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MACCHERONI DI CASA … MASCHERE … CARNEVALE A VENEZIA

stelle e coriandoli  MACCHERONI DI CASA … MASCHERE … CARNEVALE A VENEZIA

 Pagliacci coloratissimi con simpatici nasi rossi e con parrucche variopinte, famose mascherine e tanti altri allegri personaggi, animavano festosamente i negozi ricchi di coriandoli, cappellini e stelle filanti,  calamitando occhi affascinati.

  Qualche mamma si affrettava a completare il lavoro prima dell’ultima domenica di carnevale e nell’originalità della creazione trasferiva emozioni, colori, sfumature e figure del suo spirito. I soggetti scelti, sia nuovi che tradizionali, prima di essere realizzati, attraversavano le maglie della sua immaginazione e della fantasia dei figli.

 Anche Anna realizzava ogni anno personalmente i costumi dei suoi bimbi che, curiosi, la seguivano nel lavoro, ponendole mille domande. L’Estate, la Primavera, il Signor Bonaventura, la Fatina dai capelli turchini, i maghetti, l’omino di neve, avevano tutti un tocco personale e originale e, soprattutto, non si trovavano in nessun negozio e su nessuna rivista.

Mentre cuciva, la giovane mamma con il pensiero andava spesso indietro nel tempo e ricordava quando, bambina e piena di entusiasmo, era lei a mascherarsi …

 Da una cassapanca di legno massiccio e antico, con il coperchio bombato, tirava fuori abiti che facevano rivivere l’atmosfera di un’epoca antica. Un tempo in cui le donne andavano con i vestiti lunghi e con i capelli raccolti sulla nuca o sciolti e inanellati sulle spalle. Si muovevano lente, con un fascino ormai inusuale, dentro le lunghe e larghe gonne fruscianti.

Assieme alle cugine, lei frugava nello scrigno, tirandone fuori camicie da notte, gonne, vestaglie e calze finemente lavorate a maglia, come un merletto. Sangalli, trine e nastrini facevano bella mostra di sé sul bianco delle tele di cotone o di lino, impreziosendo con minuti trafori poliedrici colli, polsini e corpetti.

Ognuna delle bambine sceglieva un capo che, con un po’ di fantasia, potesse adattarsi alla sua figura e ai suoi gusti. Capelli pettinati opportunamente (Anna li aveva lunghi e ne otteneva acconciature e code invidiabili), un po’ di trucco con i rossetti delle mamme, un velo di cipria, una manciata di coriandoli ed ecco la trasformazione.

 Andavano, poi, in giro per le case di parenti e conoscenti, felici di non essere mai riconosciute o di venire riconosciute a fatica.

La gioia era tanto maggiore quanto più le mascherine credevano di non essere state scoperte ed era grandissima per chi era convinta di essere riuscita a mantenere l’anonimato più a lungo delle altre.

 Oltre a questo modo di “vestirsi da carnevale”, ve ne erano altri mille e tutti prevedevano un tocco di creatività.

Anna amava vestirsi da contadinella con una gonna di cotone, arricciata in vita, vaporosa, e intessuta con fiori colorati e con rose rosse sul bianco dello sfondo, macchiato qua e là dal verde degli steli e delle foglioline. Il giro vita della gonna tratteneva garbatamente una morbida, candida camicia; le sue maniche venivano fuori da un gilè di velluto liscio, nerissimo, su cui poggiava il colletto della stessa camicia che aveva la prima abbottonatura slacciata. Sui capelli era posato un cerchietto verde con cinque roselline rosse, realizzato dalla stessa Anna con l’aiuto di una zia che aveva il compito di aiutare le bimbe a realizzare o a completare con gli accessori idonei il proprio vestitino. Tutte si esercitavano a costruire cerchietti con fil di ferro ricoperto da carta crespa verde e roselline, anch’esse di carta crespa, rossa, ritagliata e lavorata opportunamente, in modo da formare dei petali, da comporre in boccioli per il cerchietto.

Dalle loro mani usciva un’infinita varietà di cappellini, mascherine e bacchette magiche, mentre, tra risate e scherzi, trombette, ritagli di giornali, carta colorata, coriandoli e stelle filanti inondavano il pavimento delle stanze lasciate a disposizione per i “lavori”.

 All’ora del pranzo, quando dalla cucina arrivava l’invito a lavarsi le mani e a sedersi a tavola, Anna, Agnese, Luisa e Marta lasciavano tutto, si preparavano e si sedevano ai propri posti, accanto agli altri cugini, attorno al tavolo più piccolo, perché quello più grande era riservato agli adulti

Il buon profumo del sugo di maiale, sparso già per ogni dove, impregnava deliziosamente l’aria e invitava gioiosamente alla festa, mentre, secondo il solito rito, venivano conditi i “maccheroni di casa”, preparati il giorno precedente con l’ausilio di tutti:

la mamma impastava; poi, dalla pasta formava le “corde”, da cui le bambine più piccole ricavavano bastoncini pressoché uguali fra loro per lunghezza e diametro; le bambine più grandi lavoravano i bastoncini con il ferro, ottenendone i maccheroni. Gli uomini stendevano la pasta ad asciugare. Alla fine si faceva il maccherone grosso. Chi se lo fosse ritrovato nel piatto, avrebbe suscitato le risate generali e sarebbe stato apostrofato come il Carnevale dell’anno.

Maccheroni, carne di maiale e patatine fritte, insalata e salsiccia caratterizzavano il pranzo di quel giorno. Come dessert, frutta,  le inevitabili frittelle farcite di ricotta o cioccolato, pignolata e cannoli. Discorsi, scherzi e risate coronavano e arricchivano la mensa.

beppe nappa 2  Nel piccolo paese di Anna le tradizioni affondavano le loro radici nella notte dei tempi e, pur alquanto rivisitate, si mantengono ancora oggi fra le nuove generazioni. Gli anziani continuano a raccontare la storia della maschera locale, Beppe Nappa, e delle loro tradizioni

 Anna stava completando l’ultimo costumino, quando il suo pensiero andò ad altri carnevali, più o meno ricchi e famosi, di altre città.

Si ritrovò così in una domenica pomeriggio di qualche anno prima. Cercava di spingere il passeggino del suo bimbo in mezzo ad una folla immensa, colorata e festante. Non era sola, ma nessuno fra quanti l’accompagnavano riusciva a trovare una calle, dove poter camminare più comodamente.

PUPI VENEZIA artistica  Il raduno di gente a Venezia in un’occasione come quella di carnevale è cosa risaputa, ma quella volta non erano previste le enormi dimensioni del fenomeno. Lo spettacolo su dai ponti era straordinario e sapeva di surreale.

