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La Venezia dei Veneziani al Bar Pietro, piola sardo-veneziana

La Venezia dei Veneziani al Bar Pietro, piola sardo-veneziana

 

La Venezia dei Veneziani inseriti nei fatti e nei fenomeni di diverse epoche storiche.

Non solo, dunque, la Venezia e i Veneziani come vengono presentati ai turisti, ma anche la Venezia e i Veneziani di tutti i giorni, la Venezia e i Veneziani che godono e soffrono degli aspetti positivi e negativi della società globale e delle realtà locali di cui fanno parte.

Soprattutto la Venezia e i Veneziani dall’Ottocento ad oggi; delle attività artigianali e dell’industrializzazione; dell’emigrazione, del calo demografico e di chi decide di restare tra mille difficoltà, protestando, lottando e cercando soluzioni.

E ancora la Venezia e i Veneziani delle tradizioni, dei ricordi, delle vecchie abitudini contro la massificazione delle ragioni economiche.

Il libro Guida alla Venezia ribelle di Beatrice Barzaghi e Maria Fiano  racconta ciò che è accaduto e che accade veramente nella città che non si vede, nella città non rappresentata nelle cartoline per i turisti. Parla degli avvenimenti bellici e umani che l’hanno coinvolta, così come di calcio e femminismo; parla di grossi complessi industriali (Junghans e Mulino Stucky), del lavoro che davano, ma anche della loro chiusura e della fine di molti operai; parla delle più recenti preoccupazioni per il passaggio di nuovi mezzi di trasporto come le moderne grandi navi, della necessità di nuove costruzioni e di adattamenti urbanistici, ma pure della capacità di integrare il nuovo senza sconvolgere l’equilibrio architettonico e artistico tradizionale.

Le autrici non tralasciano certo i luoghi visitati dai turisti e le immagini che ne vengono date, ma lo fanno da un punto di vista diverso, con storie legate alla vita reale. Ne emerge, insomma, una Venezia con un suo vissuto; una città che oggi “si ribella” a essere considerata solo cartolina, così come si ribella a tutto ciò che distrugge la sua identità e la sua umanità e che calpesta i diritti dei suoi abitanti. Una Venezia che si sta difendendo per recuperare i suoi spazi e per continuare a vivere, anche se in molti ne prevedono la morte.

 

Di seguito immagini della presentazione della Guida alla Venezia ribelle di Beatrice Barzaghi e Maria Fiano, al Bar Pietro, piola sardo-veneziana di Torino, il 4 marzo scorso.

 

                                              © Antonina Orlando  19 – 03 – 2017

La Venezia dei Veneziani al Bar Pietro, piola sardo-veneziana

Il LARIN: cultura e cordialità fra le montagne del bellunese

Il LARIN

Un soggiorno nell'Alpago (Belluno) non offre solo lo spettacolo di dolci valli protette da splendide  montagne, e di pittoreschi laghi incastonati qua e là,

ma al visitatore attento e sensibile permette anche di godere di calda ospitalità, ottima cucina tradizionale e tuffi in un passato ricco di credenze pagane, custodite persino nella terminologia della parlata locale.

Ed è proprio ad un termine in uso nel dialetto delle montagne dell’Alpago che si accenna nel presente articolo:

LARIN

LARIN indica un focolare libero da tutti i lati, attorno al  quale ci si può riunire per scaldarsi, mangiare, bere in compagnia e parlare socievolmente.

Attorno ad esso nelle case delle campagne venete, soprattutto in montagna, la sera ci si ritrovava dopo le dure fatiche del lavoro, per trovare calore, per comunicarsi le vicende della giornata e per intrattenersi con storielle e fiabe per i bambini. E’ circondato per questo da panche che corrono lungo tre pareti contigue della stanza in cui si trova e su di esso spesso si preparano ottime grigliate.

Oggi se ne può trovare ancora qualcuno in ristoranti e alberghi, dove regala una nota caratteristica agli ambienti e all’atmosfera che circonda gli ospiti.

LARIN è un termine suggestivo, portatore di cultura e antiche tradizioni che si perdono molto indietro nel tempo, quando il fuoco con la sua scoperta modificò sia le abitudini alimentari dei popoli che le loro superstizioni e le loro credenze religiose. Presto al fuoco furono associate valenze sacre e, raccogliendo attorno a sé la famiglia, esso fu considerato il posto prediletto dagli antenati, divenuti dei tutelari della famiglia stessa.

Dove giunsero i Romani con le loro conquiste, tali dei ricevettero il nome di Geni, Penati e Lari. E’ a questi ultimi che si collega la parola LARIN:

con il  termine Lare, dal latino Lar, Laris, si indicava appunto la divinità tutelare domestica e, per estensione, il focolare presso il quale erano collocate le sue statuette.

Il focolare era sacro presso i Romani e originariamente era posto nell'atrio, luogo fondamentale di tutta la casa, su cui si affacciavano le varie stanze. Doveva essere tenuto sempre acceso; curarlo e mantenerne viva la fiamma era compito di madri e figlie.

Su di esso, in particolari ricorrenze dell’anno, si offrivano alle divinità vino, incenso e fiori.

Di seguito Mantano riporta come esempio le immagini dei LARIN che si trovano in due alberghi dell’Alpago e di quello ricostruito nella piazza di Tambre d’Alpago durante il Natale scorso.

Semplice ed elegante, l'albergo-ristorante “Trieste” di Tambruz (piccola frazione di Tambre d'Alpago) accoglie l'avventore con cordialità in un’atmosfera familiare e professionale al tempo stesso. In una delle sue salette, attorniato da tre panche di legno lungo le pareti, fa bella mostra di sé il caratteristico focolare. Esso serve per scaldare gli ambienti, ma anche per cucinare dell'ottima carne, mentre attorno può trovare posto chi voglia trascorrere un po’ del suo tempo in un clima di amichevole socialità.

Il secondo LARIN, strutturalmente simile al primo e con la stessa funzione, si trova nel secondo locale visitato da Mantano, l’albergo-ristorante “Da Beio”, a Bastia, frazione di Puos d'Alpago.

Là i viaggiatori nei primi anni del ’900 trovavano riparo e una buona zuppa.

Un piccolo locale dapprincipio, a cui presto se ne aggiunsero altri per il cambio dei cavalli. Oggi gli ambienti della "posta" hanno lasciato spazio a vari negoziettimentre la casa principale, arricchita di nuove sale,  è diventata un ottimo ristorante, dove vengono serviti con attenzione e gentilezza gustosi piatti tipici, fra il profumo invitante della carne cucinata sulla brace davanti ai clienti. 

Il terzo LARIN, di cui si riporta l’immagine, è quello realizzato nella piazza principale di Tambre d’Alpago, in occasione delle festività natalizie scorse. Imponente e suggestivo fra luci e bancarelle, profumo di vin brulé, würstel e crauti, rallegrava la piazza, conferendole un tocco di calda e serena familiarità.

 

                                             © Antonina Orlando  15 – 03 – 2017

 

Il LARIN: cultura e cordialità fra le montagne del bellunese

 

LA VECCHIA CASA CON LA SCALA A CHIOCCIOLA

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LA VECCHIA CASA CON LA SCALA A CHIOCCIOLA 
(Riflessioni fra passato e presente) 


Quel problema la richiamò in paese.
Vi andò, consapevole dell’assurda realtà che rendeva quasi impossibile una soluzione razionale.

Tutto ai suoi occhi appariva diverso per misura e colore. Anche gli spazi erano cambiati: nuove costruzioni spuntavano fra quelle solite, alterando le immagini dei suoi ricordi.

Non era trascorso molto tempo dall’ultima volta che vi era stata, ma ora quella vista le causava una strana percezione: forse i recenti avvenimenti, incrinando la sua serenità, evidenziavano differenze mai notate prima. Le cose si presentavano sotto una luce non prevista e le persone non erano più quelle che credeva di conoscere. Del passato restavano solo ombre confuse e sformate che parlavano lontane e in modo nuovo, mentre intorno l'aria era fredda e ostile.

Quanto piccola è la frazione di tempo  che può sconvolgere una vita!
Quanto piccola è la frazione di tempo che può mettere in crisi le certezze umane!

Tuttavia, Anna sentiva che un pezzo di quel mondo apparteneva ancora a lei e, viceversa, un pezzo di lei apparteneva ancora a quel mondo. Decise perciò di non lasciar correre. Non era tipo da arrendersi facilmente, non era suo costume voltare le spalle alle difficoltà; al contrario, le prove le davano energia e lei scendeva sempre in campo coraggiosa e leale. Si sarebbe comportata come riteneva opportuno, anche se gli affetti, le emozioni, il ruolo vissuto in passato e le antiche abitudini, la condizionavano fortemente.

La aiutava però il fatto di non essere più, del tutto, quella di un tempo; ormai era il risultato tangibile di situazioni affrontate  e di persone incontrate lungo il suo cammino.
Così come il valore finale di un’espressione algebrica è dato dal risultato di tutte le operazioni effettuate con ordine e secondo schemi precisi, allo stesso modo ogni uomo, donna o bambino che avevano attraversato la sua vita e con cui aveva interagito in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo, l’avevano plasmata, arricchendo, scavando, piegando o limando i tratti del suo carattere e il suo sapere. Ogni cosa, ogni uomo, donna o bambino incontrati, erano appartenuti alle tante parentesi della vita che le era stata assegnata. Essi si erano sommati al numero racchiuso nel nido delle due prime parentesi tonde, dentro le quali si trovava la famiglia in cui era nata, rendendola la donna di oggi. Il risultato ottenuto era tuttavia provvisorio: altre parentesi tonde, quadre e graffe, in quantità imprecisata, erano infatti pronte ad aggiungersi alle precedenti per fornire infine un valore definitivo.

Si diresse alla vecchia casa.

La scala a chiocciola era ancora lì … avvolta su se stessa … Forse rifletteva sui suoi ricordi … quanti ricordi!!!   

  scala-chiocciola-2-c-1Di tanto in tanto sui gradini di ferro battuto le roselline intagliate dal fabbro erano accompagnate da nuove finestrelle ricamate dalla ruggine: anche da lì filtrava luce attraverso squarci di forma e dimensioni mai uguali. Esse, interrompendo l’armonia del disegno dell’uomo, ne creavano una nuova, nata dalla mano della natura. 
I muri della casa cominciavano a sgretolarsi come i suoi anni … non più corse, riso o capricci di bimbi su e giù per le scale di marmo; non più giochi in terrazza e in cortile; non più pericolose e veloci discese sullo stretto corrimano di ferro della scala a chiocciola, tra il viola – azzurro dei grappoli fioriti del glicine e il verde variegato delle foglie; non più richiami preoccupati di adulti.

Nella mente della donna riemergevano grandi stanze luminose, stanze dalle tinte pastello e dai soffitti fioriti; rispuntavano pesci con stelle marine e conchiglie, sullo sfondo verde – marrone della vegetazione che correva in basso,  lungo le pareti della sala … dal pavimento fino superare di poco la testa  di una piccolissima figura di bimba…
All’istante però, tutto sfumava nella polverosa cortina della fuliggine attuale, nell’incerta penombra delle imposte mal chiuse e deformate, nel solaio pericolante, nelle pareti rovinate e cadenti e nel vuoto assordante.
Scomparsi i volti ora dolci ora severi che l’aiutarono a crescere e a sognare. Spariti quei bimbi divenuti ormai uomini e donne. Non più l’ingenuità e l’istintiva apertura dell’animo ai cari compagni di gioco; non più la spensierata fiducia. Ora solo i pensieri dei “grandi”. Ricordi rivisitati e filtrati da occhi pensanti, da gioie e dolori vissuti, da sogni realizzati e da speranze deluse; animi cresciuti in mondi diversi e non più facilmente leggibili l’un l’altro.

cortile-3-b  Eppure, abbandonata fra la fitta selva degli alti cespugli che avevano invaso il cortile, proibendolo agli altri, e che avevano avvolto l’antico pozzo sino a nasconderlo quasi pietra preziosa, la vecchia casa continuava ad essere bella nel mistero della sua vita solenne e solitaria: quel verde incolto la racchiudeva, mentre il ficus rigoglioso e spontaneo, la custodiva e la proteggeva dalla terrazza, levandosi in alto maestoso e possente; il cielo con pennellate sfumate d’azzurro l’abbracciava dolcemente; la scala fra le due terrazze si era arricchita di merletti; le profonde screpolature sui muri e le finestre sbiadite e pericolanti parlavano dello scorrere del tempo: rughe sul volto degli uomini a testimoniare percorsi di vita, lunghe riflessioni, gravi pensieri, ma anche tanti sorrisi e allegre risate.

