L’ACINO DELLA TENACIA

 

IlImmagine1 treno avanzava lungo verdi prati trapunti di fiori colorati, di bianche margherite e di rossi gerani; superava case, agrumeti e oleandri rosa, bianchi, cremisi. Oltrepassava velocemente anche le colline circostanti, dalle quali  pini marittimi e gialle ginestre guardavano verso il piano e verso l’azzurro del mare poco distante. Un nastro di sabbia finissima tenuemente dorato, largo e continuo, seguiva il profilo della costa, separando la calma distesa marina dal verde e dai colori circostanti.

Anna, sempre accanto al finestrino, non si lasciava sfuggire nessun particolare di quello spettacolo straordinario, illuminato da un sole stupendo. Da una parte il verde e i colori dei campi, dall’altro le strie celeste chiaro o blu intenso delle correnti marine che si diramavano in direzioni diverse, le macchie chiare delle navi lontane e le petroliere rossastre con la loro forma particolare. L’aspetto del mare variava di continuo e il suo azzurro intenso sfumava all’orizzonte in lievi colori, confondendosi con le tinte del cielo sereno. Anche lassù in alto lo spettacolo era interessante e solleticava la fantasia e MARE PINI GINESTREl’immaginazione: rade nuvole bianche, infatti, artisticamente sfilacciate, si spostavano velocemente, seguendo la corsa del treno e assumendo forme sempre diverse.

Di tanto in tanto il treno sostava in qualche stazione. “Che stazione è?” – era la domanda – e la risposta dei compagni di viaggio era ascoltata sempre con molta attenzione.

Dopo Villafranca, si entrava nel cuore dei Peloritani, in gallerie sempre più lunghe man mano che si procedeva verso Messina. Una di esse era lunghissima: la metà del suo percorso veniva segnalata da uno strano suono, che ad Anna, bambina di pochi anni, sembrava quello di piatti di metallo che cadevano.

Era partita la mattina presto assieme ai suoi, quel giorno, per andare a trovare una zia di circa sessant’anni d’età.

La donna, vedova, abitava con le sue figlie. Era di statura piccolina, i suoi capelli, di un grigio ormai chiaro, erano terribilmente crespi. Li portava raccolti sulla nuca e trattenuti da tante forcine, mentre mollette e pettinini cercavano di tenere a bada quei fili ribelli che non accettavano di stare lontano dal viso e dagli occhi. Incarnava la figura di quelle  padrone di casa che sanno tenere tutto sotto controllo; infatti, lei  riusciva a badare contemporaneamente alla cucina, alle figlie e agli ospiti. Questi ultimi, poi, erano trattati con il massimo della cortesia e della premura, pur nella familiarità della parentela.

Si capì subito che l’arrivo era atteso con piacere e tutti si mostrarono, come sempre, affettuosissimi e felici della visita.

Il tempo che precedette il pranzo, trascorse velocemente tra le chiacchiere degli adulti e il girovagare di Anna per ogni angolo della casa, dove riusciva a trovare sempre qualcosa di interessante da osservare o con cui giocare.

Purtroppo, non c’erano altri bambini; così, anche a tavola, a parte qualche breve coinvolgimento, dovette accontentarsi di sentire parlare, parlare, parlare: erano discorsi di grandi, che a tratti ridevano, a tratti mostravano vene malinconiche, a tratti alzavano la voce, raccontando fatti spiacevoli con toni che la preoccupavano.

piatto di pastaCome sempre la cucina era squisita e le pietanze riempivano l’aria di profumi invitanti, ma lei mangiò pochissimo – a sentire il giudizio degli adulti – anche se, in realtà, si sentiva a posto. Così, alla fine del pranzo, proprio al momento della partenza, le furono rivolte molte osservazioni; si trovò soprattutto al centro dell’attenzione preoccupata della zia, la quale, secondo le buone e ben note abitudini siciliane, non avrebbe permesso che la nipotina andasse via senza mangiare ancora qualcosa.