Una marea umana riempiva calli, ponti, campi e campielli. Fra una maschera e l’altra non c’era spazio. Nessuno sarebbe potuto cadere, nemmeno per un eventuale malore; molti, infatti, l’avrebbero sorretto involontariamente con la prossimità del proprio corpo. Onde caleidoscopiche oscillavano lentamente, senza sosta, mentre un mormorio indistinto si librava nel cielo, spargendosi in ogni dove. Non si andava dove si voleva, si andava dove la massa spingeva e …, immerso in quella folla così inaspettatamente enorme, il povero passeggino pensava di potersi fare strada! Non solo, pensava addirittura di poter andare su e giù per ponti e ponticelli, verso la sua meta!

“Bisogna esser mati!” – urlava chi vedeva a rischio l’incolumità del bimbo – “chi podeva saver …!” controbatteva qualcuno dei compagni d’avventura di Anna, che intanto cercava una soluzione.

All’improvviso, senza saper come, il percorso fu libero e si trovò tranquilla e sicura al riparo di un muro di contenimento: erano giovani dal corpo robusto che, pronti e generosi, avevano arginato la folla, mentre, con le forti braccia piegate ad arco, poggiando le mani al muro lungo il quale correva la parte terminale del ponte, formavano una galleria. Anna passò in fretta, ma, quando si girò per un nuovo segno di gratitudine, non vide più nessuno. Così come in silenzio e determinati erano giunti, allo stesso modo, senza farsi notare, i giovani sparvero tra la gente, senza che nessuno sapesse chi fossero o potesse salutarli .

BATMAN ESTATE CLOWN artistica  Ormai il lavoro era completato e i vestitini furono pronti in tempo. Erano davvero belli: Estate, Batman e il pagliaccetto.

© Antonina Orlando 16 Febbraio 2015

 

MACCHERONI DI CASA … MASCHERE … CARNEVALE A VENEZIA

 

 

GIORNI DI NATALE

GIORNI DI NATALE senza didasalia

Già da qualche settimana si percepiva sempre più intensa l’atmosfera incantata del Natale, ma in quella mattina fredda e luminosa dell’otto Dicembre, ricorrenza dell’Immacolata, essa assumeva un valore particolare.         

“Oggi anche giù nell’inferno c’è pace!” – diceva la nonna ad Anna, che aveva da poco litigato con la cuginetta e che, come lei, era molto arrabbiata.

Entrambe, infatti, si erano lasciate convinte della colpevolezza dell’altra e decise a difendere le proprie ragioni.

Piagnucolando, Anna era entrata in cucina, in cerca del conforto dell’anziana donna, e l’aveva trovata intenta ai preparativi per il brodo.

La pulizia della gallina, immersa velocemente e ad intervalli irregolari nell’acqua bollente, l’aveva sempre incuriosita, inducendola a saggiare la debole resistenza delle sue penne umide e calde e a confrontarla con quella che ne ostacolava l’estrazione, quando invece erano asciutte o ormai fredde.

Cos’è successo? – Le chiese la nonna.

Lei raccontò l’accaduto, imbronciata dapprima, ma poi sempre più distesa man mano che le parole fluivano fiduciose, incontrandosi con quelle calme e persuasive dell’interlocutrice, la quale, pur parlando, seguitava tranquilla a svolgere le sue faccende.

In breve anche le piccole mani di Anna, rimaste chiuse fino a quel momento, si andarono sciogliendo dalla morsa che le imprigionava assieme alle braccia e a tutto il resto del corpo.

Istintivamente cominciò allora a seguire i preparativi e desiderò fare qualcosa; tuttavia, un che di aristocratica chiusura al mondo le impediva ancora di agire apertamente.

Si avvicinò alla gallina con molta lentezza, sicura che così il suo gesto passasse inosservato, e, allungando timidamente la mano, quasi per non farsi vedere, prese a staccare qualche penna; poi … di sfuggita fece veloci domande su come sarebbe stata cucinata; poi … aiutò a preparare la salsiccia, spingendo la carne condita nel budello raccolto intorno al cannello dell’imbuto e pungendo qua e là le bollicine d’aria che si formavano … e poi … poi non ricordò più niente di quanto poco prima l’aveva afflitta tanto, e corse ad incontrare gli altri bimbi per continuare a giocare.

La festa dell’Immacolata era la prima delle ricorrenze natalizie festeggiate solennemente in famiglia.

Alla S. Messa del mattino seguivano il pranzo e la cena con tutti i parenti. Dopo cena iniziavano i giochi di società: sette e mezzo, il mercante in fiera e l’immancabile tombola, di gran lunga la preferita.

Prepararsi a giocare a tombola era un rito.

Il vecchio sacchetto verde era già pronto in qualche angolo della sala sotto la custodia dello zio Antonio.

Era lui che dava inizio al gioco, lasciando che in seguito continuassero gli altri.

Egli lo slacciava con meticolosità sotto gli occhi impazienti dei bimbi e nella tranquilla attesa degli adulti; ne tirava fuori con gesti precisi e sempre uguali il cartellone ripiegato che con cura posava sul tavolo, allargava e metteva a posto; ne appiattiva infine le pieghe, passandovi sopra la mano con delicatezza e precisione, per non danneggiare la sua antichità.

Era quindi la volta delle cartelle: esse, tutte insieme, venivano consegnate agli astanti che sceglievano quella o quelle con cui giocare, in base a criteri sempre nuovi o mantenendosi fedeli alle preferenze degli anni passati: per tentare la fortuna percorrendo nuove strade nel primo caso; temendo il nuovo e fidandosi del vecchio per una sorta di scaramanzia, nel secondo.

I giocatori più piccoli che avevano difficoltà a leggere e che dovevano essere aiutati dai più grandi, prendevano solo una cartella; i più grandicelli anche due.

Dopo avere scelto, ognuno consegnava la somma di denaro corrispondente al numero delle cartelle prese e la cifra raggiunta veniva suddivisa in modo crescente fra i vari premi: ambo, terna, quaterna, cinquina e tombolone.

Successivamente iniziava l’estrazione: l’entità di ogni vincita era irrisoria, ma i bimbi la ritenevano cospicua ed erano eccitati dall’idea di poter vincere tanti soldini da utilizzare nei giochi successivi.

Da quel momento nessuno doveva più muoversi o doveva farlo con molta circospezione, per non fare rotolare, nel disappunto generale, fagioli, lupini o lenticchie che sulla cartella coprivano il numero estratto.