Cosa ne sarebbe stato della villa e della vita che vi era stata vissuta? Forse tra poco sarebbero state spazzate via … forse qualcuno se ne sarebbe preso cura … o forse …

La sensibilità e i progetti di chi vi aveva abitato bambino erano diversi, ma sicuramente in tutti continuava a regnare un pizzico di nostalgia e un po’ di affetto per quel luogo che ora ricordava le fiabe, i castelli incantati, i rovi cresciuti per invidia e gelosia di maghe e maghi dispettosi, i sonni profondi delle fanciulle punte dall’arcolaio di una strega e il giovane principe che con il suo bacio le risveglia alla vita, dopo una lunga lotta contro il male.
In mezzo ai rovi dorme la Bella Addormentata; in mezzo al bosco vive l’umanità, l’amicizia e la solidarietà dei nani verso Biancaneve … quella casa avvolta da erbe, fuliggini e pericoli, forse continuava a portare in grembo una nuova lezione di vita, un premio per chi, seppure adulto, avesse avuto voglia di raccogliere la sfida e accettare di crescere ancora dentro di sé (“A vecchia avìa cent’anni e ancora avìa ‘nsignari” – recitava un vecchio proverbio del posto –: “L’anziana (donna) aveva cento anni e ancora doveva imparare”).

 scala-chiocciola-5-f-1  Il vento leggero le sfiorava delicatamente le guance e si spargeva profumato e lieve attraverso le narici in tutti i tessuti del suo corpo, allargandole il respiro; il cielo azzurro sopra la sua testa e dentro i suoi occhi la rapiva e le faceva scalare quei leggeri ciuffi di nuvole … radi e dipanati batuffoli di ovatta bianca che qua e là macchiavano il celeste di trasparenze lattiginose; l’odore del mare vicino le rinnovava il desiderio di correre in spiaggia, attraversare la sabbia bollente e giocare felice dentro l’acqua fresca, fra il moto delle onde, ora impercettibile, ora invece agitato e pauroso.

Abbassò la testa, respirò profondamente e comprese che ora toccava a lei ricordare storie incantate, come un tempo faceva la sua nonna.

“Chi l’avrebbe detto? Chi l’avrebbe immaginato? …”  “Panta rei” le ricordarono i suoi vecchi studi: tutto passa, tutto scorre … com’era vero! …, ma – pensò –   scorrere è trasformarsi e trasformarsi è vivere. “Questa è ficus-4-cvita” – si disse – “La trasformazione è vita. Se io non fossi cambiata, non sarei vissuta, e se non mi stessi trasformando, non starei vivendo. Io cambierò ancora nel corpo e nell'animo, ma continueranno a cambiare anche le cose e le persone intorno a me". Questa riflessione le fece bene e la risvegliò.

Scattata qualche foto ricordo e raccolti i suoi pensieri, considerò la realtà presente, prese per mano la bimba di ieri e la donna di oggi e, determinata, con tanta speranza, si rimise in cammino.

                                 © Antonina Orlando  04 – 01 – 2017

 

 LA VECCHIA CASA CON LA SCALA A CHIOCCIOLA

SI PREPARA LA PRIMA GUERRA MONDIALE 2

PARTE SECONDA

 I FORTI UMBERTINI a MESSINApianta-forti

 Contesto storico e ubicazione                 

 

 Nella seconda metà dell’Ottocento i governi delle grandi  e piccole potenze pensavano soprattutto ad affermare la propria forza economica e militare, entrando in competizione gli uni con gli altri, stringendo e rompendo alleanze, in un gioco non sempre chiaro, ma sicuramente pericoloso.

Lo sviluppo economico, le nuove tecniche nel campo produttivo, l’evoluzione degli studi scientifici in ogni settore del sapere, l’applicazione delle scoperte su larga scala industriale, rendevano la società sempre più esigente e si acuivano nel contempo le problematiche sociali, già delineatesi nel corso della prima Rivoluzione Industriale.

La causa prima delle crisi economiche che ciclicamente colpivano l’Europa occidentale, non era più da ricercarsi nell’agricoltura, ma nella sovrapproduzione dei prodotti industriali che non si riuscivano a vendere nei luoghi di produzione. Le crisi, nate da una questione di mercato, si estendevano, poi, al mondo finanziario, generando un grosso groviglio di interessi economici, finanziari e politici.

Gli spazi commerciali diventavano sempre più stretti e i paesi che da antica data rifornivano di materie prime le potenze del vecchio continente, ne divennero anche i mercati, in cui esse vendevano i prodotti finiti e in cui investivano. Verso la fine dell’Ottocento il numero di questi paesi non fu più sufficiente, e se ne cercarono altri, conquistandoli militarmente.

La maggior parte del commercio mondiale continuava a svolgersi tra paesi industrializzati; tuttavia, avere il maggior numero di colonie possibile diventava ora non solo una necessità economica di privati, ma  una forma di prestigio nazionale e di sicurezza militare, dal momento che ogni colonia rappresentava una miniera di materie prime, una enorme piazza di smercio di manufatti, nuove possibilità di investimento e una riserva militare per le campagne belliche.

Protezionismo e Nazionalismo caratterizzarono quell’ultimo scorcio di Ottocento, mentre si andava affermando con forza sempre maggiore l’idea della “superiorità della razza bianca”.

Divenne così necessario per ogni Stato armarsi per conquistare e per difendersi. I governanti dei grandi Stati si affidarono ai suggerimenti di alti ufficiali, il cui potere decisionale andò aumentando vertiginosamente: vennero riformati gli eserciti, venne incrementato il lavoro delle industrie belliche e gli stessi militari ebbero facoltà di disporre autonomamente degli armamenti.

Non solo, si ricorse anche a fortificazioni che proteggessero i confini da eventuali generale-cavalliinvasioni nemiche.

Ingegneri militari furono chiamati a costruire nuove fortezze o a riadattare vecchi forti, non più capaci di affrontare gli assalti delle armi moderne e dei nuovi mezzi, che assieme agi aerei, sarebbero entrati  in una guerra sempre più vicina.

Nel 1844, per esempio, il Generale piemontese Giovanni Cavalli con l’introduzione della rigatura interna della bocca da fuoco, abbandonò la classica palla di cannone sferica, utilizzando il proiettile di forma ogivale. Questo proiettile si adattava perfettamente all’anima dell’arma, facendo in modo che venisse eliminato il “vento”, cioè lo spazio, tra il diametro del proiettile rotondo e quello dell’anima interna del cannone. Così fu annullata la sfuggita laterale del gas al momento dello sparo e aumentarono non solo la potenza e la gittata dell’arma – che riusciva a colpire a una distanza praticamente doppia di quella fino allora possibile –, ma anche la precisione dei tiri e la grossezza dei calibri. L’innovazione di Cavalli, introdotta definitivamente nelle campagne del 1860 – 1861, rispettivamente a Gaeta e a Messina, e utilizzata da tutte le artiglierie moderne, influì enormemente sulla potenzialità delle nuove armi, costringendo i Governi a rivoluzionare tutti i sistemi di attacco – difesa.

Anche l’Italia, dove ormai fra larghe sacche di arretratezza nascevano industrie moderne, non solo nel triangolo industriale formato da Piemonte, Lombardia e Genova, ma anche in altre regioni, come la Lanerossi a Schio (Vicenza), e le iniziative industriali dei Florio nella Sicilia occidentale, comprese che per essere considerata una potenza, doveva diventare un Paese di conquistatori e doveva provvedere a consolidare i suoi confini.

Alla pari delle altre grandi potenze, dunque, anche l’Italia pensò ad un’adeguata difesa militare; tanto più che con la Francia vi erano forti tensioni, sia per la sua politica espansionistica in Africa, sia per motivi legati al periodo risorgimentale, mentre d’altra parte nel Mediterraneo si aggiravano navi inglesi e tedesche, in concorrenza commerciale fra di loro. Inoltre la Francia, in urto con la Germania dopo la sconfitta del 1870 e la perdita dell’Alsazia e della Lorena, disseminava quella frontiera di anelli di forti; lo stesso faceva la Germania lungo la stessa frontiera; il Belgio costruiva fortificazioni ad Anversa, e molti altri Stati munivano anch’essi i loro confini.  

Stando così le cose ed essendoci preoccupazione per la crescente tensione politica fra le potenze europee, il Governo italiano decise di realizzare opere di fortificazione, nominando delle Commissioni di studio, composte da alti ufficiali dell’Esercito e della Marina, con l’incarico di realizzare strutture di difesa nei punti nevralgici della penisola, comprese le coste mediterranee. Nel 1887, inoltre, fu stipulata una Convenzione Militare tra l’Italia e la Germania, fra il Presidente del Consiglio italiano, nonché Ministro degli Esteri, Francesco Crispi e il cancelliere tedesco Bismarck, in base alla quale l’Italia, già legata alla Germania dalla Triplice Alleanza, avrebbe dovuto essere pronta a combattere contro la Francia, qualora questa assieme alla Russia, avesse attaccato la Germania.

Subito dopo l’Unità d’Italia, dal 1861 al 1889 furono presentati vari progetti di campi trincerati, tra cui quelli realizzati a Mestre, Verona e Terni, ma molti di essi rimasero sulla carta. Una delle opere più imponenti per numero di forti ed estensione territoriale fu quella dei Forti Umbertini, sorti a difesa dello Stretto di Messina, importante punto strategico sia militare che commerciale.

Messina non era nuova ad opere difensive; già i Normanni, per esempio, si erano preoccupati di rafforzarne il sistema di difesa, vista l’importanza raggiunta dal porto, così come anni dopo fecero gli Svevi.

Con la ristrutturazione cinquecentesca di Carlo V, poi, Messina divenne una città – fortezza. Infatti, a quel tempo, i Turchi miravano ad espandere il loro dominio in Sicilia. Essi la consideravano di loro proprietà e pensavano di poterla conquistare facilmente; nella loro cartografia, anzi, la rappresentavano già araba, prima ancora di averla occupata.

Non avevano valutato, però, la presenza e gli interessi degli Spagnoli, che nel 1537, seguendo la configurazione fisica del territorio, fecero erigere imponenti mura di difesa, adatte a contrastare le armi dei nemici. I Turchi furono sconfitti a Lepanto nel 1571 e svanì il pericolo di un loro attacco.

Nel Museo di Forte Cavalli, di cui si parlerà più avanti, fra le varie piante della Sicilia, si trova una mappa inedita dell’Archivio di Stato di Napoli, realizzata nel Cinquecento da Piri Reis, un cartografo turco, ammiraglio di Solimano, il Magnifico. In essa Messina con tutta la Sicilia e con lo Stretto, è rappresentata come già araba, in piena dominazione spagnola.  

