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CICLOPI E LESTRIGONI

ACITREZZA-2-MODIFICATA-MANT

I Faraglioni di Acitrezza!

 

Si dice che furono scagliati dal ciclope  Polifemo contro Ulisse in fuga…

voleva ucciderlo … assieme ai suoi compagni … per vendetta …

 

 
   RAGAZZINA 1   Ciclope?

RAGAZZINA 3…cosa vuol dire ciclope? 

 

Cicl – ope vuol dire occhio rotondo.

E’ una parola formata da due parole greche:

kýklos,ou = cerchio + óps, ōpós = occhio1

Come erano i ciclopi?RAGAZZINA 2 +RAGAZZINO 1

Come vivevano?RAGAZZINA 2 +RAGAZZINO 1

CICLOPE bustoI CICLOPI erano esseri giganteschi, con un occhio solo in mezzo alla fronte. Erano  terribilmente forti.

Vivevano senza leggi e non coltivavano la terra, perché essa produceva spontaneamente e in gran quantità cereali, viti , olivi e alberi da frutto.

Erano dediti alla pastorizia e vivevano isolati gli uni dagli altri, in caverne.

Ulisse li descrive nel IX libro dell’Odissea, quando racconta ad Alcinoo del suo arrivo nella terra delle Capre e in quella dei Ciclopi.

LESTRIGONI-E-CICLOPI-1I Ciclopi – egli dice ad Alcinoo che lo ospita –  non hanno leggi e vivono di pastorizia e degli abbondanti frutti che la terra dona loro spontaneamente.

Isolati uno dall’altro, abitano sulle cime dei monti o dentro le caverne (Od., IX, 134 – 147).

Di fronte all’isola dei Ciclopi vi è un’isoletta, su cui si trovano moltissime capre selvatiche, che pascolano tranquille, senza essere disturbate dalla presenza di alcun essere umano, né allevatore, né agricoltore, né cacciatore.UVA COMPOSITA 2

Il luogo, accogliente e fertile, offre buoni approdi naturali.

Lì sbarcarono di notte Ulisse e i suoi compagni (Od., IX, 148 – 176).

I CICLOPI, assieme ai LESTRIGONI, secondo la leggenda furono fra i primi abitanti della SICILIA, ma vivevano anche in altre parti del Mediterraneo.

Essi sono menzionati nelle opere di molti autori dell’antichità, sia scrittori di storia che poeti.

NETTUNOPer l’antico poeta greco ESIODO, erano figli di GAIA e di URANO (v. Teogonia).

Per OMERO, invece, i loro genitori erano altre divinità.

Per esempio, POLIFEMO era figlio di POSEIDONE/NETTUNO, dio del mare, e di TOOSA, ninfa marina.

 

 

RAGAZZINA 3 Così, i ciclopi vivevano in Sicilia!

                                     Quando?                                RAGAZZINO 2

RAGAZZINA 1                                    Dove?

                                                        Erano soli?   RAGAZZINA 2 +RAGAZZINO 1

I ciclopi della tradizione classica, quelli di  Omero, Teocrito, Callimaco, Euripide, Ovidio, vivevano in Sicilia.

Potevano trovarsi sulla terra (per esempio, intorno all’odierna Acitrezza),  o dentro i vulcani.

Dalle viscere dell'Etna facevano  tremare la terra ed eruttavano lapilli, fuoco e lava; all'interno dello Stromboli e di Vulcano forgiavano armi per divinità ed eroi.

Altre ipotesi pongono le loro sedi a Milazzo, dove giunse Ulisse.

A Milazzo, infatti, è ambientato l’episodio dei sacri armenti del Sole e oggi, su quel tratto di costa siciliana, archeologi e geologi stanno svolgendo ricerche per identificare i siti dei racconti mitologici.

Per esempio: dove si trovava l'Artemisio con il Tempio di Diana Facellina, nei cui pressi pascolavano quegli armenti, uccisi e mangiati dai compagni di Ulisse, nonostante la promessa di non toccarli?

Si cerca di identificare anche i vari luoghi di approdo lungo la costa milazzese, utilizzati successivamente dai Romani (un solo Nàuloco o più Nàulochi?).

La famosa battaglia del Nàuloco (quale Nàuloco?), combattuta fra Ottaviano e Sesto Pompeo nel 36 a. C., ci viene raccontata anche da Appiano, uno storico greco del II secolo d. C. Egli, fra l’altro, ci dice che Ottaviano occupa anche l’Artemisio, presso Milazzo. Ci dice, inoltre, che l’Artemisio è una piccola cittadina nella quale dicono che vi fossero le vacche del Sole e che vi avvenisse il sonno di Odisseo.2

Nota a tutti è l’importanza dei collegamenti fra Milazzo e le isole Eolie e la posizione strategica di tali luoghi geografici. Nelle manovre della battaglia del Nàuloco, le Isole Eolie, assieme alla costa eEOLIE da Tonnarella all’entroterra milazzese, rivestirono un ruolo importantissimo.

Ottaviano con l’intera sua flotta si recò a Stromboli e, poi, lasciate le operazioni militari di quella zona ad Agrippa, si spostò verso Taormina per conquistarla, mentre Agrippa da Stromboli andava alla conquista di Hiera (Vulcano) 3 .

Alle isole Eolie approdò anche Odisseo, subito dopo la partenza dall’isola delle Capre… Su  una di quelle isole (forse Stromboli) viveva Eolo, il dio dei venti.eolie da alberi milazzo sfumata

Leggendo i versi che descrivono il soggiorno dell'eroe presso la divinità, si può avere un'idea dei valori dell'ospitalità mediterranea: cordialità, affabilità, banchetti, particolari regali per il viaggio.

Purtroppo, il famoso otre con i venti sfavorevoli venne violato dai sospetti, dall’invidia e dalla gelosia dei compagni di Ulisse. Da qui la triste ripresa delle perigrinazioni (Od.,X, 1 – 99).

Se i Ciclopi volevano vivere senza lavorare, con i frutti che la terra offrivaSICILIA IN MEZZO A MARE 1 spontaneamente, quella raccontata fin qui era proprio la regione adatta:

«tutta la Sicilia era intesa come molto fertile e la Piana di Milazzo era davvero un paradiso. 

Quali i prodotti? Possiamo pensare certamente a cereali, ma anche a olive, ortaggi, frutta, e poi la vite, ed il legname dei boschi.»4. Inoltre, «La zona alle spalle della Piana, sulle colline e lungo il corso dei fiumi, era ricca di alberi di vario tipo.» 5

«Ovidio riporta la leggenda di Cerere che, alla ricerca della figlia Proserpina rapita dal dio degli Inferi, percorre i luoghi della Sicilia, tra cui

 

 – il Melan, lieti pascoli delle sacre vacche –»6.

 

Anche per identificare esattamente il sito del Mela, attualmente sono in corso ricerche e studi, come quelli del geologo Davide GORI: ci muoviamo, comunque, sempre nei pressi di Milazzo e fra Milazzo e Venetico/Spadafora.

RAGAZZINA 1E … Polifemo?   RAGAZZINA 2 +RAGAZZINO 1

    RAGAZZINA 3      Chi era il ciclope Polifemo?  RAGAZZINO 2

Polifemo era il ciclope violento e crudele, in cui si imbattè Ulisse durante una delle sue peggiori avventure.

Figlio del dio del mare NETTUNO e della ninfa TOOSA, secondo quanto ci racconta  una parte della tradizione, viveva in Sicilia, assieme ad altri Ciclopi, figli di altre divinità. Era superbo, violento e inospitale.

Oltre che nell'Odissea, egli è presente nelle opere di altri importanti scrittori di epoca classica.

Alcuni di essi lo ritraggono con lo stesso carattere brutale che si trova in Omero; altri ne fanno emergere qualche tratto più delicato, seppure condizionato dall’irrazionalità e dalla violenza complessiva; altri ancora lo presentano con più simpatia, in atteggiamento malinconico, incline a rifugiarsi nella poesia, panacea per i suoi mali d’amore.

Fra i primi ricordiamo

 – Euripide che gli dedica un dramma satiresco, «Il Ciclope»

 – Virgilio che, nell’Eneide, fa approdare Enea in Sicilia, terra dei Ciclopi (Eneide, 3. 655- 683).

Fra i secondi

 – Ovidio che nel XIII libro delle Metamorfosi lo presenta delicato e sensibile al pensiero della fanciulla amata, cui promette ricchezza e felicità, ma guidato da un carattere violento e possessivo, a causa del quale, nell’ira, ucciderà brutalmente Aci con un masso. il giovane subito dopo si trasforma nel fiume omonimo.

Fra gli autori del terzo gruppo, emergono

 – Teocrito il quale nell’ Idillio XI,  Il Ciclope, ci presenta il gigante con un carattere gentile.

 – e Callimaco il quale, nell’Inno ad Artemide, lo descrive mentre, assieme ad altri Ciclopi, lavora nella fucina di Efesto.

 

GREGGE Egli viveva di pastorizia e di agricoltura, ma era anche antropofago/cannibale e non rispettava i sacri doveri dell’ospitalità. Si comportò, infatti, in modo violento e crudele con gli ospiti, divorando sei compagni dell'eroe greco.

Ulisse, nel IX libro dell’Odissea, lo descrive ad Alcinoo.