Quando tutti erano pronti e il silenzio si era diffuso intorno, si sentiva rimestare nel sacchetto, mentre i tondini di legno chiaro con le cifre dipinte di nero, risuonavano, urtandosi l’un l’altro.

Dopo qualche istante, la voce alta e chiara dell’animatore, con la sua caratteristica erre francese, leggeva distintamente il numero, poggiando dapprima il tondino sul tavolo e, subito dopo, sul cartellone.

A tombola si giocava lentamente, assaporando l’attesa dell’estrazione successiva e sospesi tra speranza e preoccupazione, a seconda che si guardasse la propria o l’altrui cartella. Il silenzio profondo era interrotto solo dalla lettura del numero, ogni tanto commentato da qualche simpatica battuta, dai mal trattenuti gridolini infantili, ricchi di attesa e di timore, o dall’esclamazione festante che all’improvviso annunciava la vincita.

In quasi tutte le serate natalizie i parenti si incontravano per giocare insieme e spesso a loro si univano amici.

Anna adorava quelle serate in quella stanza tanto grande, ma calda e profumata dalla resina dell’albero verde, ricco di palline colorate, luci e fili argentati, dal muschio del Presepe e dalle scorzette d’arancia essiccate e poste sulla carbonella accesa nel braciere.

Era davvero uno spettacolo bellissimo e indimenticabile: un tavolo enorme ricoperto da un bel tappeto a quadri blu, delimitati da linee rosse; seduti attorno ad esso i parenti e gli amici più cari, per divertirsi sereni.

Lo sfavillio degli addobbi, sparsi in tutta la stanza e pendenti dal lampadario, impreziosiva la scena; la sacralità, invece, era materialmente simboleggiata dal Presepe.       

In casa di Anna, come in molte altre case, il Presepe si allestiva l’otto Dicembre.

L’attesa dei bambini era spasmodica: specie i più piccoli non finivano di chiedere:

“Quando facciamo il Presepe?”

“Quando cominciamo?”

  FinMIRTILLOalmente ecco… la grande scatola con tutto il necessario arrivava. Una volta aperta, il caratteristico odore di chiuso, della cartapesta e della cera delle candeline si spargeva tutt’intorno; ad esso si contrapponeva il profumo del muschio e dei rami di mirto appena raccolti.

A questo punto la scena  cominciava gradatamente a comporsi:

le montagne di pietra scura, tappezzate qua e là di muschio, si formavano sullo sfondo, nell’angolo a sinistra, sopra il praticello; fra le montagne o in piano, comparivano laghetti e ruscelli d’argento, circondati da pecorelle, cani e pastori; da un’altra parte piccoli ponti di legno colorato, appena sistemati, scavalcavano corsi d’acqua, per permettere ai viandanti di raggiungere la riva opposta.

Accanto allo zio, mentre la nonna guardava dalla sua poltrona, Anna spargeva pietruzze bianche lungo i sentieri, e sistemava anatre e oche sulla superficie dei laghetti.

Le palme erano ormai in mezzo al deserto, là dove polle d’acqua formavano piccole oasi; le casette si abbarbicavano sulle alture; attorno e dentro di esse trovavano posto le varie figure dei pastorelli 1.

Non importava che ambienti e personaggi rispettassero riferimenti cronologici o storico – geografici precisi; quello che contava era rappresentare la terra e tutta la gente di ogni tempo e di ogni luogo nell’attesa dell’amore, della giustizia … della salvezza.

    E invero il presepe è l’istantanea in cui convivono epoche, regioni, paesaggi e climi diversi. Esso rappresenta tutta l’umanità con le sue aspirazioni. Da quasi un millennio, pur in fogge diverse, tutte le classi sociali, dai re agli artigiani, dai pastori ai contadini e ai pescivendoli, vi sono rappresentate. Presepi popolari e artistici, viventi o iconografici, si sono susseguiti per secoli fino ai nostri giorni. In legno o terracotta, sughero o marmo, lava o corallo; semplici o con innovazioni tecnologiche per far funzionare fontane, mulini e cascate, spesso sono diventati capolavori, custoditi in Chiese e musei, simbolo di credo religioso o documenti dei costumi degli uomini.

Concentrata nella  sua occupazione, Anna proseguiva il lavoro con entusiasmo crescente e ascoltava:

“Guarda, Anna, qui c’è il deserto con i cammelli e i dromedari; da questa parte prati, fiumi e ruscelli; più in fondo montagne piene di neve.

Gesù nasce nel caldo dei cuori ricchi di speranza, ma anche nel freddo e nella neve di chi purtroppo l’ha perduta”. 

   Sulle palme Anna andava posando ovatta bianca, per simulare fiocchi di neve, e imbiancava le rive dei corsi d’acqua, spargendo farina. Sull’erba faceva scintillare la brina con polverina argentata, mentre nella casette, sull’ aia o nel cortile, i pastorelli lavoravano alacremente.

“Il venticinque Dicembre, nel giorno di Natale, adageremo il piccolo Gesù nella mangiatoia – il bue e l’asinello sono già lì, pronti a scaldarlo – e poseremo sulla capanna la stella cometa, perché, dopo aver guidato il cammino dei pellegrini, essa indicherà loro la meta raggiunta.”

«Nonna, guarda, questa signora porta la biancheria nella cesta!»

«La porta al fiume per lavarla: regalerà panni puliti al povero bambinello!»

«Nonna, c’è il pescatore!»

« Venderà i suoi pesci, ma ne regalerà anche alla povera Maria, che è senza cibo!»

« E il pastore?”

“Porterà l’agnellino alla grotta!»

«E questi re a cavallo?»

«Sono i Re Magi che recano in dono oro, incenso e mirra».

 Molti rami verdi ombreggiavano la piccola capanna incuneata fra le montagne, e le luci erano pronte dentro le case e lungo le strade.

  Il lavoro era ormai finito. Il perimetro della scena era contornato da mille candeline colorate, che sarebbero state accese durante la Novena, quando lo zampognaro sarebbe venuto a suonare in casa. Tutti i cuginetti allora sarebbero corsi ad ascoltarlo, seguendolo poi su e giù per le scale, per riascoltarlo ancora presso i vicini.

Nelle estati che precedevano le festività natalizie, alla fiera del paese, Anna chiedeva regolarmente in regalo ai suoi genitori una piccola ciaramedda giocattolo, con tanto di canne e palloncino.

Tutte le volte che lo zampognaro concludeva la sua Novena, lei lo pregava di suonare anche con la sua piccola zampogna.

Che bel suono ne traeva! Molto meglio di quanto non riuscisse a lei!