Nell’Ottocento, però, le fortificazioni volute da Carlo V e adatte a contrastare le armi del suo tempo, non servirono più, perché non potevano opporre nessuna resistenza contro la nuova artiglieria navale. Per questo le Commissioni nominate da Umberto I dal 1861 al 1889 ne studiarono di più idonee.

Nacquero così i nuovi Forti, che dovevano servire a proteggere lo Stretto di Messina; alcuni di essi (14) furono costruiti sui Peloritani, altri (9) lungo la costa calabra1

Essi, chiamati anche Forti Umbertini, facevano parte del Piano Generale di Difesa dello Stato. 

Sullo Stretto venne a crearsi in questo modo una rete di sorveglianza praticamente ineludibile; se qualcuno avesse tentato di attraversarlo senza autorizzazione, avrebbe dovuto affrontare il fuoco proveniente dai Forti.

 

In visita a Forte Cavalli  targa-ingresso

Visitare i Forti dei Peloritani significa entrare in un mondo particolare, dove l’austerità della costruzione militare, ben inserita e mimetizzata nella natura, fa da contrappunto al suggestivo spettacolo dello Stretto.

Dalla cinta muraria si ammirano contemporaneamente il fondersi del variegato azzurro di due mari, il Tirreno e lo Ionio, le pendici dell’Aspromonte sulla costa calabra, con  promontori e insenature, e la caratteristica lingua di terra a forma a falce (zanclon in siculo), che racchiude il porto di Messina e che le ha dato in passato il nome di Zancle.

I Forti Umbertini furono costruiti fra il 1882 e il 1892 dallo Stato Maggiore del Regio Esercito Italiano; l’ultima batteria da costa, quella di Sbarre, a sud di Reggio Calabria, fu ultimata alla vigilia dello scoppio della Grande Guerra.

Abbandonati dopo la Seconda Guerra Mondiale, lasciati al degrado e adibiti a stalla dai pastori del luogo, sono fatti segno in questi ultimi anni di grande attenzione. Associazioni di studiosi li vanno restaurando e li ripropongono all’attenzione del mondo culturale. Nove di essi sono già visitabili e spesso ospitano attività culturali, scolaresche e scout.

 

Mantano ha visitato uno dei Forti restaurati, Forte Cavalli, oggi proprietà del Demanio, dato in concessione nel 2000 all’Associazione “Comunità Zancle” ONLUS che se ne è presa cura, lo ha rimesso a posto e lo ha riconsegnato alla cultura. Esso è anche sede del Museo Storico della Fortificazione Permanente dello Stretto di Messina, realizzato dal Centro studi e Documentazione “Forte Cavalli” e inaugurato nel maggio 2003. Luogo di educazione alla Pace, è oggi sotto il patrocinio dell’UNESCO.

Il  direttore del Museo, Prof. Vincenzo Caruso, docente di matematica e fisica nei licei messinesi e cultore di storia militare legata allo Stretto di Messina, da molti anni fa ricerche presso gli archivi militari italiani per riscoprire la storia delle fortificazioni militari intorno allo Stretto. Egli collabora inoltre “con esperti del coordinamento del Recupero del campo Trincerato di Mestre e di varie città fortificate italiane ed europee”.

Il Prof. Caruso ha accompagnato Mantano nella visita al Forte e al Museo, rendendosi gentilmente disponibile durante la chiusura estiva del mese di Agosto.

Mantano, inoltre, ha potuto beneficiare della  disponibilità del bravissimo ed espertissimo Corrado Loiacono, ex artificiere, chiamato spesso a disinnescare bombe e mine, non solo in Sicilia e nella vicina Calabria, ma anche in altre regioni, come Piemonte, Valle d’Aosta e Veneto.

La Batteria di costa Monte Gallo, in seguito chiamata Forte Cavalli, dal nome dall’omonimo generale, si trova sul Monte Gallo, a 330 metri di altezza s.l.m. Il Forte fu costruito fra il 1889 e il 1890.

Dallo spiazzo antistante le mura di cinta, dopo aver attraversato il ponte levatoio e il cancello d’ingresso, si accede alla Piazza d’Armi.

Lo sguardo del visitatore è subito attratto da un grossissimo cannone, posto proprio di fronte all’ingresso.

E’ il più grande cannone italiano della Seconda Guerra Mondiale con il suo peso di 16 tonnellate e la sua lunghezza di 10 metri. Ogni sua parte è stata fabbricata nelle industrie italiane, secondo le indicazioni di Mussolini, come spiega il Prof. Caruso. Esso è stato regalato alla città di Messina dal Ministero della Difesa ed è stato dichiarato Monumento ai caduti di tutte le guerre.

A fianco del cannone, su una targa affissa al muro, si può leggere un’epigrafe che invita i giovani ad amare e custodire la pace.

forte-cavalli-targa-ai-caduti

Forte Cavalli – ha continuato a spiegare il Prof. Caruso – come gli altri Forti, è invisibile dal mare per motivi strategici, ma per gli stessi motivi si è fatto in modo che gli stessi Forti fossero visibili tra di loro tre a tre. Così, infatti, avrebbero potuto comunicare ugualmente, in caso di interruzioni telefoniche e telegrafiche. Fra tutti vi era poi una fitta rete stradale con baraccamenti, polveriere e depositi sparsi sul territorio.

Il punto di riferimento per tutti i Forti era il Forte di Antennamare (noto ai Messinesi come Dinnamare), sul  monte omonimo, alto circa 1130 metri: faceva anche da ponte radio.

Bellissimo lo spettacolo che si può godere da quel Forte:

Per la costruzione di Forte Cavalli vennero utilizzate anche le pietre di risulta dall’appiattimento della collina.

Le cronache del tempo – ci informa la guida – dicevano che la collina cominciava piano piano ad appiattirsi: segno che la batteria stava crescendo. “La vetta è stata sbancata con le mine; poi con pala, carriole e piccone, il materiale è stato portato via e selezionato, per essere riutilizzato nella costruzione dei vari livelli del Forte, fino alle piazzole che stanno in alto”. Per le rifiniture si usavano mattoni e pietra lavica.

forte-cavalli-postazione-cannoni

La canalizzazione dell’acqua – tuttora funzionante – portava l’acqua piovana ad una cisterna di 150 – 200 mila litri, oggi ripristinata, garantendo l’approvvigionamento idrico.

Inoltre, per evitare smottamenti e frane, vi erano canali di scolo, efficienti ancora oggi, e tutto un sistema di costruzione di piani con opere di contenimento, realizzato con gradoni in pietra lavica, su cui veniva posta terra e, quindi, piantati alberi. L’eventuale frana veniva ostacolata da questi, per così dire, denti di sega.

I Forti come in tutta Europa, furono costruiti attorno alla città e furono chiamati campi trincerati; cioè, anelli di forti intorno al nucleo abitato. Un’analoga  cinta di forti fu costruita sulla costa calabra, creando una fitta rete di osservazione, attraverso la quale era praticamente impossibile che si potesse attraversare lo Stretto senza permesso.

Vicino all’ingresso del Museo che si apre su Piazza d’Armi,  si possono vedere due ancore: una delle due, dono della Marina Militare Italiana al Forte, durante il secondo conflitto mondiale reggeva una rete che serviva ad impedire l’ingresso dei sommergibili nemici nel porto.

L’altra ancora è, invece, l’ancora di un dragamine.

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Dopo Piazza d’Armi, la visita prosegue dentro il Museo.

 

Nel corridoio d’ingresso vi è una targa dedicata a Giacomo Matteotti. Egli, contrario alla partecipazione dell’Italia alla Prima Guerra Mondiale, a causa dei suoi discorsi non interventisti fu trasferito a Messina, dove militò a Forte Cavalli fino alla fine del conflitto. Restano alcune lettere che da lì egli spedì alla moglie.

museo-cavalli-matteotti

Si percorre, poi, un corridoio perimetrale che, isolando gli ambienti interni, permetteva di mantenere asciutte le polveri conservate in alcune stanze lontane dalla montagna e dal terrapieno. Il ricircolo dell’aria, che vi era stato creato e  garantito tutt’oggi, consentiva di evitare l’umidità, mentre linee spezzate, ricavate sulle pareti, avrebbero potuto interrompere l’onda d’urto di eventuali esplosioni, dal momento che tutte le stanze erano stracolme di munizioni.

 

Da una sala all’altra, attraverso immagini, documenti e reperti, si snodano davanti al visitatore le tappe della storia, della costruzione dei Forti e della difesa dello Stretto, dall’Unità d’Italia alla Seconda Guerra Mondiale.

 

Nella Caponiera, per esempio, si trova la postazione di una mitragliatrice: serviva per la difesa del fossato e del ponte levatoio.

Oggi, su una grande pianta dello Stretto di Messina, si può “leggere” l’ubicazione delle fortificazioni costiere, dei forti di montagna e delle fotoelettriche che servivano per illuminare lo Stretto di notte.

Data la sorveglianza dello Stretto, molto difficilmente, come abbiamo detto, vi poteva passare una nave non autorizzata. Diverso fu però il caso dei sommergibili, imbarcazioni armate anche di cannoni oltre che di siluri, usate per la prima volta durante la Prima Guerra Mondiale. Tali imbarcazioni non erano ancora tecnologicamente evolute, né utilizzate in guerra all’epoca della costruzione dei Forti; perciò questi non vennero attrezzati per difendersi da tali pericoli. Così, durante la Prima Guerra Mondiale i sommergibili tedeschi, andando sott’acqua, riuscivano ad entrare nello Stretto e a colpire le navi passeggeri e le navi commerciali che vi circolavano. Dimostrazione che la costruzione di difese militari pensate per adeguarsi alle nuove armi, spesso sono già superate dal progresso, prima ancora di essere portate a compimento.

A Messina – cosa poco risaputa – nel 1915 fu dichiarato lo Stato di Guerra con tutti i provvedimenti conseguenti, documentati anche dai Manifesti Militari, inediti, in visione al Museo.

 

Molte sono le tavole esposte nei vari ambienti; fra le altre una rappresenta il Generale Longo, presidente della Commissione incaricata di studiare i siti idonei alla costruzione delle fortezze calabresi e messinesi; un’altra raffigura “i carrumatti”: i carri, cioè, su cui venivano trasportati materiali e armi dalla città alla nuova costruzione.

Materiale per la costruzione, artiglieria e tutto quanto potesse servire, veniva trasportato appunto dalla città al Forte sui cosiddetti “carrumatti”,  carri stretti e lunghi (5 metri per 1), simili ai tir, trainati da buoi – per portare un cannone a Forte Cavalli, ci volevano 20 buoi e 3 giorni di viaggio, partendo dalla stazione ferroviaria.

“Messina fu invasa dal traffico pesante, come oggi dai tir” – osserva sorridendo il Prof. Caruso – “e a quel tempo le Gazzette si lamentavano che la strada, appena aggiustata, venisse nuovamente rovinata, mentre i cittadini continuavano a pagare le tasse …” .

Lungo la dorsale dei Peloritani si possono vedere numerosi caseggiati: servivano come punto di appoggio per spostare le truppe in caso di attacco lungo una strada di 85 chilometri che portava da Messina fino ad Enna, senza passare dalla costa. Si evitavano in questo modo eventuali bombardamenti navali. E’ una via di collegamento lunghissima e ancora visibile sui Peloritani con strade incredibili, ripercorse e georeferenziate dallo stesso Prof. Caruso, il quale, durante la ricerca dei percorsi militari, ha rinvenuto, anche pietre miliari con la firma del Primo Reggimento Genio 1901, i “buttischi”, cioè  i sistemi che consentivano di canalizzare l’acqua prima che arrivasse sul piano stradale; i pozzetti che servivano per raccogliere i detriti, impedendo così un’eventuale frana e le fonti d’acqua usate per l’approvvigionamento di soldati, muli e buoi.