Come avrebbe potuto affrontare il viaggio?

Sicuramente il non aver mangiato a sufficienza (i parametri con cui valutava erano del tutto personali) avrebbe causato alla nipote un terribile stato di debolezza, di cui lei stessa si sarebbe sentita responsabile.

Fra il numero e l'abbondanza delle portate e i lunghi discorsi appassionati, il pranzo si grappolo d'uvaera prolungato parecchio e si era fatto già tardi. Non c’era tempo da perdere, Anna doveva accettare assolutamente qualcosa, subito, fosse anche solo un grappolo d’uva.

Accettare o non accettare il grappolo d’uva significò ben presto mettere in gioco il proprio prestigio personale; divenne lo scopo per cui si stava disputando una partita importante fra la donna e la bimba.

Le forze in campo presentavano una decisa disparità. La zia, non più giovane, era chiaramente la più forte. Godeva, infatti, oltre che del vantaggio dell’età e dell'esperienza, anche del tifo della maggior parte degli adulti: chi di loro fosse stato  incerto o avesse parteggiato in cuor suo per la bimba, avrebbe tenuto conto dell’obbligo sociale ed educativo di tacere. Anche l’idea che, una volta a casa, Anna avrebbe potuto mangiare qualcosa di particolarmente sostanzioso, non era destinata ad ottenere molto successo:

il non dare ragione ai bambini di fronte alla parola di un adulto, era uno dei punti fondamentali della pedagogia seguita dalle famiglie che Anna conosceva.

Il tempo correva e bisognava sbrigarsi, per non perdere il treno. La poverina si sentiva incalzata da ogni parte, ma, pur così piccolina com’era, non cedeva; anzi, più aumentava l’insistenza, più sentiva crescere dentro di sé la voglia di dire “No!”

Qualcuno riuscì a mediare: “Dai, Anna, accetta almeno un acino. Cos’è un acino? Non è la fine del mondo! Mettilo in bocca: farai presto a mandarlo giù, ti sentirai meglio e la zia sarà più tranquilla”.

La mediazione funzionò: la donna si arrese al compromesso …

… e l’interessata?

Ad Anna venne in mente un’idea straordinaria: avrebbe vinto, pur mostrando di lasciarsi convincere dall’insistenza generale. Tutti avrebbero pensato di avere avuto partita vinta e non avrebbero capito nell’immediato che, mostrando di accontentarli, alla fine era stata proprio lei a spuntarla.

Giustizia e dignità sarebbero state salve!

MANINA CON ACINOOrmai alle corde, ma con la chiara percezione della vittoria, fece una mezza concessione e quell’ “almeno un acino” diventò immediatamente “uno solo!”.

Tutti si ritennero soddisfatti dal cedimento: la zia, che aveva potuto dare il viatico alla nipotina; i familiari, che avevano anche evitato di perdere il treno, e lei, Anna, con il suo unico acino e con la risorsa delle sole armi a sua disposizione.

Dal momento in cui accettò l’acino, Anna o si mostrò inspiegabilmente muta o parlò in modo inspiegabilmente strano. La maggior parte delle risposte che concedeva erano comunicate a cenni o con poche parole, pronunciate in modo inusuale. Adoperò di preferenza il linguaggio gestuale … fino a quando …

Rifecero a ritroso il percorso fra la casa dei parenti e la stazione ferroviaria. Lungo la strada nessuna parola. Sul treno le venne chiesto se fosse stanca o se avesse sonno: le sue spallucce si alzarono, accompagnate dal movimento della testa che reclinava a destra, mentre contemporaneamente le sopracciglia si inarcavano e la mimica di tutto il viso diceva “un po’!”.