Ma si sa: lui era uno zampognaro… lei no!

Le abitudini della Vigilia e del giorno di Natale tenevano conto di prescrizioni religiose e tradizioni popolari. Presto anche Anna imparò a gustare la semplicità dei pasti privi di carne e la bontà della cena della Vigilia: fili sottili di pasta conditi con salsa di pomodoro cucinata con l’acciuga e spolverati con mollichina tostata; frittura calda di cavolfiore, finocchi e carciofi con e senza pastella; tocchetti di baccalà e anguilla anch’essi fritti e gustati caldissimi. E poi frutta secca, arance dal gusto vaniglia, delizia dei bambini, arance amare, mandarini e profumatissimo melone latino.

La sera stessa, sul tardi, la bimba seguiva gli adulti in Chiesa, per la S. Messa, quella della Notte di Natale.

Anche per il pranzo di quel giorno non sarebbe mancato il brodo, che sin dai tempi antichi si usava preparare per le puerpere, come Maria, perché ne ricevessero forza e nutrimento. Lo si serviva sia come primo piatto con  pastina piccolissima, che per secondo con dentro pallottoline di carne, completamente ricoperte dal Trusceddu, crema a base di uova, ricotta e parmigiano. A seguire ancora  cesti di frutta fresca, avvolti dal profumo di arance vaniglia e di arance amare; mentre, in quelli della frutta secca, noci, mandorle, nocciole e arachidi invitavano sempre i commensali a gustarle da sole o assieme a datteri e fichi secchi dolcissimi, preparati in casa nei mesi precedenti. Non sarebbero certo mancate le formine di marmellata di cotogne, fatta in casa, e la mostarda dolce, ottenuta dalla cottura del mosto addolcito, guarnita con nocciole tostate e tritate e preparata al tempo della vendemmia.

Per concludere il dolce mai assente, il riso nero 2, accompagnato da altri dolci tipici.           

 DavSTELLE NATALE - CANDELAvero, in quelle ore la tradizione regnava sovrana, interpretando e rielaborando scene e vicende della venuta al mondo di Gesù, il bambinello sceso in terra, per difendere i valori più alti dell’Umanità … e lungo le strade di molti paesini quella stessa tradizione popolare accendeva grandi falò per riscaldare il bimbo povero  e importante che stava per arrivare.

Nessuno, cresciuto in quella grande casa e vissuto in quei luoghi, avrebbe mai dimenticato le sensazioni e gli insegnamenti di quei giorni; avrebbe anzi desiderato condividerli con altri nella sua vita futura.

Le immagini del video sono quelle di un Presepe tradizionale napoletano, con le caratteristiche architetture e la rappresentazione delle attività quotidiane.

Le statuine provengono dalle celebri botteghe di via San Gregorio Armeno, a Napoli, come pure il sughero che è il principale supporto della costruzione. Alcuni dettagli, come le tegole, si trovano in commercio; altri, come la frutta, i pesci, i formaggi e i salumi, realizzati in cera e poi dipinti nel corso di parecchi mesi di lavoro, sono frutto delle abili mani dell’Ing. Gino D’Emiliano, ideatore e costruttore del Presepe stesso.

© Antonina Orlando, 20 – 12 – 2014

ultima modifica 18 – 12 – 2017

RINGRAZIAMENTI

Mantano ringrazia l’Ing. Gino D’Emiliano per aver messo gentilmente a disposizione le immagini del suo Presepe

1In Sicilia tutte le figure del presepe, tranne la Madonna, San Giuseppe e Gesù, sono convenzionalmente chiamate pastori o pastureddi. torna su

2 – Riso cucinato con cioccolato e altri ingredienti, in grado di dargli un colore scuro e un gusto caratteristico. torna su

GIORNI DI NATALE

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FIORI, GIOCHI, STRANE VERITA’

DAL PASSATO AL FUTURO Racconto n.2

 

Una cascata profumata di eleganti grappoli fioriti, di foglie e di verdi tralci  rendeva fresca e piacevole parte dell’assolato cortile di una grande villa . Sul delicato violazzurro  del maestoso glicine spiccavano qua e là le macchie rosa antico dei grossi fiori di un geranio rampicante, adagiati sul verde intenso delle loro foglie carnose e pendenti dalle fioriere sovrastanti.

GLICINE CON GERANIO

 

        Lì, nell’immobile silenzio del caldo pomeriggio estivo, si rincorrevano voci argentine, risuonando ora allegre ora concitate: erano bimbi che, insieme, a squadre o a gruppetti, si sfidavano nella corsa, si nascondevano, facevano correre o rimbalzare  la palla, gareggiavano con le biciclette.                                                 

palma 1

Lo spazio a loro disposizione era tanto, anche se, da un lato del cortile, accanto al muro dei magazzini, si trovava una bella palma alta, più in là un gelso e, sul lato opposto, di fronte alla palma, un pozzo, chiuso da un pesante coperchio, faceva da base a piante di ogni tipo, tutte fiorite.

Pozzo fiorito

In posizione centrale si trovava un’aiuola con una stupenda rosa bianca. I piccoli se ne servivano in vario modo: poteva avere la funzione di rotonda, poteva fungere da punto di partenza o da  traguardo per le corse in bici o a piedi. Il suo bordo rialzato diventava di tanto in tanto divanetto per le bambine che imitavano le signore in salotto, o panchina per le signorine che si raccontavano, con piccoli sorrisi, le prime attenzioni dei giovanotti.

Persino i gradini di marmo della scala accanto al pozzo servivano per divertirsi:

seduti fianco a fianco al momento della partenza, i bambini si lasciavano scivolare giù velocemente e, di gradino in gradino, arrivavano  ai piedi della scala stessa.

Vinceva chi arrivava per primo. 

Gareggiavano anche nel salto … bisognava saltare quanti più gradini possibile.

Il più “bravo”, o “coraggioso” o “incosciente” che dir si voglia, riusciva a saltare dal primo pianerottolo,

 … e non erano solo i maschietti a sfidare la legge di gravità!      

bimbo e bimba con scala                                                                                                                 

La fantasia infantile era infinita …

chi saliva al secondo pianerottolo poteva aspettare che passasse giù in strada il fruttivendolo o il carrettino del pesce o …

BIMBA IN ALTALENAIn ognuno dei due pianerottoli, da una ringhiera all’altra, legavano molte volte una corda robusta, per crearsi una piccola altalena (altre più alte ve ne erano altrove).   

Quella scala, nelle cui ringhiere in ferro battuto si intrecciavano i ricchi rami del glicine, dopo il primo pianerottolo girava a destra ad angolo retto e, senza più cambiare direzione, interrotta solo da un secondo pianerottolo, raggiungeva il primo piano attraverso un cancelletto.