Ogni Forte era praticamente protetto da due servitù: una prima zona di servitù militare e una seconda zona, più esterna.

In quella più esterna  potevano accedere i contadini, per raccogliere legna, coltivare, ecc.; l’altra, più ristretta, era riservata al Forte. Le demarcazioni delle suddette servitù erano segnate da pietre miliari con delle incisioni ben chiare:

130 metri – significava, per esempio, che si distava 130 metri dal Forte; quelle pietre potevano essere chilometriche, ettometriche, ecc. Su alcune si legge ancora “seconda zona militare”; “zona di servitù”, DM –  Demanio Militare –  o TM – Territorio Militare.

Naturalmente il Museo ha dedicato una sala al Generale piemontese Giovanni Cavalli (1808 – 1879), inventore della rigatura dei cannoni, con la quale furono migliorate le artiglierie europee. In essa si trovano mappe e reperti che aiutano il visitatore a capire meglio l’innovazione da lui apportata e il suo impiego.

  

Significativa è la targa in bronzo, ottenuta dalla fusione dei cannoni austriaci alla fine della guerra e donata dal Comando della Brigata Aosta il 13 Maggio del 2007. Su di essa è riportato il Bollettino della Vittoria, firmato da Armando Diaz, Comandante in capo dell’Esercito Italiano.

  

Dopo aver parlato simpaticamente dei colombi viaggiatori, messaggeri durante la Prima Guerra Mondiale, delle colombaie mobili, dei vari telegrafi, telefoni e megafoni e del contemporaneo spionaggio per carpire i segreti delle fortificazioni .e delle postazioni delle artiglierie, la guida ha lasciato la parola a Corrado Loiacono.

Il suo intervento è stato mirato più che altro alla Seconda Guerra Mondiale: egli ha descritto bombe, mine e siluri, ha raccontato spesso dove e come sono stati ritrovati e anche le conseguenze nefaste su chi, rinvenendoli per caso, non è stato in grado di riconoscerli o di comprenderne la pericolosità. Inoltre, ha spiegato con chiarezza e ricchezza di particolari sia il loro funzionamento, sia come venivano disinnescati. Le dimostrazioni e il racconto della storia e dell’uso degli ordigni lasciavano spesso spazio ad interessanti e piacevoli aneddoti  e ai ricordi delle sue esperienze di lavoro.

La visita al Forte Cavalli, interessante sia per l’aspetto storico – architettonico che per l’aspetto paesaggistico, ha  permesso fra l’altro di venire a conoscenza di particolari poco noti sulle vicende di Messina e dello Stretto nel corso della Prima Guerra Mondiale.

 

 

1

   I forti edificati nel tardo Ottocento sono:

– 9 antinave sulla costa calabra (Poggio Pignatelli, Matiniti sup, Matiniti inf, Arghillà, Catona, Sbarre, Telegrafo, Pentimele nord, Pentimele sud).

– 9 antinave sulla costa messinese (Cavalli, Schiaffino, Mangialupi, Petrazza, Ogliastri, S. Jachiddu, Crispi, Serra la Croce, Masotto).

– 4 fortini di montagna sui Peloritani per la difesa della Piana di Milazzo (Campone, Centri, Ferraro, Antennammare).

– 1 forte di segnalamento non armato (Spuria) ricostruito sull'antico forte inglese. 
Tot. 22+1=23

 

BIBLIOGRAFIA

 

 Basil H. Liddel Hart

 La Prima Guerra Mondiale

BUR storia

 Sergio Romano

 Crispi

Biografie Bompiani

 G. Sabatucci –V. Vidotto

 Storia contemporanea – L’Ottocento

Editori Laterza

 Alberto Preti–Fiorenza Tarozzi

 Percorsi di storia contemporanea

Zanichelli

 Amalia Ioli Gigante

 Le città nella storia d'Italia –  MESSINA

Editori Laterza

 M. Lo Curzio,V. Caruso

 La Fortificazione Permanente dello  Stretto di Messina. Storia conservazione e restauro di un patrimonio architettonico e ambientale

 EDAS, Messina, 2006

 Vincenzo Caruso

 Messina nella PRIMA GUERRA MONDIALE

Edizioni Dr. Antonino Sfameni Messina 2008

 IL DEMANIO

 MONTI PELORITANI

AZIENDA REGIONALE FORESTE DEMANIALI

 Opuscolo

 VIVILFORTE

 

 Opuscolo

 Guida al Museo storico di FORTE CAVALLI

 

 

 

RINGRAZIAMENTI

Si ringrazia sentitamente il Professore Vincenzo Caruso per la sua cordialità e per la sua disponibilità.

 

      © Antonina Orlando 07 Dicembre 2016      

 

 

L'AMBIENTE SOCIO – POLITICO – ECONOMICO IN CUI SI PREPARA LA PRIMA GUERRA MONDIALE 2

 

MARSALA, I FLORIO E LE LORO CANTINE

manifesto-pubblicitario-florio   

Marsala, città nata sulle rovine dell’antica fenicia Lilibeo, si stende  su  un bellissimo lembo di terra –  capo Boeo – all’estremità occidentale della Sicilia.

Racchiusa fra Erice, Segesta e Selinunte, le fanno corona dal mare le isole Egadi, le isole dello Stagnone e le famose saline, che esaltano la suggestione del suo ambiente storico – geografico:

l’isola di Favignana, nelle Egadi, con la sua tonnara, 

favignana-con-lo-stabilimento

l’isola di Mozia, nello Stagnone, con i suoi scavi, il suo museo, le sue bellezze naturali,

 mozia  

 


 

 

 

 

 

le saline con l’incanto della loro luce saline

 

 

 

 

 

 

 

e gli antichi, pittoreschi mulini a vento.mulini-a-vento

 

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I caratteristici tramonti rosati avvolgono strati di storia secolare giuntaci attraverso

reperti archeologici, reperti-archeologici

 

 

 

 

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monumenti

 

 

tradizioni religiose e popolari.

tradizioni-religiose-popolari

 

Persino i nomi che la città ha assunto nel tempo raccontano fatti e avvenimenti storici: Lilibeo è il nome datole dai Fenici, quando nel IV secolo a. C. vi si sono insediati, fuggendo da Mozia che il tiranno di Siracusa, Dionisio il Vecchio,  aveva assediato e distrutto.

Ed è da Lilibeo – città che guarda la Libia – che ai Marsalesi deriva anche l’appellativo di Lilibetani.

Furono successivamente gli Arabo-Berberi che nell’VIII secolo, risvegliando i traffici commerciali e l’economia della città, la rinominarono Marsa Alì, Porto di Alì, o, forse, Marsa ālyy, Porto grande, oppure ancora Marsa Allāh, Porto di Dio o ancora, più semplicemente è all’espressione latina mare salis, mare di sale che la città deve il suo nome.

Anche l’evoluzione storico – economica dei secoli più recenti, le riconosce una posizione significativa, nella realtà italiana ed europea.

Ne sono esempio le cantine Florio di Marsala, della cui visita effettuata da Mantano, si riportano alcuni momenti nel corso del presente articolo.

cancello-cantine-florio

Prima di varcare il cancello, su cui è impresso il nome delle cantine stesse e la data della prima produzione del famoso marsala Florio, l’attenzione si posa sullo stemma della famiglia, un leone in bronzo che sovrasta l’ingresso. leone-malato-particolare

Superato il cancello, si accede al cortile, dove si aprono le cantine e dove è pronta la simpatica e brava guida Sabrina Marino.

cortile-cantine-1

 

 

 

 

 

 

 cortile-cantine-2

cantine

 

Varcare le porte della cantina significa essere avvolti da un’atmosfera speciale. La mescolanza degli aromi e dei bouquets, la temperatura fresca e il colore caldo delle botti colgono all’improvviso il visitatore, trasportandolo in una nuova realtà.

Sabrina si avvia verso botti di grandissime dimensioni, vicino alle quali si sofferma, per spiegare il tipo di marsala che vi è contenuto

e per raccontarne la storia, che risale addirittura al Settecento, epoca in cui l’Inghilterra aveva molti interessi commerciali anche in Sicilia.

Nel 1773, infatti, l’inglese John Woodhouse, l’”inventore” del vino marsala, introdusse in città la produzione del vino su scala industriale e, con fondi propri, vi costruì molte infrastrutture.

Lo seguirono Ingham e Whitaker, che avevano compreso l’importanza economica di quell’iniziativa.

Le nuove tecnologie che sfruttavano l’energia del vapore, ormai ampiamente utilizzate in Inghilterra, poco alla volta venivano esportate sul continente europeo, mentre i commerci inglesi, enormemente importanti sul piano internazionale, erano fiorenti anche nel Mediterraneo, dove l’Inghilterra non voleva perdere il controllo di Malta e della Sicilia.

Da e per la Sicilia, dunque, i battelli a vapore facevano la spola, trasportando verso porti lontani merci e prodotti di ogni genere, che spesso venivano depositati in via provvisoria a Malta.

Nell’Ottocento, quando la Rivoluzione Industriale, nella sua seconda fase, raggiunse anche l’Italia, Marsala venne a trovarsi fra le città più avvantaggiate dal nuovo spirito imprenditoriale ed economico, rappresentato non solo dagli Inglesi, ma anche dai membri di una famiglia di origine calabrese, i Florio, la cui presenza e la cui attività frenetica caratterizzerà la vita economica e culturale sia di Marsala e dei paesi vicini, che di Palermo.

I Florio provenivano da Bagnara Calabra e si spostarono in Sicilia forse a causa del fortissimo terremoto che colpì la loro terra nel 1783.

Furono i risultati positivi che Woodhouse e Ingham ottennero nella produzione del vino all’uso di Madera, tanto apprezzato dagli Inglesi, che persuasero Vincenzo Florio ad avviare a sua volta delle fattorie dello stesso tipo nello stesso territorio. Del resto negli anni Trenta dell’Ottocento erano molteplici i prodotti siciliani che destavano l’attenzione mondiale e che venivano molto richiesti all’estero. Fra questi lo zolfo, estratto nelle zolfare, la cui produzione in buona parte veniva esportata, e il vino.

Vincenzo Florio, nato a Bagnara Calabra nel 1799, iniziò la sua carriera, avendo a disposizione una solida base finanziaria, costruita lentamente prima dal padre, poi dallo zio Ignazio.

Il padre di Vincenzo, Paolo, era un commerciante e, giunto da Bagnara a Palermo, aprì una piccola drogheria, più precisamente un’ “aromateria” (negozio di spezie), dove, fra l’altro, si vendevano anche medicinali e prodotti chimici. Questa attività in pochi anni gli permetterà di incrementare il suo giro d’affari al punto da poter lasciare al figlio una notevole eredità.

Fu in particolare il chinino, usato come rimedio contro la malaria, l’articolo di punta dell’ “aromateria” non solo ai tempi di Paolo, ma anche quando a lui, morto nel 1807, succederà il figlio Vincenzo, i cui interessi, essendo lui ancora piccolo, furono curati abilmente dallo zio Ignazio, fratello del padre.

Per simboleggiare il potere medicamentoso del “cortice”, fu fatto scolpire un leone febbricitante (lo stemma che si può vedere all'ingresso del cortile) il quale, per guarire, beve le acque che lambiscono le radici dell’albero della china.

leone-febbricitante-mantano

Il commercio della polvere della corteccia dell’albero di china si sviluppò in modo significativo a partire dal 1824, quando Vincenzo, che aveva studiato nelle migliori scuole d’Europa, durante un suo viaggio in Inghilterra conobbe e analizzò la macchina che la polverizzava.