E’ un uomo gigantesco – dice  – che vive da solo e agita nella mente pensieri malvagi. Non ha nessuna somiglianza con gli uomini: il suo aspetto è molto simile alla cima di una montagna immensa e isolata (Od., IX, 236 – 244).

RAGAZZINA 3In quali altri posti del Mediterraneo abitavano i ciclopi?

RAGAZZINA 1L’aspetto di questi mostri cela qualche verità?

Altri Ciclopi è probabile vivessero altrove, nel bacino del Mediterraneo …

Ma … procediamo con ordine!

Che Ciclopi e Lestrigoni fossero fra le prime genti ad abitare la Sicilia, ce lo tramandano racconti popolari, miti e leggende … e , come dice Francesco Renda 7 «… [i miti] assunti come racconti di storia, naturalmente hanno del romanzesco e del fantastico, e nondimeno anche loro contengono spesso frammenti di verità …».

Nel libro VI,2 della sua «Storia del Peloponneso», Tucidide scrive:

« Si dice che i più antichi ad abitare una parte del paese fossero i Lestrigoni e i Ciclopi, dei quali io non saprei dire né la stirpe né donde vennero né dove si ritirarono: …. »

Popoli preistorici, di loro si sa pochissimo, soprattutto dei Lestrigoni, giganti rozzi e antropofagi, simili ai Ciclopi, tranne che per l’occhio.

Ulisse ne fa la descrizione nel libro X dell’Odissea (vv. 100 – 172).

RAGAZZINA 3 Riguardo ai Ciclopi, quale potrebbe essere il frammento di verità?

Un’ipotesi è quella degli elefanti nani vissuti in Sicilia nel Paleolitico …Elephas Falconeri

Il loro cranio si presenta con un grande buco centrale, che lasciava adito alla fantasia popolare di ritenerlo l’orbita di un solo grande occhio in mezzo alla fronte.

L’occhio rotondo centrale del «Cicl – ope».

In realtà tale foro sarebbe il punto d’innesto della proboscide (apparato nasale).

Il Palaeoloxodon falconeri (l’elefante nano di cui si sta parlando) da adulto era alto al massimo un metro alla spalla e si trovava in Sicilia circa 500.000 anni fa.

I suoi resti sono stati ritrovati in grotte, come quella di Spinagallo, nei pressi di Siracusa, dove entrava in cerca di sali minerali.

D’altronde, il cranio degli “elefanti nani” non era molto più grande di quello degli uomini.

Questi elefanti, inoltre, si trovavano anche su altre isole del Mediterraneo; quindi, è facile che i racconti che circolavano assieme ai commerci, venissero avvalorati dai ritrovamenti sparsi in più isole dello stesso Mediterraneo.

I Ciclopi vivono prima della guerra di Troia, nell’età della pietra, della ceramica, del rame e del bronzo, fino agli albori dell’età del ferro e della loro presenza non rimane nessuna traccia.8

Bernabò Brea, a p. 20 del testo La Sicilia prima dei Greci, dice:

«L'elemento più caratteristico di questo complesso faunistico sono però gli elefanti nani, che la Sicilia ha in comune con le altre isole del Mediterraneo (Sardegna, Creta, Cipro) e soprattutto con Malta, con la quale, però, almeno fino al principio del pleistocene, la Sicilia era certamente congiunta.

Gli elefanti di razza nana derivano dal maggiore fra gli elefanti conosciuti e cioè dall'Elephas antiquus.

In essi si riconobbero, soprattutto in base al progressivo nanismo, tre varietà principali: El. ant. maidrensis, El. ant. melitensis, El. ant. falconeri.

Quest'ultimo doveva essere poco maggiore di un grosso cane.»

E … chi era Ulisse?RAGAZZINA 2 +RAGAZZINO 1

ULISSE, personaggio principale dell’Odissea, era l’eroe, re di ITACA, che, dopo la guerra di Troia, voleva ritornare finalmente in patria dai suoi cari (PENELOPE, la moglie; TELEMACO, il figlio; LAERTE, il padre).

Egli, però, durante il viaggio di ritorno, si trovò ad affrontare molti pericoli e molti problemi, … per dieci anni. Uno di questi momenti difficili fu il brutto incontro con Polifemo.

Ulisse è il nome italiano; quello greco è ODISSEO, da cui ODISSEA. Il nome Odisseo, nel suono, è molto simile alla parola greca udèis che corrisponde all'italiano NESSUNO: il nome che l'astuto eroe userà per salvare sè e gli altri malcapitati.

UDEIS, NESSUNO, non però un uomo da nulla, come l'astuto itacese dirà al gigante infuriato, al momento della partenza.

La sera dell'incontro e la mattina successiva, il mostro mangia due uomini. Dopo la colazione, quando esce per portare gli animali al pascolo, chiude tutti gli altri dentro con un masso tanto enorme, che neppure ventidue carri a quattro ruote potrebbero smuovere.

Così Ulisse pensa ad uno stratagemma: durante la sua assenza, assieme ai compagni, taglia un tronco d’olivo che si trova nella caverna; appuntisce il palo di sei piedi, che ha ottenuto, e lo abbrustolisce al fuoco; in ultimo sorteggia quattro uomini che lo aiutino ad accecare quell'essere spregevole.

La sera, al ritorno, Polifemo porta dentro tutti gli animali, chiude l’antro, ripete le solitePOLIFEMO SI UBRIACA azioni e divora altri due giovani. A questo punto Ulisse gli offre tanto vino buono e lui, dopo avergli chiesto il nome e avergli promesso, come dono di ospitalità, che l’avrebbe mangiato per ultimo, si addormenta ubriaco …..

POLIFEMO ACCECATOE’ giunto il momento: i greci infiammano la punta del palo al fuoco che è lì vicino e gliela conficcano nell’occhio, accecandolo.

Il dolore lo fa svegliare urlando, tanto da destare gli altri ciclopi. Essi accorrono prontamente, spaventati dai suoi forti lamenti e temendo per se stessi. Giunti vicino, gli chiedono chi gli stia facendo del male.

La risposta è Nessuno e tutti vanno via, consigliandogli di rassegnarsi, perché se nessuno gli procura male, vuol dire che le sue sofferenze dipendono da Giove.

Preghi, perciò, il padre Nettuno.

Quando si calma, Polifemo toglie il masso e apre la caverna. Si ferma all’uscita, tastando con le mani, per sentire se qualcuno degli uomini esca assieme agli animali.

Ulisse è furbo, però: suddivide le pecore in gruppi di tre, legandole insieme; poi, sotto quella centrale, ben nascosto, assicura un compagno.

Lui, a sua volta, si aggrappa sotto la pancia di un grosso ariete, l’animale preferito dalULISSE E L'ARIETE ciclope.

L’ariete si ferma vicino all’infermo, che lo accarezza, parlandogli con parole dolcissime …

Neanche Ulisse viene scoperto e tutti possono mettersi in salvo sulle imbarcazioni che avevano lasciato a riva.

Polifemo capisce e cerca di colpirli con dei grandi massi strappati alla roccia che incombe sul mare … non riesce … allora prega il padre di vendicarlo … e il padre che domina sulle acque, susciterà grandi tempeste.

Ecco, la leggenda dice che i Faraglioni di AcitrezzaACITREZZA-2-MODIFICATA-MANT, sono i massi che Polifemo scagliò quel giorno.

 

ODISSEO – OUDEIS – NESSUNO incarna l’astuzia dei commercianti; la sete di conoscenza che non sfugge il rischio; la fiducia nel proprio obiettivo, che non teme nè le avversità né le ostilità degli uomini; la ricchezza interiore accumulatasi lungo il cammino della vita e temprata dalle prove affrontate coraggiosamente; lo spessore delle esperienze, stratificate e rielaborate a contatto con i tanti popoli da lui conosciuti nel Mediterraneo e in Sicilia.

Infatti, questa grande isola ha avuto una sua preistoria, immigrazioni  e contatti conNAVE FENICIA popoli evoluti, come, per i tempi riferiti, i Fenici, i quali hanno contribuito a diffondere nel Mediterraneo occidentale innovazioni tecnologiche, artistiche e culturali. Tali novità cominciano a plasmare non solo il carattere e il pensiero dei siciliani, ma anche quello della storia e della cultura mediterranea, preparando la formazione dell’Europa e del mondo occidentale.9 

Alla figura di Ulisse si ispirano autori di rilievo, mettendo in luce i lati del suo carattere.

Se Dante lo condanna come consigliere fraudolento, lo ammira, invece, e lo addita per il suo coraggio, per la sua intraprendenza e, più ancora, per la sua sete di sapere che non teme ostacoli né pericoli, e che fa onore all’essenza della natura umana, protesa verso interessi superiori.

Rileggiamo i versi 87 – 142 del XXVI canto dell’Inferno:

 

DANTE

INFERNO CANTO XXVI

         …

         indi la cima qua e là menando,
         come fosse la lingua che parlasse,
90     gittò voce di fuori, e disse: "Quando

         mi diparti' da Circe, che sottrasse
         me più d'un anno là presso a Gaeta,
93     prima che sì Enea la nomasse,

        né dolcezza di figlio, né la pièta
        del vecchio padre, né 'l debito amore
96    lo qual dovea Penelopé far lieta,

        vincer poter dentro da me l'ardore
        ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto,
99    e delli vizi umani e del valore;

        ma misi me per l'alto mare aperto
        sol con un legno e con quella compagna
102  picciola da la qual non fui diserto.