 Si arrivava così al terrazzino del piano superiore, ombreggiato dalla pergola che il grande albero vi aveva costruito; anche l’attigua terrazza più grande aveva ricevuto la visita del rampicante. Esso si era avvinghiato alla ringhiera, che la delimitava da un lato e che ne permetteva l’affaccio sul cortile sottostante.

La pianta, inoltre, aggrappandosi ai muri che dal terrazzino raggiungevano il terrazzo superiore, si allargava anche lì, per ridiscendere al primo piano, rivestendo la parete di un’antica scala a chiocciola.

Quest’ultima, pure in ferro battuto, metteva in comunicazione le due terrazze grandi.

 

        bimbo su scala chiocciolaIl corrimano della scala a chiocciola serviva spesso da scivolo nei giochi dei bambini, che sentivano crescere la loro gioia in misura direttamente proporzionale all’aumentare delle manifestazioni d’ansia degli adulti.

“Attenti!!!” si udiva su per la scala.

“Uahhhhhh!!!!!” era la risposta che, partendo a squarciagola dall’alto, accompagnava la spericolata discesa. 

                                                         

        Quanti piacevoli quadretti sgorgati da quelle menti inesauribili si potrebbero elencare!!! Quanti girotondi, quante grandi battaglie con i piccoli fucili delle fiere in quegli eterni e incantati pomeriggi, in cui i confini del tempo si dilatavano all’infinito!!!

 

        Ogni tanto qualche litigio, qualche pianto, qualche graffio, … a volte qualche ferita più grave …, ma poi tutto passava e ritornava l’atmosfera magica che nessuno di loro avrebbe mai più dimenticato e che li avrebbe uniti per sempre in qualsiasi luogo si fossero trovati!

IBISCUS

        In quel mondo incantato viveva Anna, una bambina di pochi anni, che abitava al primo piano della villa.

 

bambina azzurra con treccineCon le sue treccine svolazzanti, allegra e spensierata, aveva corso e giocato anche lei in quel caldo pomeriggio estivo assieme ai cugini, dopo aver trascorso la mattinata al mare, ora nell’ acqua, ora sulla sabbia a scavare gallerie e a costruire castelli.

 

 

BAMBINI INSIEME

 

Ormai, però, era giunto per tutti il momento del rientro.

 

       Nessuno di quei bambini avrebbe mai ammesso di essere stanco, ma gli adulti avevano detto che lo erano …: dunque, dovevano rimettersi in ordine e, dopo la merenda, trovare un’occupazione più tranquilla.

BARCHETTA CARTA“Si potevano indovinare i personaggi che a turno ciascuno di loro era in grado di mimare; CAPPELLINO CARTAsi poteva disegnare, si poteva giocare con i legnetti o costruire cappellini, barchette e VENTAGLIO CARTAventagli di carta; si poteva … quanti giochi erano a disposizione, da quelli vecchi a quelli nuovi, tutti da inventare!”. 

E, in verità, sovente si faceva a gara nel proporre giochi nuovi: lo spunto veniva da tutto e da tutti …

“Facciamo finta che tu sei … e che io sono … ?”

e ogni oggetto disponibile diventava qualcos’altro.

 

       LITE BIMBI Attimi di tensione potevano nascere se qualcuno “rubava” un’idea o un ruolo assegnato ad un altro; alla fine, comunque, in modo più o meno tranquillo, indolore e autonomo, cessavano le ostilità, come sempre, e lasciavano il posto al chiarimento, al “bacetto della pace”, ad un accordo.

“Dai, … adesso facciamo pace!” – diceva l’uno all’altro.

Seguiva un secco “No!” iniziale … ma, presto, arrivava la capitolazione, dietro la promessa di un comportamento più ortodosso.

“Promettimi, però, che non mi ruberai più la mia parte!”

… “Va beene!” 

 “ … e neanche le mie idee!”.

“Te lo prometto” …

“ Giuralo! …” 

“Lo giuro!” 

“Allora, facciamo pace”.  

                                                                                        

BACETTO PACEE con l’animo sollevato si poteva ricominciare a giocare tutti assieme.

 

 

NONNA CON ANNA

 

        Anna giocava volentieri con tutti e, se restava da sola, aveva sempre le bambole, le costruzioni e i pastelli; oppure la tartarughina in terrazza, i gattini e i cagnolini per casa.

        Quando si stancava, si sedeva vicino alla sua nonna e le chiedeva di raccontare …

“Nonna, mi racconti della scala che saliva e scendeva, della porta che si apriva e chiudeva …?”  “Nonna, mi racconti del re, bafè, biscotto e manè?” “Mi racconti di quando i siciliani scoprivano i francesi travestiti, facendogli pronunciare la parola ceci?” e … “la fata Morgana …?” e …

L’anziana donna raccontava allora di buon grado, con tanta pazienza e dolcezza.

 

 

TRICICLO

 

        Le stanze dell’appartamento del piano di sopra erano molto grandi e luminosissime.

Una sfociava nell’altra e da questa, attraverso due o tre porte su pareti diverse, si poteva accedere ad altre camere ancora.  

A volte vi era anche una porta-finestra, per  uscire sul balcone.

Gli ambienti sembravano diramarsi in ogni direzione , per allontanarsi uno dall’altro e per reincontrarsi di continuo.

Anna giocava tantissimo passando da una camera all’altra, specie d’inverno, quando, nelle giornate peggiori, le era permesso di aprire tutte le porte e attraversarle con il suo triciclo o con la sua prima biciclettina a due ruote.

        Immersa in quelle grandi stanze,la bimba cominciava a conoscerne ogni angolo.

Osservava molto il mondo che le stava intorno ed era molto curiosa.

Chiedendo e ascoltando veniva a conoscenza di realtà straordinariamente interessanti; seguendo i racconti, immaginava, costruiva legami, imparava abitudini e tradizioni.

Ben presto seppe che ognuna di esse aveva tante storie da raccontare.

Lei, guardando le pareti colorate e i soffitti abbelliti da rami e foglie, le ascoltava dalla voce di chi le parlava di altri nonni, zii, fratelli e cugini, vissuti in un’epoca imprecisata e di cui vedeva le immagini in vecchie foto.

“Quanto tempo fa dovevano essere vissuti!” –  pensava.

Li collocava in un remoto passato e, per quanto le era possibile, si spingeva indietro, indietro negli anni che non le appartenevano, senza essere in grado di comprendere che in realtà alcuni di loro erano andati via per sempre soltanto da poco tempo.