In quell’occasione egli decise di importare la macchina, per poter produrre autonomamente la china in polvere  a Palermo ed evitare così di doverla comprare in Inghilterra.

Morto lo zio Ignazio nel 1828, dal 1829 Vincenzo iniziò la sua carriera personale, proseguendo sulle orme della famiglia.

Fondò, infatti, varie società e grosse compagnie di navigazione, si interessò al settore degli zolfi, prese in affitto tonnare e diede vita a numerose iniziative industriali, fra cui quella dei vini di marsala.

Così, nel 1832, sfidò Ingham e Woodhouse, costruendo a Marsala uno stabilimento vinicolo che diventerà famoso. Lo stabilimento che Vincenzo Florio cominciò a costruire nel 1832, nacque in riva al mare, fra quelli di Ingham e di Woodhouse e cominciò a produrre già nel 1833.

cantine-florio-in-riva-al-mare

Subito dopo, nel 1834, creò una società con Raffaele Barbaro, dando vita ad uno stabilimento, chiamato “Baglio”. La società, però, si sciolse nel 1839, lasciandolo libero di continuare l’attività da solo.

La produzione del vino liquoroso di Vincenzo Florio si impose presto sui mercati sia nazionali che internazionali, ottenendo importanti riconoscimenti ufficiali.

Per produrre quel vino all’uso di Madera, cioè seguendo il sistema spagnolo e portoghese, venivano utilizzate uve molto ricche di zucchero, come il catarratto, la inzolia, il grillo, il domaschino ..

Inoltre, all’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-1892 non solo furono presentate le famose qualità di vino marsala, ma anche il primo campione di cognac siciliano.

Grazie all’industria enologica, Marsala divenne una delle città più ricche della Sicilia.

Dopo Vincenzo, morto nel 1868, il nome della famiglia fu tenuto ancora alto dal figlio Ignazio senior.

Lo stabilimento di Marsala divenne un grande e moderno complesso industriale sempre soggetto ad innovazioni; con macchine a vapore, per esempio, si costruivano botti e doghe, mentre la pulitura dei fusti veniva effettuata, utilizzando una macchina che agitava i vasi vinari, facendoli ruotare in ogni senso.

Queste le categorie del marsala e le sue ricette, così come spiegate da Sabrina.

Le diverse qualità del marsala furono spesso premiate nelle manifestazioni più importanti del settore e nelle Esposizioni internazionali.

Dal 1870 la fillossera, la peronospera  e l’oidio colpirono anche le uve marsalesi, così come quelle di quasi tutti i territori europei. I problemi economici più gravi, però, furono causati dai problemi politici internazionali e dalle continue e improvvise oscillazioni dei dazi doganali e delle tassazioni interne, nel contesto di quella crisi economica internazionale  che, iniziata intorno al 1873, si prolungò all’incirca fino al 1896.

La crisi dell’industria e il forte ridimensionamento del commercio caratterizzarono soprattutto l’età di Ignazio junior, figlio e successore di Ignazio senior. Nonostante ciò e pur colpito da gravissimi lutti in famiglia, circondato da amministratori spesso non all’altezza del loro compito, Ignazio non si arrese; cercò anzi di difendere le imprese ereditate, lottando anche contro la concorrenza delle concentrazioni industriali del nord Italia.

Sulle pagine dell’Ora di Palermo, giornale da lui fondato, vennero pubblicati molti articoli a sostegno delle sue ragioni.

Nelle relazioni mondane, tuttavia, fu mantenuto un tono elevato e la moglie di Ignazio junior, la bellissima e colta donna Franca, come la chiamò D’Annunzio, corteggiatissima e sempre molto ammirata da celebri artisti e letterati, da imperatori e re, sfoggiava gioielli preziosissimi.

Anche Vincenzo, fratello di Ignazio junior, amava la vita mondana. Egli lontano dalle attività economiche della famiglia, si occupò soprattutto di auto, di imbarcazioni di lusso e generalmente di sport. Organizzò manifestazioni e corse automobilistiche, la prima delle quali si rifece alla “settimana automobilistica di Brescia”.

Nel 1906 la corsa si svolse in Sicilia e furono messi in palio numerosi premi in denaro e una targa d’oro, chiamata “targa Florio”, da assegnare al vincitore.

Pensò anche a brevettare un autocarro, per trasportare su strade di montagna munizioni e viveri. Prodotto dal 1916 in avanti, il mezzo fu utilizzato durante la Prima Guerra Mondiale.  

La famiglia Florio, che si era interessata a promuovere la cultura e le arti (per esempio, Ignazio fece edificare il Teatro Massimo e il Politeama a Palermo), che aveva ospitato i più famosi e importanti reali dell’epoca, dallo zar di Russia, ai reali inglesi e agli imperiali di Germania, che aveva soccorso i Messinesi dopo il devastante terremoto del 1908, che aveva avuto relazione con i più rinomati artisti e scrittori dell’epoca, che aveva arricchito Palermo di splendide costruzioni liberty, poco a poco perse i suoi averi e, nel 1924, si trasferì a Roma, pur non interrompendo mai i legami con Palermo.

Ignazio jr., propose a Mussolini, che lo aveva convocato, un piano per permettere alla famiglia di sopravvivere con dignità, senza lasciare debiti:

tutti gli averi dei Florio, compresi i gioielli di Donna Franca, sarebbero stati ceduti allo Stato, in cambio di un vitalizio.

La Società Anonima Vinicola Italiana (S.A.V.I.), fondata da Ignazio jr, Vincenzo jr e da notabili e commercianti marsalesi, nel 1904, finì per essere controllata nel 1907 dalle “Distillerie Italiane”, appartenenti ad una società milanese.

Nel 1924 la società passò alla Cinzano, che nel 1928 acquistò anche le azioni della Woodhouse e la maggioranza della Ingham-Whitaker.

Nel 1929, fu incorporato tutto dalla S.A.V.I. e nacque la Florio-Ingham-Whitaker-Woodhouse con sede in Marsala.

Per finire, l’ILLVA (Industria Lombarda Liquori Vini e Affini) Saronno S.p.A., fondata il 23 luglio 1947 a Saronno,  acquistò la società Florio nel 1998 e, assieme a diversi altri vini siciliani, produce oggi il Marsala Florio e i vini Corvo.

 

                                            © Antonina Orlando 18 Ottobre 2016

 

MARSALA, I FLORIO E LE LORO CANTINE

SI PREPARA LA PRIMA GUERRA MONDIALE 1

L'AMBIENTE SOCIO – POLITICO – ECONOMICO IN CUI SI PREPARA LA PRIMA GUERRA MONDIALE

    

PARTE PRIMA: considerazioni  generali

 

Le testimonianze

1

 

FRIULANO

"Qualchi dì daur flirta me fresse Margherie in tun lùc, la che né propriamenti scomensade le vere cuintre l’Austria – Ungérie, par laser il Fiuli Oriental e la Venezia Giulia – Istria.

Sin partis in marchine viars al Monte San Michel, che si ciste zeture corsiche di sora, il pais di Fogliano Redipuglia, in provencia di Gurize. DI lassù i è scomensade le nese, cum la prima bataie centre l’ Austria. Pon dopo son stadis atris ses bataies dilung la valade dall’usinz; ma il centric strategich l’è sempre stat il Monte San Michele, parcè al iese il punt più alte di ante le alture corsiche e di lassù si dominave dute le pianure setante.

Tragiicamente famosi su chest Monte son stalis li strinceis de Francis rifugius scavos ine roces o cavernis poturalis, mentaradis cui ramaz, indulà che is militars talians si protegeria dai bombolonies, oppur ce potsuvita prin di ieri mandais sul ponte, in prime linee, a combatti".

 
ITALIANO

"Qualche giorno fa sono stato con mia nipote Margherita in un luogo, dove veramente è iniziata la guerra contro l’ Austria – Ungheria per conquistare il Friuli Orientale, la Venezia Giulia e l’ Istria. Siamo partiti in macchina diretti al Monte San Michele, che si trova sulle alture carsiche sopra il paese di Fogliano Redipuglia, in provincia di Gorizia. Di lassù è iniziata la guerra, con la prima battaglia contro l’Austria. Dopo ci sono state altre sei battaglie lungo la vallata dell’ Isonzo; ma il centro strategico è sempre stato il Monte San Michele, perché era il punto più elevato di tutte le alture carsiche e anche perché di lassù si controllava tutta la pianura sottostante.

Tragicamente famose in questo monte sono state molte le trincee dette “delle Frasche”, rifugi scavati nella viva roccia o caverne naturali, dove i militari italiani si riparavano dal bombardamento o, anche, restavano in attesa di essere comandati a raggiungere le prime linee al fronte della guerra".

 


2

"Anche tuo nonno un giorno partì per andare lontano lontano a combattere per la Patria" – raccontava la nonna – "Partì assieme ad altri soldati con la tradotta … un viaggio lunghissimo…

 

 
Dovevano combattere in  mezzo alle montagne, nelle trincee e in gallerie scavate nella roccia  .
 

 … stavano in mezzo al fango e alla sporcizia, c'erano insetti e avevano freddo, sonno e fame … spesso non riuscivano a parlare con gli altri soldati, perchè quasi tutti usavano il loro dialetto e i dialetti sono tutti diversi! … quanti ne morivano!!! … Ma lui non si spaventava … gli Italiani erano forti … dovevano difendere la Patria e cacciare i nemici … alla fine abbiamo vinto!!!"

" … Ogni tanto tornava a casa… : allora, prima di entrare, si fermava sul terrazzino. Si toglieva la mantella … sporca e piena di insetti!. La lasciava in un angolo e vi poneva accanto calze e scarponi … Da quell'angolo il suo sorriso stanco era il primo assaggio del forte abbraccio silenzioso con cui ci avrebbe stretto a sè.

Una volta, da quelle montagne mi portò un piccolo fiore con i petali bianchi e vellutati … cresce solo su quelle montagne … lassù … ; per questo si chiama Stella Alpina".

                Quella fu una guerra lunga e terribile, combattuta soprattutto fuori dall'Italia e, tappa dopo tappa, coinvolse anche genti non europee, a catena, come in un domino.

I giovani si staccavano dalla vita, uno dopo l'altro, come le foglie, una dopo l'altra, si staccano dagli alberi in autunno, per cadere a terra – disse nella poesia "Soldati"  Giuseppe Ungaretti, che pure era partito volontario:

 

"Si sta come

d'autunno

sugli alberi

le foglie"

 

Nasceva nei soldati il desiderio di ritrovare l'umanità sopraffatta e dimenticata fra le atrocità di scontri micidiali e di ordini irrazionali. Rispuntava sulle loro labbra la parola "Fratelli". Essa era come la nuova fogliolina che appare sul ramo secco dopo l'aridità e la durezza dell'inverno. Una fogliolina appena nata, una nuova vita fragile, delicata e insicura in un mondo dolorante e ostile:

 

"Di che reggimento siete

fratelli?

Parola tremante

nella notte

 

Foglia appena nata

 

Nell'aria spasimante

involontaria rivolta

dell'uomo presente alla sua

fragilità

 

Fratelli"

 

Molte di quelle giovani esistenze, vicine a morire, impararono ad amare la vita.

Ancora Ungaretti in  "Veglia" descrive la ribellione del suo spirito accanto alla triste realtà del compagno morto, il cui corpo scomposto, gonfio e violaceo è illuminato dalla luce della luna piena:

"Un'intera nottata

buttato vicino

a un compagno

massacrato

con la sua bocca

digrignata

volta al plenilunio

con la congestione

delle sue mani

penetrata

nel mio silenzio

ho scritto

lettere piene d'amore

 

Non sono mai stato

tanto

attaccato alla vita"

 

L'ambiente

Lingue, storie, speranze, idee, consapevolezze diverse … tutti a combattere la stessa guerra, con le stesse sofferenze … e con la stessa morte …

 

           Ma perchè quella guerra? Quella Grande Guerra?