        L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,
        fin nel Morrocco, e l'isola de’ Sardi,
105  e l'altre che quel mare intorno bagna.

        Io e' compagni eravam vecchi e tardi
        quando venimmo a quella foce stretta
108  dov’ Ercule segnò li suoi riguardi,

        acciò che l'uom più oltre non si metta:
        dalla man destra mi lasciai Sibilia,
111   all'altra già m'avea lasciata Setta.

        "O frati", dissi "che per cento milia
        perigli siete giunti all'occidente,
114  a questa tanto picciola vigilia

        de’ nostri sensi ch'è del rimanente,
        non vogliate negar l'esperienza,
117  di retro al sol, del mondo sanza gente.

        Considerate la vostra semenza:
        fatti non foste a viver come bruti,
120  ma per seguir virtute e canoscenza".

        Li miei compagni fec'io sì aguti,
        con questa orazion picciola, al cammino,
123  che a pena poscia li avrei ritenuti;

        e volta nostra poppa nel mattino,
        dei remi facemmo ali al folle volo,
126  sempre acquistando dal lato mancino.

        Tutte le stelle già de l'altro polo
        vedea la notte e 'l nostro tanto basso,
129  che non surgea fuor del marin suolo.

        Cinque volte racceso e tante casso
        lo lume era di sotto dalla luna,
132  poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,

        quando n'apparve una montagna, bruna
        per la distanza, e parvemi alta tanto
135  quanto veduta non avea alcuna.

        Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
        ché della nova terra un turbo nacque,
138  e percosse del legno il primo canto.

        Tre volte il fe’ girar con tutte l'acque:
        alla quarta levar la poppa in suso
141  e la prora ire in giù, com'altrui piacque

        infin che 'l mar fu sovra noi richiuso»

Bellissima l'osservazione che, per bocca di Dante, Ulisse fa ai suoi compagni:

         «Considerate la vostra semenza:
         fatti non foste a viver come bruti,
120   ma per seguir virtute e canoscenza".

 

Le prove che Ulisse affronta lungo il viaggio di ritorno in patria sono tante e ardue, ma temprano il suo animo e lo maturano.

La gente che incontra, amica o nemica che sia, gli propone modi di vita, usi e costumi, diversi , ora da apprendere ora da rigettare e da combattere, ma tali da allargare le sue conoscenze, implementare le risorse del suo spirito, offrirgli nuovi elementi di comprensione e nuovi strumenti, per essere in grado di interagire con l’altro.

Anche Foscolo evidenzia la bellezza spirituale che Ulisse ha raggiunto nelle sue peregrinazioni verso l’amata patria Itaca, pietrosa e arida nella realtà, ricca, bella e desiderabile nel suo animo. A quella meta, per cui ha resistito e ha lottato con forza e grandi sacrifici, è giunto alla fine, felice e soddisfatto, celebrato da Omero, cioè da

«colui che l’acque cantò fatali e il diverso

esiglio, per cui bello di fama e di sventura,

baciò la sua petrosa Itaca Ulisse»

 

E la dimensione della vita come viaggio arricchente, è il tema della poesia di Costantin Kavafis che viene proposta di seguito.

Che l’Uomo non abbandoni mai il suo obiettivo; che non trascuri mai di far esperienze; che non trascuri mai  di apprendere quanto di buono c’è negli altri; che valorizzi sempre quanto appreso; che sia forte, coraggioso e determinato.

La meta raggiunta può sembrare inferiore alle aspettative e di poco valore; ma il premio della grandezza e della ricchezza ottenute nell’animo non ha prezzo.

Che bella la «petrosa Itaca», ricca di affetti da difendere e di cui riappropriarsi con la forza del corpo, con l’esperienza di una vita, con la sicurezza dei sentimenti!

 

Costantin Kavafis :

 

                         ITACA

Quando ti metterai in viaggio per Itaca 
devi augurarti che la strada sia lunga, 
fertile in avventure e in esperienze. 
I Lestrigoni e i Ciclopi 
o la furia di Nettuno non temere, 
non sarà questo il genere di incontri 
se il pensiero resta alto e un sentimento 
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo. 
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo, 
nè nell’irato Nettuno incapperai 
se non li porti dentro 
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga. 
Che i mattini d’estate siano tanti 
quando nei porti – finalmente e con che gioia – 
toccherai terra tu per la prima volta: 
negli empori fenici indugia e acquista 
madreperle coralli ebano e ambre 
tutta merce fina, anche profumi 
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi, 
va in molte città egizie 
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca – 
raggiungerla sia il pensiero costante. 
Soprattutto, non affrettare il viaggio; 
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio 
metta piede sull’isola, tu, ricco 
dei tesori accumulati per strada 
senza aspettarti ricchezze da Itaca. 
Itaca ti ha dato il bel viaggio, 
senza di lei mai ti saresti messo 
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. 
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso 
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

 

Riflessione:

«Quanta realtà c’è nei miti, nelle leggende e nelle epopee dei popoli?»

Ulisse ricorda i Micenei; come loro naviga nel Mediterraneo, prima ancora della colonizzazione dei Greci; conosce i Fenici e, tramite loro, anche gli Egizi e il mondo orientale, con cui quei marinai mantenevano stretti legami.

I Fenici avevano le loro basi sulle coste siciliane, importando ed esportando fra l’occidente della Spagna e della Sardegna e il Vicino Oriente degli Assiri. 10

Già prima dell’età del ferro (circa 1200 a.C.), frequentavano il Mediterraneo, come commercianti; scambiavano merci e prodotti artigianali da una terra all’altra per tutto l’occidente conosciuto. Successivamente oltrepassarono le terribili colonne d'Ercole (Stretto di Gibilterra), viaggiando su quelle acque che costarono la vita ad Ulisse e ai suoi pochi vecchi amici.11

Essi incontrarono e misero in contatto le evolute civiltà  del vivace mondo mediterraneo: Egizi e Micenei, senza lasciare in secondo piano la forza e l’importanza delle culture popolari locali che si manifestano nella produzione artigianale, condizionandola.12

Così come di quella fenicia, si deve parlare di una massiccia presenza micenea nel Mediterraneo, prima della colonizzazione greca, iniziatasi intorno all'VIII secolo a. C. Tale presenza, pur essendo dedita essenzialmente ai commerci e al reperimento di materiale locale, in qualche caso, già allora, diede vita ad insediamenti stabili, come in Sicilia, Puglia, Sardegna.13

Si può dire che Siciliani e Micenei cominciarono a stabilire relazioni fra di loro già nel XVIII secolo e anche un po’ prima14 e che figure come Eracle e Minosse, presenti anche nella mitografia della Sicilia, ne sono testimonianza. 15.

© Antonina Orlando, 06 – 11 – 2014

 

 

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GRAZIE!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1Dizionario Etim. Lingua Ital. – alla voce Ciclope

Claudio Saporetti, Diana Facellina, Ed. Pungitopo, pagg. 88 e 89

3Claudio Saporetti, Diana Facellina, Ed. Pungitopo, pag. 18

4 Claudio Saporetti, Diana Facellina, Ed. Pungitopo, p 34

5 Claudio Saporetti, Diana Facellina, Ed. Pungitopo, p 57

6 Claudio Saporetti, Diana Facellina, Ed. Pungitopo, p 47 e pp. 161 – 162

7 Storia della Sicilia, dalle origini ai giorni nostri, vol. 1 p.38

8 F. Renda, Storia della Sicilia dalle origini ai giorni nostri, vol. 1°, Sellerio editore Palermo, p. 26,27

9 F. Renda, Storia della Sicilia dalle origini ai giorni nostri, vol. 1°, Sellerio editore Palermo, p. 13

10 Sabatino Moscati, Chi furono i Fenici, p. 96

11 Sabatino Moscati, Chi furono i Fenici, p. 54 e p. 159

12 Sabatino Moscati, Chi furono i Fenici, p. 160

13 Sabatino Moscati, Chi furono i Fenici, p. 89

14 F. Renda, Storia della Sicilia dalle origini ai giorni nostri, vol. 1°, Sellerio editore Palermo, p. 37

15 F. Renda, Storia della Sicilia dalle origini ai giorni nostri, vol. 1°, Sellerio editore Palermo, p. 18              

FIORI, GIOCHI, STRANE VERITA’

DAL PASSATO AL FUTURO Racconto n.2

 

Una cascata profumata di eleganti grappoli fioriti, di foglie e di verdi tralci  rendeva fresca e piacevole parte dell’assolato cortile di una grande villa . Sul delicato violazzurro  del maestoso glicine spiccavano qua e là le macchie rosa antico dei grossi fiori di un geranio rampicante, adagiati sul verde intenso delle loro foglie carnose e pendenti dalle fioriere sovrastanti.

GLICINE CON GERANIO

 

        Lì, nell’immobile silenzio del caldo pomeriggio estivo, si rincorrevano voci argentine, risuonando ora allegre ora concitate: erano bimbi che, insieme, a squadre o a gruppetti, si sfidavano nella corsa, si nascondevano, facevano correre o rimbalzare  la palla, gareggiavano con le biciclette.                                                 

palma 1

Lo spazio a loro disposizione era tanto, anche se, da un lato del cortile, accanto al muro dei magazzini, si trovava una bella palma alta, più in là un gelso e, sul lato opposto, di fronte alla palma, un pozzo, chiuso da un pesante coperchio, faceva da base a piante di ogni tipo, tutte fiorite.