“Come può essere?”, si chiedeva, “Io non li ho mai visti!”

“Ad un bambino sembrano infinitamente lontani personaggi, avvenimenti e epoche anteriori alla sua nascita. Gli sembra, infatti, che appartengano al mondo delle fiabe, il cui racconto inizia con – c’era una volta” –  … qualcuno le spiegava ….

        La mamma, la nonna, il papà, gli zii discorrevano spesso di quelle persone straordinarie , quando parlavano tra di loro.

“Chi sono, dove si trovano?” – chiedeva.  

Le risposte ottenute lentamente le aprivano le porte di un castello misterioso e le rafforzavano quel significato del succedersi della vita che si andava delineando nella sua testolina.

 

                     CARAMELLA MONOCOLO         CARAMELLE 1    CARAMELLE 2   CARAMELLE 3     

 

        Sui mobili o dentro alcuni cassetti erano conservati con cura tanti ricordi.

Uno di essi, un giorno, colpì la sua fantasia e la sua curiosità…

Rovistando appunto dentro uno di quei cassetti, mentre intorno altri erano affaccendati nei normali lavori domestici, notò un piccolo vetro rotondo, inserito in un anello di metallo.

“Cos’è?” – chiese, prendendolo e guardandolo con fare interrogativo.

Quale non fu la sua meraviglia,quando sentì rispondersi che quel vetro rotondo si chiamava caramella!

Fino a quel momento l’unica caramella di cui aveva esperienza era colorata, dolce e si poteva mettere in bocca, masticarla o lasciarla sciogliere.

        Più grande avrebbe conosciuto molte altre parole, che potevano essere adoperate con significati diversi.Le avrebbero raccomandato perciò di usarle e di interpretarle con attenzione, tenendone presente referente e contesto.

 

        Gli adulti si muovevano con destrezza  fra mille attività ed erano tenuti in gran conto. Perciò Anna voleva provare a fare come loro, cimentandosi nei loro lavori e cercando di dimostrare che ne era capace.

        Appena vedeva le donne che cucinavano, per esempio, prendeva la sua sediolina, l’accostava alla cucina, salendovi sopra, e, con il loro aiuto, mescolava facendo girare il cucchiaio di legno dentro la grossa pentola, per non fare “attaccare” il cibo.                                                     ANNA E NONNA IN CUCINA

 

“Devo stare molto attenta” ripeteva tra sé.

Le avevano spiegato, infatti, due cose importanti:

primo, era facile scottarsi e farsi molto male (si ricordava bene che una volta le bollicine del puré di lenticchie le erano “scoppiate” sulla manina … che dolore!!!); secondo, se non mescolava bene, il cibo si “attaccava” al fondo della pentola, si abbrustoliva e tutto avrebbe assorbito un aspro gusto di fumo …

“Ma perché succede questo?!”.

Osservò bene allora la fiamma sotto non dentro la pentola e ne dovette chiedere la spiegazione.

Lungo il cammino di quei primi anni di vita, quante altre verità la meravigliarono!!!

 

        GRANITA LIMONE.jpg 2Un mattino d’estate, vicina ormai ai cinque anni, essendo già grande abbastanza, scese con la mamma e la nonna a comprare la granita.    

        Dovete sapere che in estate molte famiglie di quel piccolo paesino siciliano, in cui viveva la protagonista del nostro racconto, avevano l’abitudine di far colazione con la granita, ma, non avendo ancora il frigo, dovevano comprarla.

Pochi anni dopo, con l’arrivo del nuovo elettrodomestico, avrebbero potuto farla in casa e Anna avrebbe imparato a prepararsene una, buona e sostanziosa, con latte e caffè. 

        Quel mattino, dunque, appena Anna sentì avvicinarsi il carrettino e la voce che sempre più chiaramente annunciava: “Granite! Limone! Caffè! Fragola!”, prese il suo bicchiere di vetro e giù per la scala principale che scendeva fino in strada.

Se lo fece riempire con granita di limone … ne sentì la frescura, appena riavutolo in mano.

Felice, pian piano ritornò a salire con l’acquolina in bocca.

Ma …, dopo pochi gradini, il refrigerio provato qualche istante prima si andò trasformando in sofferenza.

“Ahi, ahi!”.

Si sentì “bruciare” le manine e fece fatica a reggere il bicchiere.

“Mamma, mamma, brucia!”, esclamò a voce alta.

“Ma no, che non brucia!”, fu la risposta.

“Sì, sì! Brucia, bruciaaa!!!”.

Il bicchiere stava per cadere … fece appena in tempo a metterlo nelle mani della nonna, che intanto le si era avvicinata, quando arrivò improvvisa e incomprensibile la spiegazione:

“Tu senti bruciare, perché il bicchiere è freddo!”

“…. !!!! …. ????? …. !!!!! ….” 

Anna non capì: le manine erano doloranti … la testa confusa!!

“Cosa vuol dire brucia, perché è freddo!?!?!?”.

 Associò immediatamente questa verità incomprensibile ad una precedente esperienza che l’aveva lasciata dubbiosa per qualche tempo.

       Era andata a comprare del pane dal panettiere vicino casa. Prima di uscire, le era stato raccomandato di prenderlo fresco.

“Mi dà, per favore, un chilo di pane fresco? –  si premurò a sottolineare Anna, mentre faceva l’ordinazione alla signora dietro il banco.

Ne ricevette un sacchetto di carta: era molto caldo.

Provò timidamente ad insistere che il pane doveva essere fresco.

Ma la risposta fu che andava bene così.

Uscì dalla bottega poco convinta e ritornò pensierosa sui suoi passi. Era molto insicura e preoccupata per le prevedibili reazioni che l’aspettavano.

                                      Mamma scala Anna pane                                                                                                   

Quando arrivò, la mamma l’attendeva in cima alla scala, e lei, piccolina, in basso:

“… gliel’ho detto di darmelo fresco, ma me l’ha dato caldo …!!!” – esclamò imbarazzata, cercando di scusarsi.

La reazione della mamma la colse di sorpresa …..

Un piccolo sorriso benevolo … e poi …

“ Il pane è caldo, perché è fresco!

“……. Ehhh?!?!?!?………”

       Aveva fatto appena in tempo a mettere al sicuro il bicchiere, grazie al previdente sopraggiungere della nonna, quando dovette concentrarsi su una nuova spiegazione:

“Se tocchi un corpo gelato, la sensazione che provi è simile  al bruciore … e possono esserci conseguenze spiacevoli!!”