 

Due colpi di pistola: quelli che uccisero l'erede al trono d'Austria, l'arciduca Francesco Ferdinando, e sua moglie Sofia …

Dieci milioni di morti: quelli causati da quei due colpi di pistola.

L'attentato degli indipendentisti serbi fu grave; i due colpi letali, esplosi da Gavrilo Princip il 28 Giugno del 1914 a Sarajevo, in Bosnia, costituirono un fatto gravissimo. Eppure, poteva quell'attentato, da solo, per quanto grave, causare l'ingresso in guerra di tanti Stati, l'accanimento di tante decisioni, la morte di così tanti milioni di giovani, le menomazioni fisiche e mentali di moltissimi dei sopravvissuti? Per non parlare delle conseguenze sociali, economiche e politiche che ne seguirono, specie in Europa?

Non fu certo un caso isolato quell'attentato! Anzi, si può inserire in una serie nutrita di attentati di matrice anarchica, che hanno caratterizzato quel periodo storico, uccidendo governanti e sovrani, come quello contro Umberto I, ucciso a Monza da Gaetano Bresci nel 1900.

Non era davvero sicuro essere capi di Stato in quel momento!

              Alla fine della guerra, nell'art. 231del Trattato di Versailles (1919), le potenze vincitrici accusano la Germania e l'Austria – Ungheria di aver causato la guerra.

ART. 231 (Clausola di colpevolezza):

 – I Governi Alleati e Associati dichiarano e la Germania riconosce, che la Germania e i suoi alleati sono responsabili, per esserne la causa, di tutte le perdite e di tutti i danni subiti dai Governi Alleati e Associati e dai loro cittadini in conseguenza della guerra che è stata loro imposta dall'aggressione della Germania e dei suoi alleati.

 

Questa l'accusa.

Però, considerando bene la seconda metà dell'Ottocento e il primo Novecento nelle loro trasformazioni storiche, politiche, sociali ed economiche e considerando con altrettanta attenzione la complessità delle scelte politiche ed economiche, le ideologie e i nodi critici delle relazioni internazionali di tutto quell'arco temporale e, soprattutto, dei due decenni a cavallo fra l'Ottocento e il Novecento, si potranno scorgere facilmente altri gravi motivi di tensione. Vi erano, infatti, realtà che rendevano sempre più precario l'equilibrio fra gli Stati e sempre più difficoltose le iniziative di distensione, come quella della Conferenza per la pace, svoltasi a L'Aia nel 1907. Anzi, a ben guardare, anche la Conferenza di Berlino, voluta da Bismarck nel 1884/85, aveva avuto come scopo ultimo quello di evitare che, nella corsa alle conquiste coloniali, gli Europei trovassero un'occasione per scatenare delle nuove guerre in Europa.

Il 1907, d'altronde, sancisce la divisione dell'Europa in due blocchi contrapposti, sempre più rigidi. Quella spaccatura, cioè, creatasi dopo la guerra Franco – Prussiana, quando i nazionalisti francesi coniarono la parola Révanche contro il nazionalismo tedesco e per la riconquista dell'Alsazia e della Lorena, passate in mano alla Prussia vincitrice.

Da quel momento da una parte ci sarà la Germania con i suoi alleati, dall'altra la Francia con i suoi alleati.

L'equilibrio multipolare deciso dal Congresso di Vienna non è più possibile. Del resto, già dalla fine della guerra Austro – Prussiana del 1866, l'Austria, sconfitta dalla Germania, aveva rivolto i suoi interessi verso i Balcani; vale a dire verso una zona di grande instabilità, per le tendenze indipendentiste all'interno di un Impero turco sempre più debole e in via di disgregazione.

Intanto, la reciproca paura e i reciproci sospetti spingevano i vari Paesi ad aumentare gli armamenti: la pace si andava trasformando in pace armata e i generali acquistavano crescente autonomia e potere decisionale.

Il casus belli, cioè l'attentato di Sarajevo, fece esplodere quelle tensioni, governate a stento dalla politica delle alleanze che aveva garantito la pace per molti decenni.

Quella stessa pace che nel primo Novecento aveva permesso nuovi studi e nuove scoperte, usufruendo contemporaneamente delle innovazioni tecnologiche e delle invenzioni, prodotte, sull'onda della Rivoluzione industriale, dalla seconda metà dell'Ottocento in avanti. Essa aveva regalato un periodo di benessere materiale e culturale sempre più diffuso, pur se distribuito in modo diseguale fra gli strati sociali.

Aumenta, infatti, il numero delle automobili in circolazione; mentre si producono autocarri, omnibus, tram, furgoni, carri per pompieri e si realizza l'antico sogno dell'uomo: volare.

Cresce il numero delle fabbriche di liquore e cioccolato, di concerie e calzaturifici, nascono i primi stabilimenti di maglieria e biancheria.

Si diffondono i Grandi Magazzini e la pubblicità per la vendita di massa.

Nelle case borghesi entrano acqua corrente, servizi igienici, termosifoni a carbone, gas.

Le Autorità competenti cominciano a pensare a scuole, biblioteche, musei, ospedali, ospizi, asili d'infanzia e edilizia popolare.

LIBERTY 5494Trionfa un nuovo stile architettonico: l' "Art Nouveau", che in Italia prende il nome di Liberty.

 

L'elettricità trova nuove applicazioni e viene trasmessa a distanza. Vengono inventati nuovi elettrodomestici, come frigorifero e lavatrice, e un numero sempre più elevato di persone utilizza il telefono e la radio (quest'ultima arriverà in l'Italia nel 1924). Inoltre, una serie di farmaci moderni è a disposizione dei malati, contribuendo a ridurne la mortalità.

Aumentano le occasioni di divertimento e quelle culturali:

Vienna e Parigi sono le capitali della vita mondana.

Nella prima, l'aristocrazia di tutta Europa si raduna alla corte dell'Imperatore Francesco Giuseppe per grandi feste che si svolgono al suono del valzer e della polka, e la vita intellettuale, non meno intensa che a Parigi, attira scrittori, pensatori, filosofi.

CAN CANParigi attrae anche per l'attività dei pittori e delle gallerie d'arte; famosi e molto frequentati sono inoltre ristoranti, come Maxim's, e locali notturni, come il Moulin Rouge.

Si accentua la passione per il melodramma grazie alle opere di Giacomo Puccini (Bohème, Tosca, Madama Butterfly, Tourandot) e grande successo riscuote l'operetta: Vienna ne è la capitale e viennesi sono i suoi maggiori musicisti.

I ricchi spendono fortune nei casinò, in Francia (in Italia il primo compare nel 1905, autorizzato da Giolitti a Sanremo); dall'Inghilterra arriva il bridge.

E' più facile spostarsi anche grazie alla ferrovia che può contare su una linea qORIENT EXPRESSuadruplicata rispetto a quella del 1870 e su un treno lussuosissimo, l'Orient Express che, passando per Vienna, unisce Instanbul a Parigi. Soprannominato "re dei treni" e "treno dei re" per la sontuosità dei suoi arredi e inaugurato nel 1883, era stato pensato e realizzato da un banchiere di origine belga, Georges Nagelmackers, ed era frequentato soprattutto da nobili orientali, spesso decaduti.

I ceti benestanti cominciano a praticare sport: nuoto d'estate, durante le vacanze al mare, per esempio, e sci d'inverno. Si afferma altresì il meno costoso football e nascono squadre come la Juventus (1897) e il Torino (1906).

I primi anni del Novecento rappresentano un momento storico molto importante anche in campo sociale e culturale, proseguendo sulla strada delineatasi soprattutto nel secolo precedente:

 – Nel 1903 le donne, guidate da E. Pankhurst, danno vita in Inghilterra alle loro prime manifestazioni, per ottenere il diritto di suffragio (da qui il nome di suffragette). La Gran Bretagna lo concederà loro nel 1918.

Esse possono ormai accedere agli studi superiori e al mondo del lavoro professionale.

I loro vestiti si sveltiscono: viene abbandonata la crinolina che lascia posto a gonne morbide, strette al fondo, per poter salire agevolmente sulle automobilli e per praticare lo sci senza problemi.

 – Gli operai cominciano a ricevere forme di assicurazione contro gli infortuni, di previdenza per la vecchiaia e, in qualche caso, sussidi per i disoccupati.

 – Si va prestando più attenzione alla sicurezza e all'igiene nelle fabbriche, all'età dei minori che lavorano, nonchè alle stesse ore lavorative che, però, mediamente non scendono mai sotto le dieci giornaliere.

Gli studi spaziano in tutti i campi; così, fra scienze, medicina e chimica

– nel 1903 Marie e Pierre Curie ricevono il premio Nobel per aver scoperto il radio

– e fa la sua comparsa una nuova FREUDdisciplina: la psicanalisi, fondata dal medico viennese Sigmund Freud.

 

In Italia già dalla fine dell'Ottocento ottengono sempre più spazio le forze progressiste, la quali, assieme alle nuove banche, facilitano l'afflusso del risparmio privato verso gli investimenti industriali.

Dal 1903 sulla scena politica si afferma la figura del piemontese Giolitti, che nel 1912 concede il suffragio universale maschile.

L'età giolittiana vede la nascita e lo sviluppo di nuove industrie, soprattutto nei settori più moderni: siderurgia, tessile, alimentare, chimico, meccanico. Esse si concentrano nel cosiddetto triangolo industriale compreso fra Torino, Milano, Genova.

TALMONEContinuano tuttavia a vivere anche industrie minori, come le dolciarie e le conserviere.

 

L'affermazione dei grandi complessi industriali, sostenuta dagli istituti bancari, è favorita dalla costruzione di bacini idrici e centrali idroelettriche.

Aumentano i salari, diminuiscono malattie e mortalità, si diffondono giornali e libri.

Anche la vita artistica è in fermento, e non solo nei teatri: a Torino nasce il cinema. La vera nascita della prima industria cinematografica subalpina può farsi risalire all'incontro fra Omegna e Arturo Ambrosio nel 1904, quando furono realizzati i primi due documentari:

Prima corsa automobilistica Susa-Moncenisio e Manovre degli alpini al Colle della Ranzola.

La frequentazione delle sale cinematografiche, tuttavia, generò perplessità riguardo alla morale, perciò Giolitti inviò una circolare ai prefetti perchè se ne occupassero. Anche papa Pio X si preoccupò e, nel 1909, proibì al clero di entrare nei cinematografi. La stampa non fu da meno: "Il Giornale d'Italia" e "Il Giornale di Sicilia", ad esempio, organizzarono una vera e propria campagna contro l'immoralità del cinematografo.

In mezzo ad un forte inurbamento e a trasformazioni residenziali e urbanistiche, i capitalisti e i politici liberali organizzano anche in Italia Esposizioni, come avviene in tutti gli Stati teconologicamente e economicamente avanzati dell'Occidente.

GUIDA ESPOSIZIONE

Da ricordare L'Esposizione Internazionale delle Industrie e del Lavoro che si apre a Torino il 29 Aprile 1911. Nel Cinquantenario dell'Unità d'Italia, si vuole dare un'idea del progresso raggiunto nell'industria e nel lavoro non tanto da questa o quella nazione isolatamente, ma da tutte le nazioni riunite.

Atteggiamenti mentali, espressioni culturali, problemi e obiettivi economici sono davvero molto articolati in questo primo scorcio del Novecento.

