rotolare, nel disappunto generale, fagioli, lupini o lenticchie che sulla cartella coprivano il numero estratto.

Quando tutti erano pronti e il silenzio si era diffuso intorno, si sentiva rimestare nel sacchetto, mentre i tondini di legno chiaro con le cifre dipinte di nero, risuonavano, urtandosi l’un l’altro.

Dopo qualche istante, la voce alta e chiara dell’animatore, con la sua caratteristica erre francese, leggeva distintamente il numero, poggiando dapprima il tondino sul tavolo e, subito dopo, sul cartellone.

A tombola si giocava lentamente, assaporando l’attesa dell’estrazione successiva e sospesi tra speranza e preoccupazione, a seconda che si guardasse la propria o l’altrui cartella. Il silenzio profondo era interrotto solo dalla lettura del numero, ogni tanto commentato da qualche simpatica battuta, dai mal trattenuti gridolini infantili, ricchi di attesa e di timore, o dall’esclamazione festante che all’improvviso annunciava la vincita.

In quasi tutte le serate natalizie i parenti si incontravano per giocare insieme e spesso a loro si univano amici.

Anna adorava quelle serate in quella stanza tanto grande, ma calda e profumata dalla resina dell’albero verde, ricco di palline colorate, luci e fili argentati, dal muschio del Presepe e dalle scorzette d’arancia essiccate e poste sulla carbonella accesa nel braciere.

Era davvero uno spettacolo bellissimo e indimenticabile: un tavolo enorme ricoperto da un bel tappeto a quadri blu, delimitati da linee rosse; seduti attorno ad esso i parenti e gli amici più cari, per divertirsi sereni.

Lo sfavillio degli addobbi, sparsi in tutta la stanza e pendenti dal lampadario, impreziosiva la scena; la sacralità, invece, era materialmente simboleggiata dal Presepe.       

In casa di Anna, come in molte altre case, il Presepe si allestiva l’otto Dicembre.

L’attesa dei bambini era spasmodica: specie i più piccoli non finivano di chiedere:

“Quando facciamo il Presepe?”

“Quando cominciamo?”

  FinMIRTILLOalmente ecco… la grande scatola con tutto il necessario arrivava. Una volta aperta, il caratteristico odore di chiuso, della cartapesta e della cera delle candeline si spargeva tutt’intorno; ad esso si contrapponeva il profumo del muschio e dei rami di mirto appena raccolti.

A questo punto la scena  cominciava gradatamente a comporsi:

le montagne di pietra scura, tappezzate qua e là di muschio, si formavano sullo sfondo, nell’angolo a sinistra, sopra il praticello; fra le montagne o in piano, comparivano laghetti e ruscelli d’argento, circondati da pecorelle, cani e pastori; da un’altra parte piccoli ponti di legno colorato, appena sistemati, scavalcavano corsi d’acqua, per permettere ai viandanti di raggiungere la riva opposta.

Accanto allo zio, mentre la nonna guardava dalla sua poltrona, Anna spargeva pietruzze bianche lungo i sentieri, e sistemava anatre e oche sulla superficie dei laghetti.

Le palme erano ormai in mezzo al deserto, là dove polle d’acqua formavano piccole oasi; le casette si abbarbicavano sulle alture; attorno e dentro di esse trovavano posto le varie figure dei pastorelli 1.

Non importava che ambienti e personaggi rispettassero riferimenti cronologici o storico – geografici precisi; quello che contava era rappresentare la terra e tutta la gente di ogni tempo e di ogni luogo nell’attesa dell’amore, della giustizia … della salvezza.

    E invero il presepe è l’istantanea in cui convivono epoche, regioni, paesaggi e climi diversi. Esso rappresenta tutta l’umanità con le sue aspirazioni. Da quasi un millennio, pur in fogge diverse, tutte le classi sociali, dai re agli artigiani, dai pastori ai contadini e ai pescivendoli, vi sono rappresentate. Presepi popolari e artistici, viventi o iconografici, si sono susseguiti per secoli fino ai nostri giorni. In legno o terracotta, sughero o marmo, lava o corallo; semplici o con innovazioni tecnologiche per far funzionare fontane, mulini e cascate, spesso sono diventati capolavori, custoditi in Chiese e musei, simbolo di credo religioso o documenti dei costumi degli uomini.

Concentrata nella  sua occupazione, Anna proseguiva il lavoro con entusiasmo crescente e ascoltava:

“Guarda, Anna, qui c’è il deserto con i cammelli e i dromedari; da questa parte prati, fiumi e ruscelli; più in fondo montagne piene di neve.

Gesù nasce nel caldo dei cuori ricchi di speranza, ma anche nel freddo e nella neve di chi purtroppo l’ha perduta”. 

   Sulle palme Anna andava posando ovatta bianca, per simulare fiocchi di neve, e imbiancava le rive dei corsi d’acqua, spargendo farina. Sull’erba faceva scintillare la brina con polverina argentata, mentre nella casette, sull' aia o nel cortile, i pastorelli lavoravano alacremente.

“Il venticinque Dicembre, nel giorno di Natale, adageremo il piccolo Gesù nella mangiatoia – il bue e l’asinello sono già lì, pronti a scaldarlo – e poseremo sulla capanna la stella cometa, perché, dopo aver guidato il cammino dei pellegrini, essa indicherà loro la meta raggiunta.”