       La mamma meritava rispetto e fiducia. Così accettò anche questa volta la sua spiegazione ….. ma sul momento non la capì molto bene!!

 

        Dopo aver preparato una buona cenetta, rimestando con cura e salvando il cibo dal fuoco che era sotto la pentola, la bimbetta corse da papà.

 

 

        Egli, un uomo ormai di mezza età, non era di molte parole e aveva un atteggiamento modesto e bonario, ma nello stesso tempo un’espressione dignitosa e severa. Attento e comprensivo nei confronti dei figli, faceva loro sentire, tuttavia, che non potevano permettersi troppe libertà, senza dover ricorrere per questo ad alzare troppo la voce o a infliggere punizioni di sorta.

Le risposte che forniva alle domande più complicate sapevano essere semplici, chiare e corrette nella loro essenzialità.

Aveva, infatti, una mente eclettica, che si occupava dei più diversi argomenti, rielaborandoli e comunicandoli, secondo l’età e la cultura dell’interlocutore.

Spesso mostrava di essere dotato di un sottile humour e di una grande capacità di osservazione. I suoi giudizi difficilmente erano errati.

Anna aveva capito che era capace di fare tante cose, oltre al suo lavoro, e quante cose sapeva! Aveva sempre una risposta per qualunque domanda.

Praticava parecchi hobbies:

non era ingegnere, ma progettava e disegnava come se lo fosse; non era un falegname, ma ne usava gli strumenti e costruiva oggetti, come se lo fosse; non era laureato in matematica, ma la conosceva benissimo; sapeva suonare e cantare e in molti si rivolgevano a lui per consiglio.

 

parole crociate

Spesso dedicava il suo tempo libero alle parole crociate.

Lei lo ammirava così concentrato e in grado di scrivere in tutti i quadratini

“Come riesce a rispondere a tutto?” –  si domandava.

        Imparò da lui gradualmente: prima ad annerire gli spazi segnati dai puntini del “cosa apparirà”, per ricavarne un disegno; poi, ad unire i numerini della “pista cifrata”, per scoprire la figura che vi si formava. Poi ancora a risolvere i rebus; quindi, a rispondere ai quesiti.

 

CARTE FRANCESI

        Quando non aveva voglia di disegnare né di unire i puntini, Anna chiedeva al papà di fare i giochi di prestigio o di giocare a “dama” o a carte.

Giocavano a lungo (o forse il tempo continuava a dilatarsi per lei?).

Le prime carte che Anna riuscì ad utilizzare furono quelle di dimensioni ridotte. Se non le aveva, doveva tenere quelle “normali” appoggiate sul tavolo e giocarle una ad una.

GIOCATORI A TAVOLOTutte le volte che “i grandi” si incontravano e “facevano una partitina”, li guardava, seguendo incuriosita il mistero di tante lunghe riflessioni, come pure la stranezza dei cenni che rimbalzavano da un giocatore a quello di fronte.

“Papà, posso giocare anch’io?” chiedeva la piccola Anna, “scalando” la sedia vuota vicino al tavolo dei giocatori.

“Vieni, siediti qua vicino”, rispondeva l’uomo dall’aspetto severo, ma disponibile e comprensivo, come i papà sanno essere.

La bimba si accomodava allora accanto al suo papà.

“Mi fai giocare con te? Come si gioca?”

“Giochiamo insieme” – rispondeva lui.

“Posso tirare io la carta?” – chiedeva lei, paga e felice – e, quando ne aveva ricevuto il permesso formale, prendeva dalle sue mani la carta che lui le indicava e la buttava orgogliosamente sul tavolo.

        I giochi più semplici si imparavano tra bambini.

Anche Anna imparò dai cugini più grandi.

Le regole e le tecniche più complicate, invece, le imparò dal papà, che, quando fu più grandetta, le insegnò a giocare anche con le carte francesi.

        La tecnica era sempre la stessa:

osservarlo, mentre giocava con gli altri; ascoltare poche e semplici spiegazioni; provare successivamente con lui a carte scoperte, per essere aiutata e consigliata “sul campo”; in ultimo tenere le carte in mano rivolte a se stessa e affrontarlo da vera avversaria.

“Ho vinto!!!” esclamava soddisfatta alla fine di quasi tutte le partite.

Infatti, le prime volte la vittoria arrivava frequentemente e con lei la sensazione di essere “brava”.

Poi, pian piano, vincere fu sempre più difficile:

“Hai vinto tu … !” – doveva ammettere sempre più spesso con rassegnazione .

Riconobbe allora che papà era veramente bravo e lei non era più una bambina piccola:

se qualche volta voleva riuscire ad avere la meglio, doveva utilizzare tutti i consigli e tutti gli insegnamenti ricevuti e doveva stare più attenta.

ANNA PENSACosì si disse:

“Adesso mi metterò veramente d’impegno, userò con attenzione tutti i consigli che lui mi ha dato e le tecniche che mi ha spiegato e gli farò vedere che sono capace di vincere, come i grandi … !!!”

 

© Antonina Orlando  Agosto 2014

CULURGIONES

 

foto culurgiones

E' un piatto tipico, originale e unico delle zone dell'Ogliastra e della Barbagia di Seui: culurgiones (o culurgionis, culurxionis, culingionis).
Si tratta di ravioli di forma oblunga a mezzaluna caratterizzati dalla chiusura a spighetta fatta a mano e ripieni di patate lesse, menta, aglio, pecorino fresco, formaggio casevita (detto anche viscidu), il quale è un formaggio sardo in salamoia (in mancanza di questo aumentare la dose di pecorino),olio.

 