Pozzo fiorito

In posizione centrale si trovava un’aiuola con una stupenda rosa bianca. I piccoli se ne servivano in vario modo: poteva avere la funzione di rotonda, poteva fungere da punto di partenza o da  traguardo per le corse in bici o a piedi. Il suo bordo rialzato diventava di tanto in tanto divanetto per le bambine che imitavano le signore in salotto, o panchina per le signorine che si raccontavano, con piccoli sorrisi, le prime attenzioni dei giovanotti.

Persino i gradini di marmo della scala accanto al pozzo servivano per divertirsi:

seduti fianco a fianco al momento della partenza, i bambini si lasciavano scivolare giù velocemente e, di gradino in gradino, arrivavano  ai piedi della scala stessa.

Vinceva chi arrivava per primo. 

Gareggiavano anche nel salto … bisognava saltare quanti più gradini possibile.

Il più “bravo”, o “coraggioso” o “incosciente” che dir si voglia, riusciva a saltare dal primo pianerottolo,

 … e non erano solo i maschietti a sfidare la legge di gravità!      

bimbo e bimba con scala                                                                                                                 

La fantasia infantile era infinita …

chi saliva al secondo pianerottolo poteva aspettare che passasse giù in strada il fruttivendolo o il carrettino del pesce o …

BIMBA IN ALTALENAIn ognuno dei due pianerottoli, da una ringhiera all’altra, legavano molte volte una corda robusta, per crearsi una piccola altalena (altre più alte ve ne erano altrove).   

Quella scala, nelle cui ringhiere in ferro battuto si intrecciavano i ricchi rami del glicine, dopo il primo pianerottolo girava a destra ad angolo retto e, senza più cambiare direzione, interrotta solo da un secondo pianerottolo, raggiungeva il primo piano attraverso un cancelletto.

 Si arrivava così al terrazzino del piano superiore, ombreggiato dalla pergola che il grande albero vi aveva costruito; anche l’attigua terrazza più grande aveva ricevuto la visita del rampicante. Esso si era avvinghiato alla ringhiera, che la delimitava da un lato e che ne permetteva l’affaccio sul cortile sottostante.

La pianta, inoltre, aggrappandosi ai muri che dal terrazzino raggiungevano il terrazzo superiore, si allargava anche lì, per ridiscendere al primo piano, rivestendo la parete di un’antica scala a chiocciola.

Quest’ultima, pure in ferro battuto, metteva in comunicazione le due terrazze grandi.

 

        bimbo su scala chiocciolaIl corrimano della scala a chiocciola serviva spesso da scivolo nei giochi dei bambini, che sentivano crescere la loro gioia in misura direttamente proporzionale all’aumentare delle manifestazioni d’ansia degli adulti.

“Attenti!!!” si udiva su per la scala.

“Uahhhhhh!!!!!” era la risposta che, partendo a squarciagola dall’alto, accompagnava la spericolata discesa. 

                                                         

        Quanti piacevoli quadretti sgorgati da quelle menti inesauribili si potrebbero elencare!!! Quanti girotondi, quante grandi battaglie con i piccoli fucili delle fiere in quegli eterni e incantati pomeriggi, in cui i confini del tempo si dilatavano all’infinito!!!

 

        Ogni tanto qualche litigio, qualche pianto, qualche graffio, … a volte qualche ferita più grave …, ma poi tutto passava e ritornava l’atmosfera magica che nessuno di loro avrebbe mai più dimenticato e che li avrebbe uniti per sempre in qualsiasi luogo si fossero trovati!

IBISCUS

        In quel mondo incantato viveva Anna, una bambina di pochi anni, che abitava al primo piano della villa.

 

bambina azzurra con treccineCon le sue treccine svolazzanti, allegra e spensierata, aveva corso e giocato anche lei in quel caldo pomeriggio estivo assieme ai cugini, dopo aver trascorso la mattinata al mare, ora nell’ acqua, ora sulla sabbia a scavare gallerie e a costruire castelli.

 

 

BAMBINI INSIEME

 

Ormai, però, era giunto per tutti il momento del rientro.

 

       Nessuno di quei bambini avrebbe mai ammesso di essere stanco, ma gli adulti avevano detto che lo erano …: dunque, dovevano rimettersi in ordine e, dopo la merenda, trovare un’occupazione più tranquilla.

BARCHETTA CARTA“Si potevano indovinare i personaggi che a turno ciascuno di loro era in grado di mimare; CAPPELLINO CARTAsi poteva disegnare, si poteva giocare con i legnetti o costruire cappellini, barchette e VENTAGLIO CARTAventagli di carta; si poteva … quanti giochi erano a disposizione, da quelli vecchi a quelli nuovi, tutti da inventare!”. 

E, in verità, sovente si faceva a gara nel proporre giochi nuovi: lo spunto veniva da tutto e da tutti …

“Facciamo finta che tu sei … e che io sono … ?”

e ogni oggetto disponibile diventava qualcos’altro.

 

       LITE BIMBI Attimi di tensione potevano nascere se qualcuno “rubava” un’idea o un ruolo assegnato ad un altro; alla fine, comunque, in modo più o meno tranquillo, indolore e autonomo, cessavano le ostilità, come sempre, e lasciavano il posto al chiarimento, al “bacetto della pace”, ad un accordo.

“Dai, … adesso facciamo pace!” – diceva l’uno all’altro.

Seguiva un secco “No!” iniziale … ma, presto, arrivava la capitolazione, dietro la promessa di un comportamento più ortodosso.

“Promettimi, però, che non mi ruberai più la mia parte!”

… “Va beene!” 

 “ … e neanche le mie idee!”.

“Te lo prometto” …

“ Giuralo! …” 

“Lo giuro!” 

“Allora, facciamo pace”.  

                                                                                        

BACETTO PACEE con l’animo sollevato si poteva ricominciare a giocare tutti assieme.

 

 

NONNA CON ANNA

 

        Anna giocava volentieri con tutti e, se restava da sola, aveva sempre le bambole, le costruzioni e i pastelli; oppure la tartarughina in terrazza, i gattini e i cagnolini per casa.

        Quando si stancava, si sedeva vicino alla sua nonna e le chiedeva di raccontare …

“Nonna, mi racconti della scala che saliva e scendeva, della porta che si apriva e chiudeva …?”  “Nonna, mi racconti del re, bafè, biscotto e manè?” “Mi racconti di quando i siciliani scoprivano i francesi travestiti, facendogli pronunciare la parola ceci?” e … “la fata Morgana …?” e …

L’anziana donna raccontava allora di buon grado, con tanta pazienza e dolcezza.

 

 

TRICICLO

 

        Le stanze dell’appartamento del piano di sopra erano molto grandi e luminosissime.

Una sfociava nell’altra e da questa, attraverso due o tre porte su pareti diverse, si poteva accedere ad altre camere ancora.  

A volte vi era anche una porta-finestra, per  uscire sul balcone.

Gli ambienti sembravano diramarsi in ogni direzione , per allontanarsi uno dall’altro e per reincontrarsi di continuo.

Anna giocava tantissimo passando da una camera all’altra, specie d’inverno, quando, nelle giornate peggiori, le era permesso di aprire tutte le porte e attraversarle con il suo triciclo o con la sua prima biciclettina a due ruote.

        Immersa in quelle grandi stanze,la bimba cominciava a conoscerne ogni angolo.

Osservava molto il mondo che le stava intorno ed era molto curiosa.

Chiedendo e ascoltando veniva a conoscenza di realtà straordinariamente interessanti; seguendo i racconti, immaginava, costruiva legami, imparava abitudini e tradizioni.

Ben presto seppe che ognuna di esse aveva tante storie da raccontare.

Lei, guardando le pareti colorate e i soffitti abbelliti da rami e foglie, le ascoltava dalla voce di chi le parlava di altri nonni, zii, fratelli e cugini, vissuti in un’epoca imprecisata e di cui vedeva le immagini in vecchie foto.

“Quanto tempo fa dovevano essere vissuti!” –  pensava.

Li collocava in un remoto passato e, per quanto le era possibile, si spingeva indietro, indietro negli anni che non le appartenevano, senza essere in grado di comprendere che in realtà alcuni di loro erano andati via per sempre soltanto da poco tempo.

“Come può essere?”, si chiedeva, “Io non li ho mai visti!”

“Ad un bambino sembrano infinitamente lontani personaggi, avvenimenti e epoche anteriori alla sua nascita. Gli sembra, infatti, che appartengano al mondo delle fiabe, il cui racconto inizia con – c’era una volta” –  … qualcuno le spiegava ….

        La mamma, la nonna, il papà, gli zii discorrevano spesso di quelle persone straordinarie , quando parlavano tra di loro.

“Chi sono, dove si trovano?” – chiedeva.  

Le risposte ottenute lentamente le aprivano le porte di un castello misterioso e le rafforzavano quel significato del succedersi della vita che si andava delineando nella sua testolina.

 

                     CARAMELLA MONOCOLO         CARAMELLE 1    CARAMELLE 2   CARAMELLE 3     

 

        Sui mobili o dentro alcuni cassetti erano conservati con cura tanti ricordi.

Uno di essi, un giorno, colpì la sua fantasia e la sua curiosità…

Rovistando appunto dentro uno di quei cassetti, mentre intorno altri erano affaccendati nei normali lavori domestici, notò un piccolo vetro rotondo, inserito in un anello di metallo.