Nel campo del lavoro, l'industria bellica sta compiendo passi da gigante, applicando le tecnologie più avanzate nella costruzione di mezzi e armi, la cui tipologia sarà incrementata nel corso di una guerra devastante, di cui ancora pochi si rendono conto.

Gli Stati più potenti, per combatterla, avranno a disposizione tutti i ritrovati tecnologici dell'epoca: obici, mitragliatrici, cannoni a tiro rapido di 75 mm, lanciafiamme, proiettili dumdum, corazzate armate di cannoni di grosso calibro, sommergibili, incrociatori da battaglia e leggeri, gas, aerei e una marina sempre più organizzata e potente.

Sfruttando le recenti teorie della psicologia, anche la paura e il coraggio, diventeranno armi psicologiche da utilizzare in campo militare.

A tutto ciò si unisce la propaganda.

Persino gli atteggiamenti e i temi letterari e artistici risentono dell'entusiasmo per le più recenti conquiste della tecnica, fiduciosi che il nuovo secolo segni l'inizio di un'epoca di felicità e affermazioni militari.

Filippo Tommaso Marinetti nel primo "Manifesto del Futurismo", pubblicato su "Le Figaro", il 22 Febbraio 1909, esprime tutta la sua fiducia nel progresso tecnologico. Nel Manifesto viene esaltata non solo la velocità, il dinamismo, la macchina e l'industria, ma anche la guerra, "igiene del mondo".

I Futuristi con le loro idee e con le loro composizioni artistiche entreranno a far parte sia del mondo letterario (come Marinetti, Palazzeschi e Govoni) che di quello pittorico (come Boccioni, Carrà e Balla che firmeranno il Manifesto tecnico della Pittura Futurista, nel 1910).

Dal primo Manifesto del Futurismo

1. Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità.

2. Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.

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7. Non v'è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all'uomo.

…………………………………………………………….

9. Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.

10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.

…………………………………………………………..

 

In questi anni di pace, progresso e bellezza (Belle Epoque), l'Europa, tuttavia, si sta avvicinando alla guerra a grandi passi, ma non tutti ne sono coscienti.

 

    In Italia i Futuristi non sono i soli ad esaltare la guerra; vi sono, infatti, vari gruppi politici che per varie motivazioni, si dichiarano favorevoli ad un intervento dell'Italia a fianco dell'Intesa (Interventisti). Tra essi il partito nazionalista, i liberali di destra con a capo Antonio Salandra, i liberaldemocratici di Giovanni Amendola, i radicali, i repubblicani, i socialriformisti di Leonida Bissolati, i sindacalisti rivoluzionari, facenti capo a Alceste de Ambris e a Filippo Corridoni e pochi massimalisti socialisti, al seguito di Mussolini.

Un ruolo importante nel formare menti favorevoli alla guerra fu assunto da giornali, riviste, intellettuali e poeti, come D'Annunzio.

In questa realtà la voce dei neutralisti, seppur presente, diventa via via più debole.

Per altro, e non solo in Italia, dietro quella tranquillità e quel benessere, permanevano realtà problematiche di disoccupazione, di sfruttamento del lavoro minorile e femminile, di giornate lavorative ancora troppo lunghe e di una LIBRO EMIGRANTE fortissima emigrazione, soprattutto italiana, che raggiungerà l'acme nel 1913.

Tutte le situazioni di cui sopra, sommate alle tensioni politiche fra gli Stati più potenti, all'instabilità delle alleanze, a guerre come quella di Libia e quelle Balcaniche, sommate anche alle tensioni etniche diffuse nell'Impero austro – ungarico e all'Imperialismo più esasperato, formavano una miscela esplosiva, pronta ad incendiarsi, appena si fossero presentate realtà causali.

Le problematiche di cui sopra, probabilmente, senza una scintilla non si sarebbero incendiate; la scintilla (leggasi attentato di Sarajevo) senza quel contesto, probabilmente, non avrebbe causato un'esplosione così devastante.

Fu l'interrelazione fra le due realtà che produsse il primo grande sconvolgente conflitto mondiale.

 

Nei prossimi articoli Mantano cercherà di presentare a grandi linee alcuni dei fatti e dei fenomeni storici che hanno originato gli aspetti positivi e quelli problematici e destabilizzanti del primo quindicennio del Novecento.

 

                                                   © Antonina Orlando 12 Luglio 2016

 

L'AMBIENTE SOCIO – POLITICO – ECONOMICO IN CUI SI PREPARA LA PRIMA GUERRA MONDIALE

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IMPORTANTI INIZIATIVE DEL ROTARY CLUB DI PATTI-TERRA DEL TINDARI (ME)

                     Importanti iniziative per diffondere, fra tutte le fasce della popolazione, consapevolezzTINDARI TEATRO GRECOa e sensibilizzazione ai problemi sociali, sono state programmate e realizzate recentemente dal Rotary Club di Patti – Terra del Tindari (Messina), di cui è attualmente Presidente il Prof. Antonino Caccetta.

           Il Prof. Caccetta, docente presso il Dipartimento di Agraria dell’Università di Reggio Calabria e in contatto per motivi professionali con studiosi di tutto il mondo, in un’intervista rilasciata ad “Omnianews” di Patti, ha illustrato i lavori svolti dal Rotary in collaborazione con Ribeirão Preto, nello Stato di  San Paolo (Brasile).

         Obiettivo dell’intervista è stato quello di informare il grande pubblico sui temi di attualità e di rilevanza sociale e culturale svolti dal Rotary nelle scuole, per contribuire alla formazione dei cittadini di domani, con la proposta non solo di lezioni teoriche, ma anche di attività pratiche, atte a stimolare interesse, partecipazione e significative esperienze.

        Questi gli argomenti di attualità e di interesse generale esposti dal Prof. Caccetta: 

–          Salute: osteoporosi

–          Alimentazione: cultura, tradizione e innovazioni tecnologiche

–          Famiglia

–          Fame nel mondo: materie prime e risorse economiche nei Paesi “poveri”

 

L'INTERVISTA al Prof. Antonino CACCETTA

                                                                                                       Antonina Orlando

 

CARRUBO, PIANTA MEDITERRANEA

 

CARRUBO Il carrubo – o "Pane di S. Giovanni", come viene chiamato a Ragusa (Sicilia) – è un albero tipico della vegetazione del Mediterraneo e il suo nome deriva dall'arabo “harrub(a)”. E’ una pianta grande, sempreverde e molto longeva, che riesce a vivere anche per più secoli, dando nel tempo frutti sempre più abbondanti.

L’albero, che può raggiungere un’altezza di circa 10 metri, si presenta con un tronco contorto e ha foglie lucide, coriacee, accoppiate e sostenute da un lungo picciolo. Dai fiori, profumatissimi, si ricava il miele di carrubo. Il suo frutto è la carruba, commestibile: si tratta di un baccello, la cui lunghezza va dai 10 ai 25 cm. e il cui colore passa dal verde iniziale al marrone scuro quando è maturo. La sua raccolta solitamente viene effettuata ad Agosto. La buccia del baccello maturo, oltre ad essere scura, è lucida, sottile e dura. All’interno troviamo una polpa di colore giallastro: il suo gusto dolce ricorda quello del miele e la sua consistenza è simile a quella di uno sciroppo.

Dentro la polpa vi sono numerosi semi ovali, molto duri e bruno – rossastri; dal loro nome greco, cheràtion (κεράτioν), che serviva a indicare anche il baccello, sono stati chiamati in italiano carati. Un tempo venivano usati come peso;  ancora oggi il termine viene usato in oreficeria come unità di misura e corrisponde a 0,2 g.

CARRUBE 1Le carrube, ben mature, sono nutrienti e ricche di calorie e proteine. Vengono utilizzate in medicina (farine dietetiche e lassativi); nell’industria alimentare (farine, polveri e gelatine per gelati, biscotti, marmellate, caramelle dolcissime, usate anche contro il mal di gola ); nell’allevamento (alimentazione del bestiame, soprattutto dei cavalli); e per preparare saponi, tinture per tessuti, gomme, addensanti, basi per cosmetici, ecc.

Il legno del carrubo, rossastro, duro e pesante, può essere usato per costruire attrezzi e mobili, mentre per il suo aspetto bello e decorativo, l’albero viene posto ad ornamento di parchi,  viali e strade.

CARRUBE KHALe carrube sono state consumate come frutta sin dai tempi più antichi. Gli antichi Egizi, per esempio, le mangiavano crude, cotte, in marmellate, oppure le macinavano, ottenendo una farina, il cui gusto oggi potrebbe essere avvicinato a quello del cacao, introdotto in Europa dopo la scoperta dell’America.

Il geroglifico della polpa della carruba, così zuccherina, OLIVE - DATTERI - FICHI SECCHIrappresentò il concetto stesso della dolcezza

e carrube, assieme a olive, fichi e datteri, sono state ritrovate  nel corredo funerario dell’architetto Kha, vissuto tra il 1400 e il 1300 a. C., durante la XVIII dinastia.

 

DIETA EGIZIDal Mediterraneo Orientale, da dove proviene,  la pianta del carrubo si è diffusa nelle terre occidentali, grazie ai Greci o ai Fenici. Del resto, da sempre il bacino del Mediterraneo è stato luogo di incontro di popoli, di civiltà, di merci. Dei traffici commerciali nel Mediterraneo esistono testimonianze letterarie ed una serie interessante di reperti archeologici che ci parlano dei beni maggiormente scambiati, fra cui derrate alimentari. L’archeologia ci testimonia che i traffici marittimi nel Mediterraneo risalgono alla più remota preistoria.

Il commercio in area mediterranea si svolgeva essenzialmente sul mare, soprattutto per la mancanza di un adeguato sistema di vie di comunicazione terrestri. I Fenici ebbero riconosciuto il primato nella gestione delle rotte commerciali mediterranee grazie alla loro abilità sia cantieristica che di naviganti e commercianti.

Dall’Oriente, dunque, grazie ai commerci presenti nel Mediterraneo sin dalla Preistoria, il carrubo si diffuse molto presto verso occidente. In Italia attualmente è coltivato nelle regioni meridionali, soprattutto in Sicilia, con particolare riguardo al territorio intorno a  Ragusa. Essendo una pianta molto robusta, la sua coltivazione è facile, richiede poche cure e, spesso, è associata a quella dell’olivo e del mandorlo.

 

Alcune espressioni popolari da Nord a Sud, dal Veneto alla Sicilia:

 

I baccelli della carruba, così ricchi e importanti in molti campi, si presentano semplici e umili e, per questa parvenza, il loro nome viene spesso usato metaforicamente dal popolo per indicare cose di poco valore; per esempio in venezianocarobera”, stava ad indicare “barca di scarso valore, adibita al trasporto di cose povere come carrube, e in senso traslato rottame".

Il Dizionario del dialetto veneziano di Giuseppe Boerio, Premiata tipografia di G. Cecchini edit. Venezia 1856, alla voce “Carobera” spiega: “Topaia, casa antica e che sia in pessimo stato”. “Cose inutili, perché fracassate o rotte”.

Ancora oggi si può assistere a dialoghi di questo tipo: “ Xe na bea casa?” “Per carità! La xe na carobera!

 

Le carrube, associate all’immagine degli animali, nel caso specifico dell’asino, come alimento, si ritrovano in un’espressione del messinese:

Piddia ’u sceccu cu tutti i carrubbi” (lett. “Ho perduto l’asino con tutte le “carrube”), per dire che si sta aspettando inutilmente o che si è persa di vista una persona con tutto quello che le era stato affidato.

 

Il documentario di Giovanni Iacono, di seguito riportato, illustra le fasi salienti della raccolta dei baccelli del carrubo, della loro lavorazione e dell’impiego che ne viene fatto in vari settori artigianali e industriali.