«Nonna, guarda, questa signora porta la biancheria nella cesta!»

«La porta al fiume per lavarla: regalerà panni puliti al povero bambinello!»

«Nonna, c’è il pescatore!»

« Venderà i suoi pesci, ma ne regalerà anche alla povera Maria, che è senza cibo!»

« E il pastore?”

“Porterà l’agnellino alla grotta!»

«E questi re a cavallo?»

«Sono i Re Magi che recano in dono oro, incenso e mirra».

 Molti rami verdi ombreggiavano la piccola capanna incuneata fra le montagne, e le luci erano pronte dentro le case e lungo le strade.

  Il lavoro era ormai finito. Il perimetro della scena era contornato da mille candeline colorate, che sarebbero state accese durante la Novena, quando lo zampognaro sarebbe venuto a suonare in casa. Tutti i cuginetti allora sarebbero corsi ad ascoltarlo, seguendolo poi su e giù per le scale, per riascoltarlo ancora presso i vicini.

Nelle estati che precedevano le festività natalizie, alla fiera del paese, Anna chiedeva regolarmente in regalo ai suoi genitori una piccola ciaramedda giocattolo, con tanto di canne e palloncino.

Tutte le volte che lo zampognaro concludeva la sua Novena, lei lo pregava di suonare anche con la sua piccola zampogna.

Che bel suono ne traeva! Molto meglio di quanto non riuscisse a lei!

Ma si sa: lui era uno zampognaro… lei no!

Le abitudini della Vigilia e del giorno di Natale tenevano conto di prescrizioni religiose e tradizioni popolari. Presto anche Anna imparò a gustare la semplicità dei pasti privi di carne e la bontà della cena della Vigilia: fili sottili di pasta conditi con salsa di pomodoro cucinata con l’acciuga e spolverati con mollichina tostata; frittura calda di cavolfiore, finocchi e carciofi con e senza pastella; tocchetti di baccalà e anguilla anch’essi fritti e gustati caldissimi. E poi frutta secca, arance dal gusto vaniglia, delizia dei bambini, arance amare, mandarini e profumatissimo melone latino.

La sera stessa, sul tardi, la bimba seguiva gli adulti in Chiesa, per la S. Messa, quella della Notte di Natale.

Anche per il pranzo di quel giorno non sarebbe mancato il brodo, che sin dai tempi antichi si usava preparare per le puerpere, come Maria, perché ne ricevessero forza e nutrimento. Lo si serviva sia come primo piatto con  pastina piccolissima, che per secondo con dentro pallottoline di carne, completamente ricoperte dal Trusceddu, crema a base di uova, ricotta e parmigiano. A seguire ancora  cesti di frutta fresca, avvolti dal profumo di arance vaniglia e di arance amare; mentre, in quelli della frutta secca, noci, mandorle, nocciole e arachidi invitavano sempre i commensali a gustarle da sole o assieme a datteri e fichi secchi dolcissimi, preparati in casa nei mesi precedenti. Non sarebbero certo mancate le formine di marmellata di cotogne, fatta in casa, e la mostarda dolce, ottenuta dalla cottura del mosto addolcito, guarnita con nocciole tostate e tritate e preparata al tempo della vendemmia.

Per concludere il dolce mai assente, il riso nero 2, accompagnato da altri dolci tipici.           

 DavSTELLE NATALE - CANDELAvero, in quelle ore la tradizione regnava sovrana, interpretando e rielaborando scene e vicende della venuta al mondo di Gesù, il bambinello sceso in terra, per difendere i valori più alti dell’Umanità … e lungo le strade di molti paesini quella stessa tradizione popolare accendeva grandi falò per riscaldare il bimbo povero  e importante che stava per arrivare.

 

Nessuno, cresciuto in quella grande casa e vissuto in quei luoghi, avrebbe mai dimenticato le sensazioni e gli insegnamenti di quei giorni; avrebbe anzi desiderato condividerli con altri nella sua vita futura.

 

Le immagini del video sono quelle di un Presepe tradizionale napoletano, con le caratteristiche architetture e la rappresentazione delle attività quotidiane.

Le statuine provengono dalle celebri botteghe di via San Gregorio Armeno, a Napoli, come pure il sughero che è il principale supporto della costruzione. Alcuni dettagli, come le tegole, si trovano in commercio; altri, come la frutta, i pesci, i formaggi e i salumi, realizzati in cera e poi dipinti nel corso di parecchi mesi di lavoro, sono frutto delle abili mani dell'Ing. Gino D'Emiliano, ideatore e costruttore del Presepe stesso.

 

© Antonina Orlando, 20 – 12 – 2014 con aggiornamenti del 18 – 12 – 2017

 

RINGRAZIAMENTI

Mantano ringrazia l'Ing. Gino D'Emiliano per aver messo gentilmente a disposizione le immagini del suo Presepe

 

 

 

 

1In Sicilia tutte le figure del presepe, tranne la Madonna, San Giuseppe e Gesù, sono convenzionalmente chiamate pastori o pastureddi. torna su

2Riso cucinato con cioccolato e altri ingredienti, in grado di dargli un colore scuro e un gusto caratteristico. torna su

 

 

GIORNI DI NATALE

 

 

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