“Cos’è?” – chiese, prendendolo e guardandolo con fare interrogativo.

Quale non fu la sua meraviglia,quando sentì rispondersi che quel vetro rotondo si chiamava caramella!

Fino a quel momento l’unica caramella di cui aveva esperienza era colorata, dolce e si poteva mettere in bocca, masticarla o lasciarla sciogliere.

        Più grande avrebbe conosciuto molte altre parole, che potevano essere adoperate con significati diversi.Le avrebbero raccomandato perciò di usarle e di interpretarle con attenzione, tenendone presente referente e contesto.

 

        Gli adulti si muovevano con destrezza  fra mille attività ed erano tenuti in gran conto. Perciò Anna voleva provare a fare come loro, cimentandosi nei loro lavori e cercando di dimostrare che ne era capace.

        Appena vedeva le donne che cucinavano, per esempio, prendeva la sua sediolina, l’accostava alla cucina, salendovi sopra, e, con il loro aiuto, mescolava facendo girare il cucchiaio di legno dentro la grossa pentola, per non fare “attaccare” il cibo.                                                     ANNA E NONNA IN CUCINA

 

“Devo stare molto attenta” ripeteva tra sé.

Le avevano spiegato, infatti, due cose importanti:

primo, era facile scottarsi e farsi molto male (si ricordava bene che una volta le bollicine del puré di lenticchie le erano “scoppiate” sulla manina … che dolore!!!); secondo, se non mescolava bene, il cibo si “attaccava” al fondo della pentola, si abbrustoliva e tutto avrebbe assorbito un aspro gusto di fumo …

“Ma perché succede questo?!”.

Osservò bene allora la fiamma sotto non dentro la pentola e ne dovette chiedere la spiegazione.

Lungo il cammino di quei primi anni di vita, quante altre verità la meravigliarono!!!

 

        GRANITA LIMONE.jpg 2Un mattino d’estate, vicina ormai ai cinque anni, essendo già grande abbastanza, scese con la mamma e la nonna a comprare la granita.    

        Dovete sapere che in estate molte famiglie di quel piccolo paesino siciliano, in cui viveva la protagonista del nostro racconto, avevano l’abitudine di far colazione con la granita, ma, non avendo ancora il frigo, dovevano comprarla.

Pochi anni dopo, con l’arrivo del nuovo elettrodomestico, avrebbero potuto farla in casa e Anna avrebbe imparato a prepararsene una, buona e sostanziosa, con latte e caffè. 

        Quel mattino, dunque, appena Anna sentì avvicinarsi il carrettino e la voce che sempre più chiaramente annunciava: “Granite! Limone! Caffè! Fragola!”, prese il suo bicchiere di vetro e giù per la scala principale che scendeva fino in strada.

Se lo fece riempire con granita di limone … ne sentì la frescura, appena riavutolo in mano.

Felice, pian piano ritornò a salire con l’acquolina in bocca.

Ma …, dopo pochi gradini, il refrigerio provato qualche istante prima si andò trasformando in sofferenza.

“Ahi, ahi!”.

Si sentì “bruciare” le manine e fece fatica a reggere il bicchiere.

“Mamma, mamma, brucia!”, esclamò a voce alta.

“Ma no, che non brucia!”, fu la risposta.

“Sì, sì! Brucia, bruciaaa!!!”.

Il bicchiere stava per cadere … fece appena in tempo a metterlo nelle mani della nonna, che intanto le si era avvicinata, quando arrivò improvvisa e incomprensibile la spiegazione:

“Tu senti bruciare, perché il bicchiere è freddo!”

“…. !!!! …. ????? …. !!!!! ….” 

Anna non capì: le manine erano doloranti … la testa confusa!!

“Cosa vuol dire brucia, perché è freddo!?!?!?”.

 Associò immediatamente questa verità incomprensibile ad una precedente esperienza che l’aveva lasciata dubbiosa per qualche tempo.

       Era andata a comprare del pane dal panettiere vicino casa. Prima di uscire, le era stato raccomandato di prenderlo fresco.

“Mi dà, per favore, un chilo di pane fresco? –  si premurò a sottolineare Anna, mentre faceva l’ordinazione alla signora dietro il banco.

Ne ricevette un sacchetto di carta: era molto caldo.

Provò timidamente ad insistere che il pane doveva essere fresco.

Ma la risposta fu che andava bene così.

Uscì dalla bottega poco convinta e ritornò pensierosa sui suoi passi. Era molto insicura e preoccupata per le prevedibili reazioni che l’aspettavano.

                                      Mamma scala Anna pane                                                                                                   

Quando arrivò, la mamma l’attendeva in cima alla scala, e lei, piccolina, in basso:

“… gliel’ho detto di darmelo fresco, ma me l’ha dato caldo …!!!” – esclamò imbarazzata, cercando di scusarsi.

La reazione della mamma la colse di sorpresa …..

Un piccolo sorriso benevolo … e poi …

“ Il pane è caldo, perché è fresco!

“……. Ehhh?!?!?!?………”

       Aveva fatto appena in tempo a mettere al sicuro il bicchiere, grazie al previdente sopraggiungere della nonna, quando dovette concentrarsi su una nuova spiegazione:

“Se tocchi un corpo gelato, la sensazione che provi è simile  al bruciore … e possono esserci conseguenze spiacevoli!!”

       La mamma meritava rispetto e fiducia. Così accettò anche questa volta la sua spiegazione ….. ma sul momento non la capì molto bene!!

 

        Dopo aver preparato una buona cenetta, rimestando con cura e salvando il cibo dal fuoco che era sotto la pentola, la bimbetta corse da papà.

 

 

        Egli, un uomo ormai di mezza età, non era di molte parole e aveva un atteggiamento modesto e bonario, ma nello stesso tempo un’espressione dignitosa e severa. Attento e comprensivo nei confronti dei figli, faceva loro sentire, tuttavia, che non potevano permettersi troppe libertà, senza dover ricorrere per questo ad alzare troppo la voce o a infliggere punizioni di sorta.

Le risposte che forniva alle domande più complicate sapevano essere semplici, chiare e corrette nella loro essenzialità.

Aveva, infatti, una mente eclettica, che si occupava dei più diversi argomenti, rielaborandoli e comunicandoli, secondo l’età e la cultura dell’interlocutore.

Spesso mostrava di essere dotato di un sottile humour e di una grande capacità di osservazione. I suoi giudizi difficilmente erano errati.

Anna aveva capito che era capace di fare tante cose, oltre al suo lavoro, e quante cose sapeva! Aveva sempre una risposta per qualunque domanda.

Praticava parecchi hobbies:

non era ingegnere, ma progettava e disegnava come se lo fosse; non era un falegname, ma ne usava gli strumenti e costruiva oggetti, come se lo fosse; non era laureato in matematica, ma la conosceva benissimo; sapeva suonare e cantare e in molti si rivolgevano a lui per consiglio.

 

parole crociate

Spesso dedicava il suo tempo libero alle parole crociate.

Lei lo ammirava così concentrato e in grado di scrivere in tutti i quadratini

“Come riesce a rispondere a tutto?” –  si domandava.

        Imparò da lui gradualmente: prima ad annerire gli spazi segnati dai puntini del “cosa apparirà”, per ricavarne un disegno; poi, ad unire i numerini della “pista cifrata”, per scoprire la figura che vi si formava. Poi ancora a risolvere i rebus; quindi, a rispondere ai quesiti.

 

CARTE FRANCESI

        Quando non aveva voglia di disegnare né di unire i puntini, Anna chiedeva al papà di fare i giochi di prestigio o di giocare a “dama” o a carte.

Giocavano a lungo (o forse il tempo continuava a dilatarsi per lei?).

Le prime carte che Anna riuscì ad utilizzare furono quelle di dimensioni ridotte. Se non le aveva, doveva tenere quelle “normali” appoggiate sul tavolo e giocarle una ad una.

GIOCATORI A TAVOLOTutte le volte che “i grandi” si incontravano e “facevano una partitina”, li guardava, seguendo incuriosita il mistero di tante lunghe riflessioni, come pure la stranezza dei cenni che rimbalzavano da un giocatore a quello di fronte.

“Papà, posso giocare anch’io?” chiedeva la piccola Anna, “scalando” la sedia vuota vicino al tavolo dei giocatori.

“Vieni, siediti qua vicino”, rispondeva l’uomo dall’aspetto severo, ma disponibile e comprensivo, come i papà sanno essere.

La bimba si accomodava allora accanto al suo papà.

“Mi fai giocare con te? Come si gioca?”

“Giochiamo insieme” – rispondeva lui.

“Posso tirare io la carta?” – chiedeva lei, paga e felice – e, quando ne aveva ricevuto il permesso formale, prendeva dalle sue mani la carta che lui le indicava e la buttava orgogliosamente sul tavolo.

        I giochi più semplici si imparavano tra bambini.

Anche Anna imparò dai cugini più grandi.

Le regole e le tecniche più complicate, invece, le imparò dal papà, che, quando fu più grandetta, le insegnò a giocare anche con le carte francesi.

        La tecnica era sempre la stessa:

osservarlo, mentre giocava con gli altri; ascoltare poche e semplici spiegazioni; provare successivamente con lui a carte scoperte, per essere aiutata e consigliata “sul campo”; in ultimo tenere le carte in mano rivolte a se stessa e affrontarlo da vera avversaria.