Avevano già preso posto nel compartimento e il treno si era mosso. Gli adulti parlavano OLEANDRO ROSA E BIANCOe commentavano: lei ascoltava e guardava case, alberi, prati e fiori che le correvano incontro, sparendo all’ingresso in galleria e ricomparendo nuovamente, quando il treno tornava all’aperto. Alla sua sinistra le dolci colline ricoperte di verde e fiori variopinti, a destra la lunga e profonda striscia azzurra del mare al di là della fertile campagna o dietro qualche gruppo di case, in prossimità dei paesi. Il tutto avvolto dalla morbidezza e dal calore di un bel tramonto ancora estivo.

Si era ormai quasi alla fine di quel tragitto, la cui durata complessiva superava di poco lo spazio di un’ora. Il lungo silenzio cominciava a diventarle pesante. Anna aveva tante cose da chiedere e da dire, senza dimenticare che spesso le veniva posta qualche domanda a cui puntualmente rispondeva con cenni del capo o con qualche parola male articolata.

 La sua resistenza, però, si mantenne salda e tenace, fino a quando decise che era giunto il momento di svelare l’arcano.

Era stata proprio brava; ne era convinta e si congratulava con se stessa. Nessuno aveva sospettato niente.

Adesso, però, assieme alla soddisfazione per la bravura, si insinuava nel suo cuoricino, che sentiva palpitare forte, un po’ di disagio; non sapeva, infatti, quali sarebbero state le reazioni degli adulti di fronte alla verità.

“Ma” – ripeteva nella sua mente – “alla fine, non volevo più niente e l’uva, poi, assolutamente no! Sono stata costretta a dire di sì!

La scena era sempre viva dentro la sua testolina e gli attori continuavano a muoversi e a parlare nel loro mondo, senza curarsi del suo.

Il “cosa diranno” la rese esitante qualche minuto ancora …, ma presto si fece coraggio e, dopo aver guardato i genitori e lo zio, si rivolse istintivamente alla cara,  paziente e rassicurante figura della nonna …

“Tieni, nonna,” – le disse farfugliando, ma facendosi capire, … e la sua manina sicura, da sotto la lingua, estrasse, ancora intatto, l’acino d’uva.

Il silenzio profondo degli attimi seguenti espresse lo stupore generale.

Ad esso seguirono le più svariate manifestazioni sonore d’incredulità e di tardiva preoccupazione per quello che sarebbe potuto succedere in seguito ad un colpo di tosse, ad un movimento brusco o ad una fermata improvvisa del treno.

Non si contarono le espressioni del tipo: “E tu hai tenuto tutto questo tempo l’acino sotto la lingua?!” “Cose dell’altro mondo!” “ E se ti fosse andato di traverso?!” “Per questo quando parlavi, non si capiva bene cosa  dicevi!”. Ma l’esclamazione più bella di tutte, istintiva e soprattutto poco ponderata, fu:

“Potevi dire che non lo volevi! ….”

I commenti naturalmente durarono molto a lungo, vista la portata del fatto. Non solo si prolungarono per giorni e giorni, ma si allargarono a dismisura, perché parenti e amici ne furono informati. Anna passò per un fenomeno e il ricordo di quella bravata rimase per sempre.

Quando si voleva sottolineare la sua  fermezza nelle decisioni ritenute giuste e necessarie, si diceva:

“Già, tu sei quella dell’acino d’uva!”. ACINO

 

                                                                                                     

 

                                                      © Antonina Orlando 17 Maggio 2015

 

 

2 pensieri su “L’ACINO DELLA TENACIA”

  1. Il racconto è stupendo perchè si presta a svariate letture sovrapposte; la narrazione piacevolmente descrittiva di una gita in Sicilia con una bambina piuttosto tenace, ma anche una dimensione più profonda di una ragazzina che si sperimenta e si vorrebbe lanciare in una dimensione relazionale diversa.

    Molto bella la contrapposizione fra zia e nipote che cerca la sua affermazione personale ma accetta la mediazione

    A me comunque è rimasta la piacevolezza di una narrazione che ritrae un mondo ben vivo e presente ma che , forse, non è più!

     

     

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