Il mio racconto

HO RICAMATO IL SAPORE


Marianna distende con mani delicate e premurose la tela di bisso sul ripiano del tavolo. Passa e ripassa il palmo morbido per sentire la consistenza dell'ordito e della trama intrecciarsi sotto la lieve pressione. Chiude gli occhi, come fa di solito, quando compie questo gesto. Gesto che sa di attenzione e di cura. Gesto che nasce dalla sua sensibilità di giovane donna avvezza alla ricerca del bello.
Fra tutte le ragazze da marito del paese Marianna ha il corredo più ricco.
Corredo fine, corredo raffinato, frutto di un lavoro svolto dall'alba al tramonto per giorni e giorni con dedizione estrema.
Tovaglie, fazzoletti, teli da bagno, lenzuola, federe, centrini, sono nati sotto le mani delicate e forti di questa giovanetta che svolge questo compito come se fosse in suo possesso il gesto ultimo della creazione.
«Ha mani d'oro» dicono di lei le donne.
Marianna non se ne cura, adombra con un fare umile, gli elogi e i complimenti delle comari.
Per lei è pratica normale il ricamo, il macramè, l'uncinetto, il tombolo, il cucito; così come scegliere il tessuto migliore, cercare l'armonia dei colori, infilare spedita ma senza fretta il filo nella stoffa dandogli la giusta pressione e la corretta consistenza, formare nodini che s'intrecciano in delicati pizzi, avvitare frange, forgiare filè.
E così nel ricamo dalle sue mani e dal passare nella stoffa di delicati fili di colore pastello nascono fiori, pavoni, viticci e racemi che vanno a riempire in delicate campiture orli e risvolti, trine e balze.
«E non avete ancora visto il costume. Il corredo è nulla in confronto!» dice l'amica in un soffio lieve alle orecchie delle comari.
Marianna lo sa che nella grande cassapanca intarsiata di legno di castagno si cela il suo vero tesoro. Spesso quando è a casa da sola apre il pesante coperchio e s'incanta a guardare al suo interno.
Qualche volta, ma solo se è sicura di non poter essere disturbata, tira fuori tutto e lo posa sul letto; ed ecco che la bianca silente stanzetta si illumina di un fasto rilucente multicolore e chiassoso. Deve accostare gli scuri Marianna perchè i bassi raggi del sole pomeridiano fanno troppo baluginare l'oro dei ricami.
Non ha lesinato di aureo filo Marianna quando evidenziava i contorni dei racemi e i pistilli all'interno dei fiori della gonna. Tocchi di luce ha infuso nei petali rossi e blu della blusa. E che dire della verzura dorata a punto pieno che prende rilievo nel grande sciallo nero? Si contano le ore di laborioso lavoro in quel tripudio di punti a catenella, a bandera, erba, crociati.
Ore che non sono state tolte ad altre mansioni, o vani trastulli, perchè la vita di queste giovani donne è imperniata sulla costruzione di questi piccoli tasselli che andranno a costituire il mosaico della loro vita futura.
Nel chiuso delle loro stanze silenziose, o delle cucine rumorose, con la luce diretta che penetra dalla finestra, o con quella sghimbescia e tremolante della fiammella dei lumi, preparano frammenti della loro personale e autonoma vita domestica.
Verrà un giorno in cui fra parti recitate e frasi ad effetto ormai consuete anche Marianna esporrà in pubblico il suo corredo sul grande carro bardato a festa come i buoi che lo trascinano e sulle piatte canestre che le amiche porteranno in testa.
Il corredo prenderà la strada che dalla casa paterna conduce alla casa sponsale dove verrà riposto in un altro grande cassone intarsiato di legno di castagno che lo celerà insieme ad una nuova trovata intimità.
«Marianna vieni ad aiutarci a fare i culurgiones?» chiede la madre già circondata dal femmineo parentado.
Sono tutte intente a lavorare la pasta di semola e acqua; deve risultare un impasto morbido, ma tenace ed elastico. Le donne hanno risvoltato i bordi dei grandi fazzoletti sulla testa e rimboccato le maniche delle candide camicie. I polsi si piegano sotto l'impasto, qualcuna prende il matterello e comincia a stendere la pasta in una larga e sottile sfoglia circolare. Le giovinette sono addette al taglio con la tazza. Devono risultare cerchi perfetti e tutti uguali. Alcune di loro prendono l'impasto e lo collocano al centro. Si sprigiona nell'aria un incrocio di profumi diversi che sanno di patata bollita, strutto, formaggio fresco, aglio e menta. I sentori diversi si uniscono insieme e sanno di ripieno e di pienezza.
Marianna con il dito prende un po' dell'impasto, l'annusa e chiudendo gli occhi lo porta alla bocca.
«Marianna che fai?» le chiede guardinga l'amica.
Sorride la ragazza colta in fallo, ma non può proprio resistere alla bontà che si sprigiona da esso.
Che cose buone ha fatto il Signore, pensa.
E come siamo state brave noi donne a metterle insieme custodendole dentro questo involucro che ne conserva ed esalta profumo e sapore, aggiunge.
Nel frattempo le donne piegano i cerchi in tante mezzelune e con una forchetta ripassano il contorno per sigillarne l'interno come in una valva.
«Chiudete bene altrimenti si aprono durante la bollitura» dice l'anziana più esperta.
Lo dice sempre ogni volta che si fanno i culurgiones, ormai fa parte del rituale.
Marianna è nel gruppo delle giovani che devono saldare la mezzaluna. Osserva la pasta molle che ricopre il morbido impasto al suo interno. Soppesa la forma come fosse stoffa di lino, ne segue il contorno e il rigonfiamento. Lo prende in mano invece di lasciarlo disteso sul tavolo.
«Marianna che fai?» le chiede l'amica preoccupata.
Non si può uscire dagli schemi di una tradizione consolidata. Fuori da ogni logica di potere culinario femminile le dice uno spirito interno.
Marianna fa spallucce a se stessa e alla voce interiore e continua a soppesare fra la mano sinistra e le dita della mano destra quello spicchio di luna crescente che profuma di cucina famigliare.
Le dita di Marianna si muovono come mosse da una forza innata, la stessa che le fa spostare con grazia l'ago nei fili del ricamo.
Pizzicano le dita destra sinistra destra sinistra, la pasta si chiude lentamente. La pasta si chiude celermente a spighetta. Non ci pensa che un attimo, il finale è un pippiolino come di macramè.
«Zitta non dirlo» intima all'amica.
Prende un tovagliolo e cela all'interno il culurgiones segreto.
Solo più tardi Marianna segue la cottura dell'ultima portata. Gli uomini stanno già seduti da tempo al desco aspettando un'altra porzione. Il sugo di pomodoro e basilico colora di rosso il candore della pasta ripiena. Cucchiaiate di pecorino grattugiato spargono nell'aria un odore più forte e rustico.
Marianna immerge il suo ricamo e lo vede affondare nell'acqua che ribolle ormai sporca di patate che hanno cercato un varco fra la sigillatura. Aspetta con ansia che risalga. Fin quando ballando e sbandando sospinto dalle bolle riemerge. Lo scola Marianna, lo guarda, soppesa la chiusura come farebbe con un merletto dopo il lavaggio. Ha retto. Lo avvicina alla bocca, la spighetta crea una consistenza di pasta più dura, la cimasa un punto croccante. L'impasto all'interno è perfetto, morbido, profumato.
«Divino sapore» pensa Marianna mentre l'amica guardandola di sottecchi ammicca.


© Pia Deidda 2010

Per la ricetta vedi
giallozafferano.it/panegianduia/culurgiones-di-patate-e-formaggio