“Ho vinto!!!” esclamava soddisfatta alla fine di quasi tutte le partite.

Infatti, le prime volte la vittoria arrivava frequentemente e con lei la sensazione di essere “brava”.

Poi, pian piano, vincere fu sempre più difficile:

“Hai vinto tu … !” – doveva ammettere sempre più spesso con rassegnazione .

Riconobbe allora che papà era veramente bravo e lei non era più una bambina piccola:

se qualche volta voleva riuscire ad avere la meglio, doveva utilizzare tutti i consigli e tutti gli insegnamenti ricevuti e doveva stare più attenta.

ANNA PENSACosì si disse:

“Adesso mi metterò veramente d’impegno, userò con attenzione tutti i consigli che lui mi ha dato e le tecniche che mi ha spiegato e gli farò vedere che sono capace di vincere, come i grandi … !!!”

 

© Antonina Orlando  Agosto 2014

CONCERTO IN CRESCENDO

CONCERTO IN CRESCENDP

 

Sabato 10 Maggio 2014, alle ore 21, presso il teatro Cottolengo, in via Cottolengo, 12 – Torino, gli ex-allievi e gli allievi della Sc. M. St., ad indirizzo musicale, “P. GOBETTI” di Rivoli – To, si sono esibiti in concerto.

 

orchestra

 

L’orchestra giovanile, di cui fanno parte, è nata nel 2010 ed è composta attualmente da trentuno elementi, di cui ventuno ex-allievi. Essa partecipa, sia sul territorio che fuori, ad eventi e iniziative musicali, culturali e di beneficenza.

Come sempre, i ragazzi hanno dato prova di entusiasmo e bravura nell’esecuzione dei brani musicali proposti dai loro insegnanti.

 

 ragazze con violino                                                                 

                                                                                                                                                                                                                                 

I proff. Silvia EURON (flauto traverso), Ugo FIAMINGO (violino), Stefania MAIO (pianoforte) li hanno preparati e continuano a prepararli, trasmettendo loro amore per la musica, sensibilità e cultura.

 

ragazzi con tastiera

 

 

Durante l’esecuzione dei brani, oltre alla veste di direttori d’orchestra, essi hanno continuato ad indossare quella di insegnanti e hanno comunicato suggerimenti, richieste, incoraggiamenti e soddisfazione sia con la parola, che con un attento linguaggio visivo, ben compreso dagli allievi.

 

 

   Euron dirige                           

 

 

Fiamingo direzione

                                              

 

                                                         

 

Punto di riferimento in ogni situazione, hanno reso la serata piacevole e sono intervenuti in modo veloce e discreto, per risolvere con perizia qualche piccolo inconveniente, di ordinaria amministrazione, come musica fuori posto, dubbi, rottura di una corda di violino.

 

 

                                                              

   Maio aiuta                                                                                                                                                                                                     

                    

 

Fiamingo applaude

 

 

Fra i molti momenti formativi della serata, va ricordato quello che ha visto gli insegnanti suonare con i loro strumenti, seduti nell’orchestra assieme agli allievi.

 

   Fiamingo nell'orchestra                                                            Euron nell'orchestra                                                                

 

Uno spettacolo veramente molto piacevole, da cui sono emersi la motivazione, la forza di volontà e il costante esercizio dei ragazzi, ma anche la capacità di  INSEGNANTI  altrettanto motivati, decisi e preparati.    

 

BRANI ESEGUITI

 

Un brano fuori programma ha aperto la serata:

L’AVEMARIA DI GOUNOD, suonata dalle giovani MARTINA, al flauto traverso, e GIULIA, alla tastiera.

A seguire:

NEW YORK, NEW YORK                  

J. Kander

THE PINK PANTHER

H. Mancini

BOLERO

arrangiamento di Ugo Fiamingo

M. Ravel

STAR WARS (MAIN THEME),

dal film della Saga omonima, arrangiamento di Silvia Euron

J. Williams

VALZER n. 2

dalla “Suite per Orchestra di Varietà”

D. Shostakovich

NELL’ANTRO DEL RE DELLA MONTAGNA

Dall’Opera “Peer Gynt”

E. Grieg

LA DONNA E’ MOBILE,

dall’Opera “Rigoletto

BRINDISI (LIBIAMO NE’ LIETI CALICI),

dall’Opera “La Traviata

arrangiamento di Ugo Fiamingo

G. Verdi

RADETZKY- MARSCH

J. Strauss padre

HE’S A PIRATE,

dai film della saga “Pirati dei Caraibi

arrangiamento di Andrea Tedesco

K. Badelt e

H. Zimmer

 

Antonina Orlando

© Antonina Orlando  Maggio 2014 

PREISTORIA E PROTOSTORIA DI MILAZZO

 

 

 

 ingresso sito archeologico milazzo 

 

Entriamo con  Alessandro (presidente dell’associazione Siciliantica) e con Tanya (tesoriere dell’associazione Siciliantica) nel sito archeologico di Milazzo…

… vi troviamo testimonianze di strutture risalenti al bronzo antico siciliano (XVIII- XVI sec. a. C.), ma tutta la zona fu abitata per l’intera età del bronzo, cioè dal II millennio al X sec. a. C., e sembra facesse parte di un complesso che si allargava a tutta la parte orientale della rocca su cui si trova il castello della cittadina.

Ci avviamo dapprima alla pianta del sito, per capire la disposizione dello stesso e l’ubicazione delle capanne che vi si trovavano. Qui, infatti, sorgeva un villaggio preistorico con capanne ovali.

 

pianta sito archeologico milazzo blog

Sito Archeologico Preistorico “Viale dei Cipressi” Milazzo – Pianta Partendo da sinistra: capanna n. 3, capanna n. 2, capanna n. 1

 

Avviciniamoci adesso alla capanna n. 1, una delle cinque del sito. Essa, più a monte rispetto alle altre, si presenta di forma ovale e di dimensioni eccezionali e ricorda la grande capanna delta IV dell’Acropoli di Lipari, l’unica che le si possa avvicinare per estensione e per caratteristiche costruttive. E’ divisa in due ambienti, abside e vano principale con focolare, da un muro-tramezzo. Gli scavi hanno messo in luce vari reperti (n. 101) di diversa tipologia, in particolare domestica.

 

capanna 1

Sito Archeologico Preistorico “Viale dei Cipressi” Milazzo –Base della capanna 1, risalente all’età del bronzo.

 

La capanna 2, riconoscibile e visitabile, presenta anch’essa una pianta ovale, ma è piuttosto mal conservata, perciò, dopo aver esaminato la capanna 1, ci soffermiamo ad osservare la capanna 3, ben conservata, con profilo ovale e irregolare. Anch’essa ha al suo interno un focolare per le esigenze quotidiane del complesso.

 

Focolare capanna 3

Sito Archeologico Preistorico “Viale dei Cipressi” Milazzo –Il focolare della capanna 3, risalente all’età del bronzo.

 

Apprendiamo che, nella prima età del bronzo, era sorto un villaggio di sei capanne ovali a Capo Graziano, un promontorio dell’isola di Filicudi. Da Capo Graziano deriva il nome di Civiltà di Capo Graziano, dato alla civiltà eoliana di questo periodo. Le sepolture del villaggio sono situate nella zona meridionale del promontorio [1] . Alla civiltà di Capo Graziano (oltre che all’interno del Bronzo Antico siciliano) si ricollega il villaggio di Viale dei Cipressi, unico esempio in Sicilia di questa civiltà. Peraltro, come dice L. Bernabò Brea, altri reperti ritrovati sulla costa della Sicilia nord-orientale, nonché un frammento di tazza-attingitoio con manico lungo del tipo conosciuto a Tindari e a Longane e ritrovato a Capo Graziano, fanno ipotizzare una particolare forma di civiltà per la Sicilia nord-orientale, di cui recentemente si è cominciato a trovare qualche reperto e di cui, attualmente, si sa pochissimo. Essa sarebbe della stessa età delle culture di Capo Graziano (Filicudi), di Castelluccio (nel Siracusano) e della Moarda (nel Palermitano) [2] . Gli scavi che stiamo osservando sono recenti (vanno da 1995 al 2005) e interessantissimi e ci rammarichiamo che per motivi economici non possano continuare, dal momento che facilmente si intuisce la grande estensione che doveva avere il villaggio lungo la zona orientale del promontorio su cui si trova il castello. Completata la visita agli scavi, siamo curiosi di conoscere sia i reperti rinvenuti nella capanna n. 1, sia quelli rinvenuti in altri insediamenti e necropoli del territorio, su cui sullo scorcio dell’VIII secolo a. C. Zancle avrebbe fondato Mylai, la sua prima subcolonia, assicurandosi il possesso di una fertile Piana e di un’ampia insenatura portuale, punto strategico per il controllo della rotta tirrenica e dell’accesso allo Stretto.   Così, accompagnati sempre dalle nostre brave e disponibili guide Tanya e Alessandro, ci dirigiamo verso l’Antiquarium “Domenico Ryolo”, nel centro abitato di Milazzo. Qui abbiamo modo di visionare molto materiale, di cui di seguito riportiamo qualche esempio:

 

Anfora Castellucciana  1

Anfora Castellucciana, rinvenuta all’interno della capanna 1 del sito di viale dei Cipressi e risalente all’età del bronzo antico (XVIII – XVI sec. a.C.). Unicum, vaso importato dall’area etnea.  