 

BANDIERA ITALIANALa Carruba: il pane di San Giovanni

 

BANDIERA INGLESEThe Carob – Saint John's bread

 

BANDIERA TEDESCAJohannisbrot – Das Brot von St. Johannes

 

 

RINGRAZIAMENTI

Si ringraziano sentitamente per la gentile e importante collaborazione

Giovanni IACONO per aver messo  a disposizione molto cortesemente i documentari sul CARRUBO – PANE DI SAN GIOVANNI

Luciano DI MURO, guida turistica torinese, per l'interessante visita al MUSEO EGIZIO DI TORINO, da cui provengono le foto della dieta degli antichi Egizi e quelle delle carrube, delle olive, datteri e fichi secchi, ritrovati nella tomba di Kha.

 

 

 

     © Antonina Orlando 08 Febbraio 2016

 

CARRUBO PIANTA MEDITERRANEA

MARGHERITA OGGERO – Incontri d’autore

Margherita Oggero

presenta

“La ragazza di fronte”

Conduce l’incontro

Antonina Orlando

 

         Sabato 19 Dicembre 2015 alle ore 17,00, presso la sede dell’Associazione sarda Nosu Impari di Torino, ha avuto luogo l’incontro con la scrittrice Margherita Oggero che ha presentato il suo ultimo libro “La ragazza di fronte”.

       Dopo un breve saluto della Presidente dell’Associazione, Luisa Pisano, e dopo gli interventi dei consiglieri di circoscrizione Antonio Ciavarra e Lidia Andolfatto, Antonina Orlando ha accompagnato la scrittrice nel suo incontro con il pubblico.

       Scrittrice ormai famosa e creatrice del personaggio Camilla Baudino, la protagonista della serie televisiva "Provaci ancora Prof!",  Margherita Oggero è stata insegnante di materie letterarie e, sin da giovanissima, ha coltivato la passione per la scrittura.

        “La ragazza di fronte”, come ha spiegato l’autrice, è un romanzo di formazione, che ci fa seguire la progressiva maturazione dei protagonisti e di altre figure a loro strettamente legate. Infatti, vengono delineati sovente non solo i tratti  psicologici dei personaggi, ma anche l’evoluzione che la loro maturità subisce in relazione agli avvenimenti narrati. “Ma quante persone diverse siamo stati?” è per esempio una delle domande che ad un certo punto del racconto si porrà Michele.

Di seguito tre momenti della spiegazione:

        Uno dei motivi di disagio dei ragazzi è rappresentato spesso dalla limitata presenza e dalla poca attenzione dei genitori, lontani da loro fisicamente e qualche volta anche mentalmente  per motivi lavorativi o per scelta di vita. Inoltre, in generale, in alcuni momenti della sua vita, l’uomo sente necessità di attenzione e comprensione. Sensibilità, attenzione e comprensione che, quando ci sono,  si trovano sia presso le persone colte che in quelle più semplici, ma ricche di saggezza e umanità:

        “La ragazza di fronte” ci presenta gli avvenimenti quotidiani quasi durante il loro svolgimento. Lo sviluppo del contenuto del libro, può considerarsi come una finestra sul vissuto di tutti i personaggi che si muovono davanti ai nostri occhi. E la finestra è un elemento della struttura della casa che ricorre spesso sia ne “La ragazza di fronte” che in altri libri della nostra autrice. Il suo valore concreto e simbolico ce lo spiega la stessa scrittrice:

        Margherita Oggero ci dà anche una prima descrizione di Marta e Michele bambini, delle case e dell’ambiente sociale in cui vivono:

        “Solo un cortile li separa”. Marta e Michele si conoscono e si guardano, stando ognuno sul suo balcone, separati solo da un cortile. Non scendono mai a giocare e non si parlano mai. Perché?

        Nel libro spesso si fa riferimento alla differenza di classe sociale, e appartenere ad una classe sociale elevata è importante anche per l’inserimento nel mondo del lavoro.

        Marta bambina, inconsapevolmente, fa a Michele un grande dono: l’interesse per la lettura. Michele nota, infatti, il libro che la bambina tiene in mano e un po’ spinto dallo spirito di emulazione, un po’ per non essere da meno, desidera anche lui averne uno.  “… Ma perché vuoi un libro?” – chiede il nonno a Michele – Per leggerlo le domeniche pomeriggio, sul balcone. – risponde il nipote –  Per fare come la bambina dai capelli biondi quasi rossi della casa di fronte…”:

        Peppino, barbiere, conosce bene il professore, che è un suo cliente, e spesso, parlando con lui, ne raccoglie la delusione professionale. A p. 51 troviamo: “… Insomma ‘o professore – che insegnava in una scuola di periferia estrema a ragazzi strafottenti o apatici, con alle spalle famiglie disastrate, rissose e violente – si era lentamente disamorato del suo lavoro, della vita in generale e tirava la carretta come un ronzino sfiatato”. Una di quelle scuole di cui si lamenterà anche Sofia, sorella di Michele: p. 165  “a scuola le compagne mi massacravano, non a pugni e calci come fate voi maschi, ma a parole che qualche volta sono peggio”.

        Parlando di scuola, viene in mente la prof. Baudino. E’ vero che ogni attore personalizza un po’ il personaggio e che ogni sceneggiatore lo ripropone rielaborato dalla sua creatività e dalla necessità di adattarlo al grande pubblico, ma è anche vero che a volte il profilo della Baudino proposto in TV è quello di “un’insegnante un po’ caotica e leggermente nevrotica”, seppure piacevole:

        Un’altra osservazione: la città in cui si svolgono gli avvenimenti narrati è Torino. Margherita Oggero predilige tale  ambientazione, che resta unica, come nel caso del nostro romanzo, o che si alterna con altre, come in altri scritti. Come mai?

        Gli interventi pacati e chiari hanno stimolato molte riflessioni e il pubblico si è mostrato soddisfatto dell'incontro.

                                          

                                                 © Antonina Orlando 07 Gennaio 2016

 

 

Incontri d'autore: MARGHERITA OGGERO

 

 

 

L’HOMO SAPIENS SAPIENS NELLA GROTTA DI SAN TEODORO – ACQUEDOLCI – MESSINA

Il Monte San Fratello fa parte della catena dei Nebrodi. E’ un massiccio calcareo sulla costa nord della Sicilia, nel messinese, a pochissima distanza dal paesino di Acquedolci, di fronte alle isole Eolie. Sulla sua propaggine settentrionale, Pizzo INGRESSO GROTTA SAN TEODOROCastellaro, a 140 metri sul livello del mare, si apre la Grotta di San Teodoro, formatasi a seguito di fenomeni carsici.

Lì, centinaia di migliaia di anni or sono, il mare arrivava fino ai monti e il clima era tropicale.

Si tratta di un sito archeologico ricco di reperti interessanti che documentano la storia faunistica e antropologica locale. Della sua esistenza si è venuti a conoscenza grazie alle esplorazioni condotte dal barone Anca nel 1859 e alle indagini successive che hanno ampliato e perfezionato gli studi di Anca.

Oggi visitando il sito, fra i più importanti nel mondo, si viene a sapere che vi sono rappresentate tre distinte realtà paleontologiche: una, quella più antica, all’esterno, davanti e attorno alla grotta; le altre due, di epoca più recente, all’interno.

  1. L’attuale spazio antistante la grotta  era un bacino lacustre, formatosi quando si ritirarono le acque del mare che la lambivano. Col tempo anche quello specchio d’acqua si è prosciugato, ma sotto i suoi fondali è rimasto il deposito di un grandissimo numero di resti fossili appartenuti agli ippopotami (Hippopotamus pentlandi, endemico, di taglia leggermente ridotta), che lo frequentavano circa 200 mila anni fa.
  2. All’interno della grotta, nei sedimenti più profondi, si trovano resti animali che testimoniano la frequentazione di iene, lupi, volpi, cinghiali, buoi preistorici, elefanti endemici, cervi endemici, piccoli cavallini selvatici, cerbiatti; presenti, inoltre, numerosi coproliti di iena. Il deposito delle iene (crocuta crocuta spelaea) appartiene a circa 30000 anni fa. La peculiarità di questa tana è la grandezza: in genere tali depositi sono di piccole dimensioni; qui, invece, vi sono dimensioni notevoli, così come superiore, rispetto agli altri depositi, è il numero di coproliti che vi si trovano e che testimoniano una frequentazione prolungata nel tempo di piccoli gruppi di iene. Lungo le pareti della grotta ci sono cunicoli, dove gli animali potevano allevare la prole.
    1. Sempre all’interno, negli strati più superficiali, sono stati rinvenuti resti antropologici risalenti ad un periodo che si aggira attorno a 14 – 11 mila anni a. C., cioè all’ultimo periodo del Paleolitico superiore, in cui vive l’homo sapiens sapiens o di Cro – Magnon. Si tratta di cinque crani e due scheletri eccezionalmente completi, che hanno permesso di migliorare le conoscenze sui primi esseri viventi di questa parte della Sicilia. Al momento del ritrovamento i due scheletri si trovavano uno in posizione supina, l’altro sul fianco sinistro, ricoperti di terra e di un sottile strato di ocra rossa (colorante naturale), THEAsecondo un’abitudine che è stata riscontrata in altre grotte del Mediterraneo. Importantissimo è il ritrovamento dei resti fossili di una donna di circa 30 – 35 anni, alta un metro e sessantacinque centimetri, alla quale è stato attribuito il nome di Thea, in ricordo della grotta. Lo scheletro di Thea si può ammirare al Museo Gemmellaro di Palermo. Nello stesso strato si è rinvenuto dell’altro materiale, documentazione di vita quotidiana e di sopravvivenza. Si tratta di arnesi per cucinare (focolari), resti di pasto e utensili di pietra, che servivano all’uomo nel lavoro (per esempio lavorazione di pelli), per la caccia e per preparare il cibo. Gli utensili venivano ricavati dall’ossidiana, proveniente probabilmente dalle vicine Eolie, e dalle rocce a disposizione: quarzite, per strumenti di grosse dimensioni, e selce, per quelli di piccole dimensioni. All’interno della grotta sono stati rinvenuti anche vari frammenti di vasellame in ceramica, che documentano la presenza umana in epoca greca e romana.

Nel corso del paleolitico l’homo sapiens aveva già imparato a seppellire i morti con funerali. Seppellire i morti e organizzarne il culto rappresentano momenti essenziali nella nascita della civiltà e nella sua evoluzione. Il corpo del defunto in alcuni casi si presenta ripiegato, in altri steso e qualche volta con pietre attorno alla testa, forse come protezione. Sempre sono scavate fosse.

Il rito della sepoltura si mantenne e si sviluppò con l’homo sapiens sapiens: la grotta di San Teodoro ne è un esempio. Anche qui il defunto è circondato da ossa di animali, ciottoletti e ornamenti di collane con denti di cervo.

Una parte di questo materiale si trova all’Antiquarium di Acquedolci.

Scavi e studi non sono ancora completati; dagli anni ’80 se ne occupa l’Università di Messina in collaborazione con altre Università europee.

Il sito archeologico di Acquedolci, come tutti gli altri sparsi nel mondo, apre una finestra sulla storia della terra e della vita, contribuendo ad ampliare conoscenze e a far riflettere sulla Natura: essa con le sue potenti forze endogene ed esogene (comprendendo in queste anche l’uomo) ha trasformato e continua a trasformare il volto della Terra, condizionando la qualità e la forma della vita di tutti gli esseri viventi.

Galleria fotografica:

© Antonina Orlando 09 Novembre 2015

L’HOMO SAPIENS SAPIENS NELLA GROTTA DI SAN TEODORO – ACQUEDOLCI – MESSINA