 

Dolio di origine liparota   2

Dolio di origine liparota, rinvenuto allinterno della capanna 1 del sito di viale dei Cipressi e risalente all'Età del Bronzo antico (XVIII – XVI sec. a. C.), per derrate alimentari

 

Foto-0018  3

Pithos, contrada S. Papino, usato in contesto funerario, secondo il tipico rituale che prevedeva la deposizione singola dell’inumato in posizione fetale (enchytrismòs)  (XVIII – XV sec. a.C.)

 

Foto-0019 urna cineraria 4

In basso a sinistra, urna cineraria, via XX  Settembre, età del bronzo recente – finale (XII – X sec. a.C., facies Ausonio I – II).  Prova della presenza di gente di origine continentale, perché la necropoli protovillanoviana è attribuita a quelle popolazioni provenienti dalla penisola italiana (gli Ausoni della tradizione letteraria) che occupano nel XIII sec. Lipari e, sullo scorcio del XII sec. a.C., Milazzo.

 

Foto-0048 Coppa (calcidese) a occhioni, 5

Coppa (calcidese) a occhioni, rinvenuta nella tomba 7 di via Pietro Gitto. necropoli meridionale tra la fine dell’VIII e gli inizi del III sec. a.C. Era pertinente a una sepoltura risalente alla fine del VI sec. a.C.

 

WP_000063 Amphoryskos in pasta vitrea 6

Amphoryskos in pasta vitrea, rinvenuto in piazzetta De Andrè (una delle zone interessate in antico dallo sviluppo della c.d. necropoli meridionale tra la fine dell’VIII e gli inizi del III sec. a.C.), pertinente a unasepoltura infantile della metà del VI sec. a.C.

 

WP_000064 Cratere a colonnette 7

Cratere a colonnette, corredo della tomba S. Giovanni (una delle zone interessate in antico dallo sviluppo della c.d. necropoli meridionale tra la fine dell’VIII e gli inizi del III sec. a.C.), la sepoltura è un unicum per tipologia sepolcrale, rito, ricchezza e varietà dei reperti rinvenuti.

 

WP_000068 Corredo della tomba 5 8

Corredo della tomba 5 di contrada S. Paolino (Cooperativa Serena), sepoltura pertinente a una adolescente. Tra i molti oggetti che dovevano accompagnare la piccola defunta nel suo viaggio ultraterreno, due tipi di imbarcazione prodotti dai ceramisti: quello con scafo particolarmente allungato, talora provvisto a prua di un rudimentale rostro, che verosimilmente prese come modello imbarcazioni da guerra, e quello con scafo panciuto, capiente, che ebbe a modello un particolare tipo di imbarcazione mercantile, comunemente diffuso in Sicilia e in Italia meridionale tra le fine del IV e il III secolo a.C. .

   

Osservando i reperti, non possiamo non pensare ad un mondo tanto lontano, tanto diverso dal nostro, eppure tanto reale e presente con le sue testimonianze archeologiche. Nel complesso di Viale dei Cipressi e all’Antiquarium abbiamo immaginato gente che, usando il materiale a disposizione, si è costruita capanne e focolari, necropoli per i propri morti, contenitori per conservarne il corpo o urne per le ceneri, corredi e porta unguenti per la loro vita ultraterrena. Oggetti provenienti da Lipari (come vasi e ossidiana), dalle zone dell’Etna, da Micene o dall’oriente con il commercio di Egei e Fenici, ci raccontano dell’intensa attività che si svolgeva anche sul tratto di Mediterraneo che si estende dall’odierna Milazzo alle isole eolie, in particolare Lipari, e da Milazzo verso la costa tirrenica nord-orientale e occidentale, nonché verso l’entroterra. Immaginiamo vecchi abitanti e popoli nuovi che arrivano; abitudini che si formano e si trasformano a contatto con nuove genti; ripetute emigrazioni e profughi i quali, sotto la spinta di altri popoli che occupano le loro terre, sono costretti a loro volta a cercarne altre su cui vivere, scontrandosi con gli indigeni, sostituendosi ad essi o anche raggiungendo una convivenza pacifica; commercianti [3] , che portano con sé il corredo delle proprie conoscenze e che trasferiscono da una gente all’altra non solo merci, ma idee, miti, divinità, tecniche, prodotti, coltivazioni. Così, negli anni sin qui esaminati, si sono avvicendati, in questa parte di terra, per abitarvi o per porvi basi commerciali, Sicani, Siculi, Ausoni, Fenici, Greci [4] .

Con gli Ausoni, giunti qui dopo essersi insediati a Lipari, Milazzo conosce la cultura protovillanoviana, come testimonia l’urna cineraria della foto n. 4 (torna su).

Prima dell’arrivo dei popoli d’urne, sia qui, a Milazzo, che a Lipari i morti venivano inumati in posizione fetale, utilizzando contenitori come il pithos della foto n. 3 (torna su).

L’abitudine di arricchire la sepoltura con tutto ciò che si pensava potesse servire al defunto o allietarlo nell’al di là, è tipica dei popoli del bacino del Mediterraneo che ce ne hanno lasciato testimonianza nei reperti rinvenuti nei vari siti. Nella foto n. 7 è possibile vedere uno di quei crateri, in cui si mescolavano vino e acqua, da bere durante i simposi. Prima del pasto, infatti, in un grande vaso chiamato cratere, si mescolavano in quantità più o meno varia, a seconda delle circostanze, vino e acqua. I servi attingevano al cratere con mestoli o con tazze e riempivano le coppe dei convitati [5]  (torna su).

Nella foto n. 8, si vedono due tipi di imbarcazione che dovevano accompagnare una piccola defunta nel suo viaggio ultraterreno (torna su).

La pasta vitrea è un materiale usato originariamente in Oriente, ma, grazie ai Fenici, che con il commercio mettono in relazione Oriente e Occidente, oggetti in pasta vitrea si diffondono nel Mediterraneo, dove spesso sorgono laboratori. Nei laboratori della Sicilia, per esempio, vengono prodotti oggetti e monili che poi saranno venduti sia nei mercati occidentali che in quelli orientali. Nella foto n. 6 è riprodotta un’anforetta in pasta vitrea appartenente ad un corredo per una sepoltura infantile (torna su).

 Il dolio della foto n. 2 è di origine liparota ed è stato rinvenuto all’interno della capanna 1 del sito di viale dei Cipressi; risale all’età del bronzo antico (XVIII – XVI sec. a.C.) ed era usato per conservare derrate alimentari (torna su).

Il vaso della foto n. 1  è un vaso di prestigio proveniente dall’area etnea; esso ci informa sulle relazioni tenute dagli abitanti del nostro villaggio con i popoli vicini, sull’importanza della capanna 1, in cui è stato ritrovato, e sullo scopo cui essa era destinata (torna su).

Nella foto n. 5 vi è l’immagine di una coppa calcidese; essa richiama le reciproche influenze artistiche e culturali dei popoli del Mediterraneo. Gli occhi che vi si vedono raffigurati, infatti, hanno una valenza magica che appartiene originariamente al mondo egizio (deriva forse dall’occhio apotropaico del dio Horos?). Importazione e imitazione di oggetti egizi furono notevoli presso i Fenici e con esse l’assorbimento e il trasferimento ad altri popoli di mentalità e credenze. A questo si aggiunga che i Greci ebbero un ruolo importante nei commerci tra la Fenicia e l’Occidente ed erano stabilmente in contatto con i Fenici nelle basi commerciali sia asiatiche che occidentali [6] . Va inoltre ricordato che Messina fu fondata dai Calcidesi [7] nell’VIII secolo, che la coppa in foto era pertinente ad una sepoltura del VI sec. a. C. e che la formazione della c.d. necropoli meridionale, in cui essa si trovava, va dalla fine dell’VIII agli inizi del III a. C. Dunque, l’occhio apotropaico potrebbe essere arrivato in Sicilia dai Fenici, ma sicuramente anche i Greci contribuirono alla sua diffusione, così come tutta la cultura del Mediterraneo. Il Mediterraneo della preistoria e della protostoria è un pullulare di popoli diversi che portano attività e sviluppo tecnologico; essi solcano il mare costruendosi tecnologie sempre più avanzate e facendo circolare assieme alla merci idee e progresso (torna su).

 

[1]  L. Bernabò Brea, La Sicilia prima dei Greci, 1982, Il Saggiatore, p. 98 – 99

[2] L. Bernabò Brea, La Sicilia prima dei Greci, 1982, Il Saggiatore, p. 115

[3] Cfr. trattazione sui commerci nel corso “Il Mediterraneo” della categoria Mediterraneo.

[4] Nella parte riguardante la Sicilia delle origini, approfondita nei corsi sul Mediterraneo, si tratta più diffusamente di Ciclopi, Lestrigoni, Sicani, Siculi, Ausoni, Fenici, Greci e delle scoperte che avvalorano quanto tramandato da miti e leggende.

[5] Cfr. Storia dell’alimentazione in Un viaggio interculturale: sapori mediterranei, a cura di A. Orlando

[6] Sabatino MOSCATI, Chi furono i Fenici, SEI, 1992, p. 123, 124

[7] Heurgon, Il Mediterraneo occidentale, p. 122  

 

L’uso odierno della ceramica, per esempio, tanto diffusa nel Mediterraneo, risale alla necessità dei primi uomini di costruire utensili. Molte fabbriche di ceramica ancora oggi in Sicilia, accanto alla produzione di soggetti contemporanei, riproducono immagini e recipienti dell’antichità.

 

anforetta Pippo 1                                                                            portavasi Pippo

anforetta Pippo 2

 

Piatto Pippo

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Gabriella Tigano, Laura Bonfiglio, Gabriella Mangano, Piero Coppolino

 

l'Antiquarium archeologico di Milazzo. Guida all'esposizione.

Messina: Sicania

2011

  L. Bernabò Brea

   La Sicilia prima dei Greci.

 

Il Saggiatore

1982

  Sabatino MOSCATI

   Chi furono i Fenici

SEI

1992

 

brochure

Milazzo – L'antiquarium "Domenico Ryolo" e il sito archeologico di viale dei Cipressi

 

 

 

 

 

RINGRAZIAMENTI

 

Si ringraziano sentitamente per la gentile e importante collaborazione

     

Alessandro Ficarra presidente dell'associazione SiciliAntica Milazzo  

Tanya Pensabene, tesoriere dell'associazione SiciliAntica Milazzo  

Ceramica e dintorni di Antonietta Gerbino http://www.ceramicaedintori.nent  

 

 © Antonina Orlando Aprile 2014

 

             

CULURGIONES

 

foto culurgiones

E' un piatto tipico, originale e unico delle zone dell'Ogliastra e della Barbagia di Seui: culurgiones (o culurgionis, culurxionis, culingionis).
Si tratta di ravioli di forma oblunga a mezzaluna caratterizzati dalla chiusura a spighetta fatta a mano e ripieni di patate lesse, menta, aglio, pecorino fresco, formaggio casevita (detto anche viscidu), il quale è un formaggio sardo in salamoia (in mancanza di questo aumentare la dose di pecorino),olio.

 

Il mio racconto

HO RICAMATO IL SAPORE


Marianna distende con mani delicate e premurose la tela di bisso sul ripiano del tavolo. Passa e ripassa il palmo morbido per sentire la consistenza dell'ordito e della trama intrecciarsi sotto la lieve pressione. Chiude gli occhi, come fa di solito, quando compie questo gesto. Gesto che sa di attenzione e di cura. Gesto che nasce dalla sua sensibilità di giovane donna avvezza alla ricerca del bello.
Fra tutte le ragazze da marito del paese Marianna ha il corredo più ricco.
Corredo fine, corredo raffinato, frutto di un lavoro svolto dall'alba al tramonto per giorni e giorni con dedizione estrema.
Tovaglie, fazzoletti, teli da bagno, lenzuola, federe, centrini, sono nati sotto le mani delicate e forti di questa giovanetta che svolge questo compito come se fosse in suo possesso il gesto ultimo della creazione.
«Ha mani d'oro» dicono di lei le donne.
Marianna non se ne cura, adombra con un fare umile, gli elogi e i complimenti delle comari.
Per lei è pratica normale il ricamo, il macramè, l'uncinetto, il tombolo, il cucito; così come scegliere il tessuto migliore, cercare l'armonia dei colori, infilare spedita ma senza fretta il filo nella stoffa dandogli la giusta pressione e la corretta consistenza, formare nodini che s'intrecciano in delicati pizzi, avvitare frange, forgiare filè.
E così nel ricamo dalle sue mani e dal passare nella stoffa di delicati fili di colore pastello nascono fiori, pavoni, viticci e racemi che vanno a riempire in delicate campiture orli e risvolti, trine e balze.
«E non avete ancora visto il costume. Il corredo è nulla in confronto!» dice l'amica in un soffio lieve alle orecchie delle comari.
Marianna lo sa che nella grande cassapanca intarsiata di legno di castagno si cela il suo vero tesoro. Spesso quando è a casa da sola apre il pesante coperchio e s'incanta a guardare al suo interno.
Qualche volta, ma solo se è sicura di non poter essere disturbata, tira fuori tutto e lo posa sul letto; ed ecco che la bianca silente stanzetta si illumina di un fasto rilucente multicolore e chiassoso. Deve accostare gli scuri Marianna perchè i bassi raggi del sole pomeridiano fanno troppo baluginare l'oro dei ricami.
Non ha lesinato di aureo filo Marianna quando evidenziava i contorni dei racemi e i pistilli all'interno dei fiori della gonna. Tocchi di luce ha infuso nei petali rossi e blu della blusa. E che dire della verzura dorata a punto pieno che prende rilievo nel grande sciallo nero? Si contano le ore di laborioso lavoro in quel tripudio di punti a catenella, a bandera, erba, crociati.
Ore che non sono state tolte ad altre mansioni, o vani trastulli, perchè la vita di queste giovani donne è imperniata sulla costruzione di questi piccoli tasselli che andranno a costituire il mosaico della loro vita futura.
Nel chiuso delle loro stanze silenziose, o delle cucine rumorose, con la luce diretta che penetra dalla finestra, o con quella sghimbescia e tremolante della fiammella dei lumi, preparano frammenti della loro personale e autonoma vita domestica.
Verrà un giorno in cui fra parti recitate e frasi ad effetto ormai consuete anche Marianna esporrà in pubblico il suo corredo sul grande carro bardato a festa come i buoi che lo trascinano e sulle piatte canestre che le amiche porteranno in testa.
Il corredo prenderà la strada che dalla casa paterna conduce alla casa sponsale dove verrà riposto in un altro grande cassone intarsiato di legno di castagno che lo celerà insieme ad una nuova trovata intimità.
«Marianna vieni ad aiutarci a fare i culurgiones?» chiede la madre già circondata dal femmineo parentado.
Sono tutte intente a lavorare la pasta di semola e acqua; deve risultare un impasto morbido, ma tenace ed elastico. Le donne hanno risvoltato i bordi dei grandi fazzoletti sulla testa e rimboccato le maniche delle candide camicie. I polsi si piegano sotto l'impasto, qualcuna prende il matterello e comincia a stendere la pasta in una larga e sottile sfoglia circolare. Le giovinette sono addette al taglio con la tazza. Devono risultare cerchi perfetti e tutti uguali. Alcune di loro prendono l'impasto e lo collocano al centro. Si sprigiona nell'aria un incrocio di profumi diversi che sanno di patata bollita, strutto, formaggio fresco, aglio e menta. I sentori diversi si uniscono insieme e sanno di ripieno e di pienezza.
Marianna con il dito prende un po' dell'impasto, l'annusa e chiudendo gli occhi lo porta alla bocca.
«Marianna che fai?» le chiede guardinga l'amica.
Sorride la ragazza colta in fallo, ma non può proprio resistere alla bontà che si sprigiona da esso.
Che cose buone ha fatto il Signore, pensa.
E come siamo state brave noi donne a metterle insieme custodendole dentro questo involucro che ne conserva ed esalta profumo e sapore, aggiunge.
Nel frattempo le donne piegano i cerchi in tante mezzelune e con una forchetta ripassano il contorno per sigillarne l'interno come in una valva.
«Chiudete bene altrimenti si aprono durante la bollitura» dice l'anziana più esperta.
Lo dice sempre ogni volta che si fanno i culurgiones, ormai fa parte del rituale.
Marianna è nel gruppo delle giovani che devono saldare la mezzaluna. Osserva la pasta molle che ricopre il morbido impasto al suo interno. Soppesa la forma come fosse stoffa di lino, ne segue il contorno e il rigonfiamento. Lo prende in mano invece di lasciarlo disteso sul tavolo.
«Marianna che fai?» le chiede l'amica preoccupata.
Non si può uscire dagli schemi di una tradizione consolidata. Fuori da ogni logica di potere culinario femminile le dice uno spirito interno.
Marianna fa spallucce a se stessa e alla voce interiore e continua a soppesare fra la mano sinistra e le dita della mano destra quello spicchio di luna crescente che profuma di cucina famigliare.
Le dita di Marianna si muovono come mosse da una forza innata, la stessa che le fa spostare con grazia l'ago nei fili del ricamo.
Pizzicano le dita destra sinistra destra sinistra, la pasta si chiude lentamente. La pasta si chiude celermente a spighetta. Non ci pensa che un attimo, il finale è un pippiolino come di macramè.
«Zitta non dirlo» intima all'amica.
Prende un tovagliolo e cela all'interno il culurgiones segreto.
Solo più tardi Marianna segue la cottura dell'ultima portata. Gli uomini stanno già seduti da tempo al desco aspettando un'altra porzione. Il sugo di pomodoro e basilico colora di rosso il candore della pasta ripiena. Cucchiaiate di pecorino grattugiato spargono nell'aria un odore più forte e rustico.
Marianna immerge il suo ricamo e lo vede affondare nell'acqua che ribolle ormai sporca di patate che hanno cercato un varco fra la sigillatura. Aspetta con ansia che risalga. Fin quando ballando e sbandando sospinto dalle bolle riemerge. Lo scola Marianna, lo guarda, soppesa la chiusura come farebbe con un merletto dopo il lavaggio. Ha retto. Lo avvicina alla bocca, la spighetta crea una consistenza di pasta più dura, la cimasa un punto croccante. L'impasto all'interno è perfetto, morbido, profumato.
«Divino sapore» pensa Marianna mentre l'amica guardandola di sottecchi ammicca.


© Pia Deidda 2010

Per la ricetta vedi
giallozafferano.it/panegianduia/culurgiones-di-patate-e-formaggio